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16 agosto 2025

Ti evita di - bleah.

Ho notato che la locuzione "ti evita di" è sempre più frequente.

"Questa app ti evita di perdere tempo"

"Questa strategia ti evita di fare code inutili"

Spero non facciano schifo solo a me frasi formulate in questo modo.

Esempi di uso non schifoso del verbo "evitare":

Evitare qualcosa: "Io passo da questa strada e così evito il traffico"; “Questo dispositivo evita gli incidenti dovuti alla distrazione”

Evitare di fare qualcosa: "Evito di bere caffè dopo cena"

Lo so, teoricamente il complemento di favore si può mettere dopo la descrizione di qualunque azione (io potrei essere contento che tu faccia una qualunque azione, e quindi tu quella azione “me la fai”, dove “me” è il complemento di vantagio). Però no, non lo fare.

Non far seguire il verbo “evitare” da un dativo di vantaggio, se non vuoi costruire una frase che ha lo stesso tenore campagnolo di

“Gli esercizi per gli addominali me li devi fare in questo modo”
o
“Non mi puoi arrivare a sabato senza aver imparato il copione”.

Ecco come parlare, invece:

Se vuoi descrivere con un sostantivo ciò che l’interlocutore potrebbe evitare, usa quel verbo conosciutissimo e non so perché così spesso dimenticato che è

RISPARMIARE.

"Questa app ti risparmia code inutili"

Se vuoi descriverlo con un verbo all’infinito puoi usare il verbo “sollevare” seguito dalla preposizione articolata “dal” o “dallo”:

"Questa app ti solleva dal fare code inutili".

Se la cosa deriva dalla decisione di una persona che esercita un’autorità, puoi usare analogamente il verbo “dispensare”:

“Ti dispenso dallo sbrinare il frigorifero”

Se invece vuoi usare il verbo “evitare”, anticipa tale verbo con “permettere” o consentire” insieme alla preposizione “di”:

“Questa app ti consente di evitare di fare code inutili”.

In alternativa puoi usare il verbo “fare”, ma nell’esempio qui sopra sarebbe brutto, perché viene usato anche nella frase subordinata (“ti fa evitare di fare”… bleah).

L'attenzione a queste costruzioni non è pedanteria fine a sé stessa. Individuare ciò che può scappare nel parlato spontaneo e che comunque ci si deve impegnare ad evitare significa preservare la chiarezza espressiva e l'eleganza della nostra lingua.

26 maggio 2024

"Non è un problema tuo"

Anche oggi con una riflessione ed un blogpost esorcizzo il fastidio provato durante una conversazione.

Se un problema riguarda non direttamente me, ma un'altra persona, è possibile che io, venendone a conoscenza, mi senta coinvolto (magari solo per il fatto che mi dispiace) e di conseguenza quello diventi in qualche misura un problema anche mio.

Di un problema altrui che invece non mi coinvolge sul versante pratico né emotivo si può invece dire che non si tratta di un mio problema.

L'umana empatia, di cui quasi tutti siamo dotati, chi più, chi meno, a volte si manifesta, e cioè è lodevole; a volte si manifesta in modo eccessivo (e allora si dice che tre volte bono vuol dire bischero); a volte giustamente non si manifesta (e allora si dice che il mal voluto non è mai troppo), altre volte ingiustamente non si manifesta (e allora si dice che si è indifferenti, egoisti o addirittura psicopatici o sociopatici).

Non parlerò in questo articolo di casi in cui secondo me è giusto o non giusto che ci facciamo guidare o no dall'empatia. Parlerò piuttosto delle parole e dell'atteggiamento con cui si fanno affermazioni sull'empatia propria e altrui.

Inizio da una frase che mi sta invero antipatica:

"Non è un problema mio".

Tipicamente "Non è un problema mio" significa "Non è un problema mio, ma di una persona la cui sofferenza mi lascia indifferente".

"Significa" nel senso che possiamo dedurre quel significato. Non nel senso che il parlante davvero ammetterebbe che quello è il significato.

Provate infatti, dopo aver sentito dire "Non è un problema mio", a chiedere "Quindi non te ne importa nulla?". Secondo il significato su riportato, la logica risposta dovrebbe essere "No". E invece la risposta sarà la semplice ripetizione della frase già detta.

- Non è un problema mio
- Quindi non te ne importa nulla?
- Non è un problema mio.

No, non gliene importa nulla, ma a quanto pare questa è una posizione così vergognosa che può essere sottintesa ma non pronunciata; al suo posto dev'essere pronunciata solo la codarda ed implicita frase che dovrebbe giustificarla (ricorda il tipico scenario che si ottiene quando si chiede a certi politici destronzi italiani se sono antifascisti).

Giustificarla in che modo? Facendo appello al concetto secondo cui un problema lo deve risolvere chi ce l'ha. Un concetto rozzo e grossolano, apparentemente valido solo di primissimo acchito e che necessita di pochi decimi di secondo per essere scardinato, esattamente come "Non ti presto il pennarello perché è mio". Ma l'aspetto psicolinguistico è un animale di poche pretese. Basta che un'espressione sia anche solo lontanissimamente somigliante a qualcosa di meno sbagliato e viene subito scelta, non importa se a un orecchio un minimo attento risulti una palese supercazzola.

E che è, tutta sta lagna per una supercazzola? È pieno di esseri umani che fanno supercazzole per addolcire l'indigeribile senza riuscirci e anzi risultando ancora più antipatici. Embè?

Embè rileggi il titolo. La cosa peggiora quando si arriva a ciò che mi è toccato sentire oggi. La frase in seconda persona, "Non è un problema tuo". Per di più preceduta da un esplicito "Che te ne frega" (sì, in questo caso è stato esplicitato) di cui doveva essere una giustificazione.

Ecco il centro del mio sfogo.

Se fai un ragionamento del tipo
"Non deve fregartene nulla perché non è un problema tuo",
questo, in ragione dei due possibili significati sopra individuati, può equivalere a due possibili consigli (che non si escludono fra loro):

1) "Questo specifico problema non ti coinvolge, quindi fregatene"

2) "In generale se un problema non ti riguarda direttamente, fregatene"

Nel primo caso sei presuntuoso, dato che assumi affrettatamente che la cosa non mi coinvolge (neanche emotivamente) e dunque non rappresenta per me un problema; se addirittura ti ho appena detto che mi dispiace (come accaduto nella conversazione di oggi) allora sussiste evidentemente proprio il contrario di ciò che affermi, quindi presuntuoso e testone.

Nel secondo caso vuoi fare di me un sociopatico, quindi sei un criminale.

Insomma, se la frase "non è un problema mio" è da patetici supercazzolari ma almeno ha un qualche motivo di esistere, decisamente più assordante mi suona l'allarme anti-scemo se sento dire "non è un problema tuo", fastidiosa esternazione del tutto inutile se non a parlare in realtà di sé stessi (e parecchio male).

10 aprile 2024

Intelligenze artificiali e il false friend "Consistente" riferito ai personaggi

Personaggio coerente (Bing)

Oggi troviamo online video e articoli sulle intelligenze artificiali dedicate alla grafica in cui compare l'espressione "consistente" riferita a immagini che rappresentano persone.

Un italiano normale a cosa pensa dopo aver letto "PERSONAGGI CONSISTENTI"? Pensa che se tocco uno di questi personaggi mi accorgo che non è molliccio, ma discretamente sodo. E quindi pensa subito dopo: "Boh".

Il mistero si risolve solo se qualcuno gli spiega il fenomeno dei false-friend all'incontrario, di cui ho già parlato nel blogpost pubbliato ieri. Ci sono due categorie di persone che di tanto in tanto pensano in inglese e poi traducono male in italiano, oppure hanno letto o ascoltato tizi che questo fanno e poi ripetono i loro errori. Si tratta di coloro che si occupano di marketing e vendita e coloro che si occupano di informatica.

Nella fattispecie, quando una persona che si occupa di intelligenze artificiali dedicate alla grafica dice erroneamente "personaggio consistente" intende dire ciò che in inglese si intende con "consistent character", dove quel "consistent" significa "coerente", nel senso che tende a mantenere costanti le proprie sembianze anziché cambiarle di continuo come accade nei filmati creati dai primi modelli di intelligenze artificiali, relativamente poco evoluti.

Dunque, premesso che ad esempio in un titolo per una video-guida è sbagliato scrivere "Come ottenere personaggi consistenti", qual è l'espressione migliore da usare?

La cosa che balza all'occhio in tutto questo, a parte la stortura linguistica è che dalla notte dei tempi, proprio come le persone reali, un personaggio di una storia di fantasia non cambia improvvisamente le sue sembianze, tranne i casi in cui una trasformazione del genere è peculiare per quella storia. Dunque normalmente se un personaggio non cambia le sue sembianze non è necessario specificarlo: sarebbe come specificare che non ha quattro braccia e non indossa una parruca con appese delle mollette verdi. Recentemente la necessità di specificare che il personaggio non cambia le sue sembianze si è resa in taluni contesti necessaria perché tutt'un tratto a causa delle intelligenze artificiali un gran numero di persone (pur all'interno di una nicchia) ha avuto a che fare con l'indesiderata mutevolezza delle sembianze dei personaggi creati.

Allora se vuoi trovare le parole giuste devi decidere a chi ti rivolgi.

Se devi parlare di mantenimento delle sembianze in un titolo, che deve essere composto di poche parole, sai già che il titolo perfetto per tutti non esiste. Non per questo dev'essere linguisticamente sbagliato. Sbagliato è peggio di "non immediatamente chiaro". L'espressione "personaggi con sembianze costanti" potrebbe essere abbreviato con "personaggi costanti" se ti rivolgi a persone avvezze alle AI per la grafica, sapendo che loro capirebbero, mentre gli altri potrebbero pensare che questi personaggi studiano o si allenano senza interruzioni che ne pregiudichino il rendimento. Avrebbero torto, e non per colpa tua. Mica hai scritto "nello studio" o "nell'allenamento".

Personaggio mutante (Bing)
Vero è che se ti rivolgi a un 73enne digiuno di informatica dicendogli "Ehi, guarda che bello! Con l'intelligenza artificiale sono riuscito a creare un film con un personaggio che non si trasforma di continuo!" è facile che ti risponda tipo "Bravo, molto affascinante che tu abbia creato un film con l'intelligenza artificiale. Però io da 60 anni guardo film con personaggi che non si trasformano di continuo. Perché, si dovrebbero trasformare?". Se invece ti rivolgi a una persona che ha contezza del problema del cambiamento di sembianze allora, sicuro di essere da lui capito, una cosa accettabile da scrivere secondo me è "personaggi costanti", ma io preferirei "personaggi non mutanti", che mi sta più simpatico e verrebbe sicuramente compreso da un informatico e neanche troppo frainteso da un profano delle AI.

Invece usare il false friend "consistenti" è proprio un errore, e il fatto che sia diffuso dovrebbe essere non una giustificazione come molti credono, ma anzi un ulteriore motivo di impegno da parte nostra a non usarlo per non contribuire al degrado della nostra lingua. Vedi anche il già citato blogpost precedente, "Italo-anglofono mutanti vittime dei false friend".

09 aprile 2024

Italo-anglofono mutanti vittime dei false friend

No, l'argomento di questo articolo non sono le troppe parole inglesi usate dai parlanti e dagli scriventi dello stivale mediterraneo, come leggendo il titolo potrebbe pensare chi non ha presente i false friend (cioè parole straniere molto simili ad altre appartenenti alla propria lingua ma di significato diverso, che perciò si prestano a una traduzione errata).

Parlerò non di prestiti linguistici, non di itanglese, non di traduzioni, ma di discorsi in italiano, fatti da italiani, costruiti con parole italiane. Parole non desuete né di nicchia, bensì di uso comune e di significato noto a tutti, che ciò nonostante vengono usate malamente in seguito a un particolare tipo di contagio anglofono, a mio parere poco discusso e poco affrontato rispetto alla sua importanza, alla sua pericolosità e alla sua penosità (porterò alcuni esempi verso la fine dell'articolo). Un fenomeno che produce errori lessicali apparentemente frutto di perdonabili lacune di persone di lingua madre inglese che scrivono o parlano in italiano senza averlo imparato benissimo, mentre in realtà i loro autori sono bizzarri individui nati e cresciuti nel nostro paese: gli italo-anglofoni mutanti.

Trattasi di persone cresciute senza maturare una grande padronanza della propria lingua, e che poi hanno letto articoli o libri nel ganzissimo idioma dei cosmopoliti, specialmente materiale su marketing e vendita, e di questo povero e ibrido bagaglio di esperienze comunicative sono rimasti inconsapevoli vittime e al contempo inconsapevoli carnefici dell'italiano, quant'è vero che usandolo successivamente per parlare degli stessi argomenti, a tratti lo distorcono, lo scozzano, creando una strana entità gergale come colpita da una pesante dose di radiazioni ionizzanti, un italianoide in cui l'incomprensibile si fa tragicomico quanto più brillante sta gente sembra sentirsi nel produrre il tremendo eloquio.

Lo scenario più tipico si configura quando l'italo-anglofono mutante tiene un corso o pubblica un video online, piazzando di tanto in tanto un'espressione che pare essere lì a caso, come un bug di un software. Alcuni ascoltatori non subiscono alcun danno che vada oltre una temporanea sensazione di smarrimento o imbarazzo, mentre i più indifesi vengono contagiati, ingrossando le file degli italo-anglofono mutanti di seconda generazione, che non necessariamente conoscono l'inglese e dunque magari si ritrovano a masticare e ri-tramandare le malsanità acquisite senza avere idea del perché.

Tento io di spiegarlo di seguito il perché, riferendomi a ciò che è accaduto e sta ancora accadendo agli italo-anglofoni mutanti di prima generazione.

Quelle storture lessicali (che guarda caso non compaiono nell'eventuale libro se il ragazzo riesce a farselo pubblicare da un editore famoso, perché lì c'è il revisore di bozze) sono a volte causate dalla convinzione che importando e magari italianizzando parole inglesi il messaggio risulti più accattivante o persuasivo (convinzione errata, anzi risulta semmai più pacchiano); altre volte, nei casi più gravi, sono dovute al tentativo di colmare le lacune di un vocabolario della propria lingua madre attingendo ad un inglese ancora meno padroneggiato.

Quando l'italo-anglofono mutante in un discorso cerca di esprimere un concetto usando una parola che non c'entra nulla, se ne accorgono tutti gli italiani che lo ascoltano o leggono (tranne chi pende dalle sue labbra, i deboli su menzionati). Se ne accorgono giovani, anziani, ignoranti, colti. Ma lui no, e questo sembra incredibile. Un italiano normale che trova questo tipo di errore in un testo scritto può pensare, come dicevo, ad una traduzione sbagliata; se invece lo sente in un discorso pronunciato da una persona palesemente italiana, allora può solo immaginare un brutto accadimento (un evento ischemico, un importante trauma cranico, un accumulo di farmaci, una tossicodipendenza).

Il brutto accadimento è stato fortunatamente meno grave e c'entra poco coi suddetti ipotizzabili, uno dei quali però per analogia può aiutare a capire ciò che voglio esprimere: in un momento di solitudine e debolezza potresti essere tentato di affrontare una tua carenza affettiva con una polverina bianca da aspirare col tuo naso, offerta da persone che fingono di volerti bene. È qui importante ricordare che può riempire un vuoto d'affetto solamente l'affetto, non i falsi amici. Così possono riempire un vuoto di vocaboli italiani solamente i vocaboli italiani, non i false friend. Abbi cura del tuo naso, e anche della tua lingua.

Per quanto conosco l'essere umano è difficile essere ottimisti su quello che sta accadendo all'italiano, il cui declino (dirlo mi fa molto male) mi pare lento ma inesorabile, perché pochi se ne occupano. È vero però che quando viene educatamente fatto notare quel tipo di errore di mutazione anglofonoide, di solito chi l'ha commesso si dimostra capace e disposto a correggerlo e a non ripeterlo in futuro. Questo mi dà un piccolo incoraggiamento a fare la mia parte per frenare il disastro, non solo descrivendo il problema, ma anche portando alcuni esempi su cosa dicono e scrivono gli italo-anglofoni mutanti. Così, se sei uno di questi, puoi prenderne coscienza e venirne fuori subito, evitando a partire da oggi una o più aberrazioni che fin ora hai creduto normali. Se invece non lo sei e ti viene in mente qualche altro esempio, scrivilo nello spazio commenti ed io eventualmente aggiornerò il blogpost.

L'italo-angolofono mutante legge in inglese
"Taking a chance" e poi parlando italiano dice
"Prendere una scelta".
No. Le scelte si fanno, non si prendono. Le decisioni si prendono.

L'italo-angolofono mutante legge in inglese
"It's a challenging venture" e poi parlando in italiano dice
"È un'impresa sfidante".
No. Puoi dire che un'impresa è stimolante. Ma non si usa il participio passato di "sfidare" per parlare di un'impresa, un progetto, un obiettivo o simili. Puoi dire "rappresenta una sfida" se proprio vuoi vedercela, ma allora sei tu che sfidi il progetto, non è certo lui a essere sfidante, dato che fino a un minuto fa se ne stava per i fatti suoi (vedi anche "No, quell'obiettivo non è "sfidante". Chi t'ha detto nulla?").

L'italo-angolofono mutante legge in inglese
"I want to be honest with you" e poi parlando in italiano dice
"Voglio essere onesto con te", intendendo che dirà ciò che pensa. Ma allora la parola giusta è "sincero", ed è davvero pazzesco che non venga in mente una parola così comune. E no, non è la stessa cosa. Onesto è chi non ruba, chi non rapina, chi non truffa, etc. Certo, chi truffa dice bugie e quindi non è sincero, così come è vero che per mentire parla, ma non per questo parlare è sinonimo di truffare.

L'italo-angolofono mutante legge in inglese
"Save the date" e poi parlando in italiano dice
"Salva la data".
No. Si salvano i documenti elettronici. Si salvano le principesse dai draghi. Si salvano i compagni di classe andando volontari. Le date non si salvano. Si segnano.

L'italo-angolofono mutante legge in inglese
"Every day I take an omega 3 supplement" e poi parlando in italiano dice
"Ogni giorno prendo un supplemento di omega 3".
No. Col termine "supplemento" si intende qualcosa che si aggiunge a qualcos'altro che appare incompleto parlando tipicamente di un'opera di stampa o del prezzo di un bene o servizio. Il prodotto alimentare costituito da una fonte concentrata di sostanze nutritive e mirato a integrare la comune dieta ha un nome ben preciso e anche ben conosciuto: integratore. Usare al suo posto "supplemento" è come, al posto di "iniezione di insulina", dire "introduzione di insulina", o al posto di "Io vado, ciao" dire "Io mi allontano, ciao", cioè orribilmente inadeguato.

L'italo-angolofono mutante legge in inglese
"At the beginning of the show, I introduced the guest of the evening"
e parlando in italiano dice
"All'inizio dello spettacolo ho introdotto l'ospite della serata".
Ma mentre il sostantivo "introduzione" può essere sinonimo di "presentazione", il verbo "introdurre" ha frai vari significati "inserire", "guidare nell'apprendimento" (se seguito dalla preposizione "a"), e non "presentare", ed è proprio "presentare" la traduzione dell'inglese "introduce".

L'italo-angolofono mutante legge in inglese
"In my work I want to have consistent outcomes" e poi parlando in italiano dice
"Nel mio lavoro voglio avere risultati consistenti".
No. I risultati li vuoi duraturi, non duri alla palpazione. Ma quando mai "consistenti" ha avuto quel significato?

L'italo-anglofono mutante legge in inglese
"He was confident about his ability to ace the exam"
e parlando in italiano dice
"Era confidente sulla sua capacità di superare l'esame".
Ma, forme arcaiche a parte, il significato di "confidente" è "disposto a rivelarti volentieri informazioni intime su di sé".
L'inglese "confident", attribuito a una persona che confida in qualcosa, è da tradurre in italiano con "sicuro" o "fiducioso".

L'italo-anglofono mutante legge in inglese
"Take a deep breath"
e parlando in italiano dice
"Prendi un respiro profondo".
Ma i respiri non si prendono. Si fanno. Si prende aria, si fa un respiro. La traduzione in italiano di quella frase, che non dev'essere letterale, è ovviamente "Fai un respiro profondo".

L'italo-anglofono mutante legge in inglese il titolo
"The secret of gardening explained" e poi scrive in italiano un articolo che intitola
"I segreti del giardinaggio spiegati".
Ma come fa a suonarti bene sta roba? In italiano "spiegato" alla fine di un titolo fa pietà, anche perché è sottinteso che un titolo costituisca la promessa di una trattazione di quell'argomento; è plausibile solo se seguita da una necessaria specificazione, ad es. "spiegato a un bambino". Se invece il titolo si riferisce a un'opera letteraria e c'è bisogno di indicare che è spiegata, e cioè commentata da un saggista, allora si dice "commentato".

L'italo-anglofono mutante legge in inglese
"Look at this microphone I bought online. It came with a nice case"
e traduce con
"Guarda questo microfono che ho comprato online. Veniva con una bella custodia".
Secondo lui gli accessori vengono. NO. Gli accessori corredano un oggetto. La confezione comprendeva anche quell'oggetto. Certo, è vero che gli accessori "vengono con", nel senso che viaggiano nello stesso pacco, ma l'idea che si vuole esprimere riguarda l'essere inclusi nel prezzo, non il viaggio (altrimenti si userebbero altre parole ancora, ad es. "viene incluso nella stessa spedizione").

L'italo-anglofono mutante legge in inglese
"We must stress this concept well to avoid misunderstandings"
e parlando in italiano dice
"Dobbiamo stressare bene questo concetto per evitare fraintendimenti". Sì, accade veramente, anche se può sembrare incredibile alle persone normali.
...Che sanno bene che la parola italiana "stressare" significa, pensa un po', "provocare stress". L'inglese "stress" si traduce con "accentare" o "evidenziare".

L'italo-anglofono mutante legge in inglese
"Having a negative attitude can prevent you from achieving your goals."
e parlando in italiano dice
"Avere un'attitudine negativa può ostacolarti nel raggiungere i tuoi obiettivi".
Ma in italiano "attitudine" significa "talento", "capacità". Cosa che tu non hai, se non sai che "attitude" si traduce con "atteggiamento".

L'italo-anglofono mutante legge in inglese
"decade" [pronunciato "dékeid"], che significa "decennio".
e parlando italiano dice "decade" [pronunciato "dècade"] credendo che sia sinonimo di decennio, e invece significa "periodo di 10 giorni".

L'italo-anglofono mutante legge in inglese
"This is the definitive video editing software"
e parlando in italiano dice "Questo è il software definitivo per il video editing".
Ma in italiano "definitivo" è il contrario di "provvisorio". Significa "destinato a rimanere così". L'inglese "definitive" si esprime in italiano con "migliore di tutti".

L'italo-anglofono mutante legge in inglese
"He entered without damaging the lock, possibly because he had a copy of the key"
e parlando in italiano dice "È entrato senza danneggiare la serratura, possibilmente perché aveva una copia della chiave".
Ma in italiano "possibilmente" non sta a "possibile" come "verosimilmente" sta a "verosimile". "Possibilmente" significa "se possibile e in quanto auspicabile". Si usa in frasi in cui si auspica qualcosa, tipo "Vieni allo studio oggi, possibilmente entro mezzogiorno".
"Possibly" invece si traduce in italiano con "verosimilmente", o "forse", o "magari".

L'italo-anglofono mutante legge in inglese
"anyway"
e quando parla in italiano dice "in tutti i casi" o "in qualsiasi caso".
Sbaglia, perché se si vuole esprimere quel concetto, come tutti sanno, si dice "in ogni caso" o "comunque".

Purtroppo esiste una parte, per fortuna minoritaria, di italo-anglofono mutanti che quando pur educatamente gli fai notare un abominio di questo tipo ti dà del grammar nazi.

No: grammar nazi è chi ti fa le pulci sulle piccolezze. Ma queste insensate, folli, improponibili varianti dell'italiano non possono essere piccolezze, se inducono a dubitare che l'autore sia di madre lingua italiana. E sminuire inaudite devianze sintattiche introvabili nei quaderni di qualsiasi bambino di 6 anni ne innalza la gravità.

Se pensi che io sia esagerato potresti cambiare idea considerando ciò che anni fa sentii uscire dalla bocca di una ragazza italiana: invece che "agisci" o "passi all'azione", pensando in inglese "take action" questa ragazza disse "prendi azione".

Devo rimanere indifferente? Sono un grammar nazi se denuncio un problema che sta fruttando figuracce a persone convinte vada tutto bene, come avessero sulla schiena l'etichetta "scemo" appiccicata di nascosto da un burlone, persone che semplicemente cerco di aiutare e proteggere da ciò che sta loro succedendo e che potrebbe succedere a chi sta loro intorno? No a entrambe le domande.

Ripeto, si tratta di parole di uso comune, e quindi non c'entra l'essere più o meno colti, giovani o anziani. Non c'entra neanche l'essere gente confinata in un paesino o giramondo. Né è una questione di registro linguistico. Nessun registro linguistico include questo vergognoso e inensato schifo di cui sono mio malgrado testimone.

Se violenti l'italiano e non te ne accorgi, mi sento in dovere di fartelo notare per bene tuo, mio e di chiunque altro. Se poi sei così pigro da voler errare in libertà e anzi sostieni che si tratta della normale trasformazione della lingua, bada che la trasformazione è la tua, la stessa che punì un pigro burattino, con la differenza che lui se ne accorse e lo considerò un problema.

11 marzo 2024

Gli animali schifosi (da ammazzare?)

Quando diciamo "schifoso", che ce ne rendiamo conto o no, parliamo di estetica: un disegno schifoso è un disegno brutto, una canzone schifosa è una canzone brutta; è schifoso un odore o un sapore quando una roba è sgradevole all'odorato o al gusto; è schifoso un comportamento che non solo risulta scorretto e immorale, ma è anche particolarmente spiacevole secondo chi lo osserva. Tutti aspetti che concernono la non-piacevolezza. Un aspetto estetico.

Fanno eccezione gli animali?

Uhm

Fanno ipocritamente eccezione.

Noi umani chiamiamo spesso "schifosi" alcuni insetti, ragni, topi, o altri cosiddetti "animalacci" che in realtà possono renderci la vista scomoda o rappresentare un vero o presunto pericolo, ma non hanno nulla di schifoso. Cioè non sono davvero brutti. Non è questo il motivo per il quale ci spaventano.

Lo si capisce se si pensa al fatto che proviamo disagio vedendoli in casa nostra, ma già meno all'aperto, e per nulla se li vediamo in un documentario in TV; anzi, in quest'ultimo caso addirittura li vediamo super-zoomati e diciamo che sono affascinanti, il che include l'essere belli da osservare o, più semplicemente, belli.

Vediamo allora quali sono gli animali davvero schifosi, e cioè brutti. Vediamo quali sono i veri animalacci, almeno dal punto di vista visivo.

Già, l'avete capito, è banale: i tacchini. Posso dirlo con tranquillità, perché so che nessun tacchino legge questo blog, e confido nell'intelligenza di chi legge e che immagino non riferirà ai tacchini nulla di quanto ho appena affermato.

Poi c'è un altro animale, che non è sempre schifoso, ma lo è nella maggioranza dei casi, lo è in media, tanto da poter dire che è tutto sommato schifoso con ottima approssimazione: l'umano.

Mediamente l'umano è brutto, infatti è costretto ad andare in giro vestito... per non fare schifo a chi? Ad altri animali? No. Agli individui della sua stessa specie, addirittura.

Fanno eccezione contesti in cui si è abituati ad avere a che che fare con umani nudi, perché l'abitudine ha il potere di mitigare un po' tutto. Dunque tutto quello che dico in questo articolo vale nella maggior parte delle situazioni e non ad esempio per il mestiere di vari operatori sanitari o per chi usa le docce comuni di palestre o piscine. E chiaramente tutto quello che dico non è rivolto a chi probabilmente non lo leggerà, cioè a persone appartenenti a civiltà primitive dove andare in giro nudi è normale.

Dicevo: in media gli esseri umani, al naturale, fanno schifo agli esseri umani.

Non facciamo confusione con il buon costume e la legalità: certo, è maleducato e illegale andare in giro nudi, ma il motivo per il quale proviamo un senso di schifo vedendo una persona nuda per strada non riguarda il malcostume o l'illegalità. Se vediamo un'automobile che passa col rosso, e il cui conducente sta mostrando il dito medio a tutti, pensiamo "Che imbecille", non "Che schifo". Questo perché disprezziamo l'imprudenza, l'irresponsabilità, la non eticità, la stupidità del suo comportamento, non la sua estetica.
Se invece vediamo un tizio o una tizia senza alcun indumento in un luogo pubblico... certo, pensiamo ANCHE che sia una persona malata di mente oppure un imbecille che vuol fare un qualche esperimento sociale o chissà cos'altro, ma la prima cosa che viene in mente è un senso di schifo. Abbiamo una sorta di disagio viscerale, come quando si ha a che fare con un cibo andato a male o a un oggetto maleodorante o si sente un rumore altamente cacofonico.

Lo so, esistono persone belle, che un senso di schifo non susciteranno, ma sono relativamente rare. La maggior parte delle persone ha una o più delle seguenti caratteristiche:

- ha un brutto sedere

- ha un brutto seno

- è sovrappeso

- ha un brutto scheletro

- ha uno o più specifici elementi anatomici del volto (naso, orecchie, mento, occhi) sproporzionati o di forma diversissima rispetto a come dovrebbero essere per rientrare nei canoni di accettabilità estetica

C'è una grande quantità di esseri umani spiacevoli da guardare anche quando sono vestiti, e cioè le persone sovrappeso, le persone che hanno un brutto volto pur essendo giovani e quelle che hanno un brutto volto a causa dell'invecchiamento.

SCHIFOSO = DA AMMAZZARE?

Io non ammazzo un umano per il solo fatto che lo ritengo schifoso. Forse se una persona brutta entrasse nuda in casa mia senza il mio permesso mi verrebbe inizialmente una qualche voglia di ammazzarla e destrutturarla dandole fuoco. Certamente se non la ritenessi pericolosa frenerei il mio istinto omicida per la solidarietà di base che solitamente gli umani hanno per individui della stessa specie.

Se però vedo in casa mia uno scarafaggio, che ovviamente non è né vestito né è stato da me invitato, io non mi faccio problemi ad ammazzarlo. Anzi, se riesco lo ammazzo proprio. Proprio mentre scrivo questo articolo rifletto sul perché io ammazzo gli scarafaggi e non faccio lo stesso con ragni e cimici (che solitamente prendo delicatamente con uno o più cartoncini per buttarli fuori). E rovistando nella mia mente noto che peculiarità dello scarafaggio è avere al tempo stesso le seguenti caratteristiche:

1) è nocivo per motivi igienici

2) è molto brutto e quindi è spiacevole averlo intorno (sì, anche se lo guardo in un documentario penso "che brutto")

3) mi sta antipatico perché si muove molto velocemente (scappa e vuole fare sempre come gli pare, non è che lo si può invitare a salire su un cartoncino e avere il tempo di accompagnarlo all'uscita)

4) nessuno gli ha detto di entrare in casa mia (e se gliel'ha detto comunque non doveva entrare lo stesso, perché è a me che devi chiedere se puoi entrare in casa mia, non a una persona o a un animale a caso)

5) se lo liberassi all'esterno potrebbe entrare nuovamente nella mia abitazione o entrare in una abitazione altrui in qualche modo (ad esempio nello stesso modo usato in precedenza); potrebbe farlo lui o gli individui che genererebbe riproducendosi

Dal quinto motivo si capisce perché, se posso e se non mi richiede troppo impegno, ammazzo anche uno scarafaggio se lo vedo nei dintorni della mia o di una qualunque altra abitazione. Per la verità lo ammazzo anche se lo vedo lontano da un centro abitato. Del resto gli scarafaggi che vivono nei centri abitati ci sono arrivati partendo da luoghi inabitati, loro o le loro generazioni precedenti. Dunque, visto che fra l'altro dal mio punto di vista non apportano al mondo alcun beneficio, ritengo auspicabile la loro estinzione. Non illudendomi di ottenerla, mi limito ad ammazzare scarafaggi quando ne ho occasione, facendo la mia parte per limitarne l'espansione.

Insomma,

se ti comporti da invadente, se mi importuni nel posto che confido essere garanzia di tranquillità, la mia abitazione (che ho acquistato con soldi guadagnati onestamente e faticosamente, e che rappresenta il mio rifugio e luogo di relax dopo una giornata di lavoro) magari posso anche perdonarti. Ti perdono se sei un essere che abbia per lo meno un lato positivo, ad esempio sei bello, oppure inoffensivo, o simpatico, o sei un essere che dimostra di capire di aver sbagliato in quanto dalle mie parti non è aria non perché io sia cattivo, ma perché se dovessi far entrare in casa mia tutti gli animali che lo desiderano diventerebbe un micro-zoo, nel quale fra l'altro dovrei stare attento a come cammino per non ammazzare nessuno. Se invece non hai un solo lato positivo, uno che sia uno, diamine, allora non so proprio per quale motivo dovresti meritare di rimanere in vita.

Ma

se avessi la garanzia che gli scarafaggi stessero e rimanessero in un luogo circoscritto, quindi "noi di qua, voi di là", non andrei certo ad invadere il loro territorio per sterminarli. E se ci fosse una terra di mezzo di coesistenza di umani e scarafaggi, tutto ok. Li considererei brutti, vero, non è che cambiano i gusti estetici in base al comportamento, ma li rispetterei evitando fra l'altro di far loro pesare una bruttezza non derivante da una loro colpa.

Non ritengo plausibile dire "lo ammazzo perché mi fa schifo".

Per ammazzare ritengo necessarie motivazioni aggiuntive, come quelle descritte nell'elenco sopra.

Se non ne sei convinto, ti invito ad immaginare la reazione emotiva che avrebbe la maggior parte della gente della società in cui vivi vedendoti nudo/a. La maggior parte della gente non allenata a vedere persone nude non tenterebbe di procurarti la morte, né te la augurerebbe. Eppure gli faresti schifo. Non perché sei riverso a terra dopo un'ubriacatura e stai giacendo in una pozza di vomito. Non perché sei stato colto da un attacco di diarrea e non hai fatto a tempo a raggiungere il bagno. Lavati pure, improfumati e pettinati quanto ti pare: tu, se non nascondi la maggior parte del tuo corpo con dei vestiti, fondamentalmente non ti si po guardà. Non è una considerazione proveniente da esseri divini o in qualche modo superiori come siamo noi in confronto agli scarafaggi. Fai schifo agli esseri della tua stessa specie, siano essi più belli di te, di pari grado estetico o anche più brutti.

Se hai letto con un sorrisetto di sufficienza pensando che ciò non vale per te in quanto fai parte di una minoranza essendo bello/a, ti invito a considerare la stessa cosa fra qualche decina di anni, o a pensare a una persona anziana a cui vuoi bene.

Questo breve esercizio di immaginazione potrebbe aiutarti a capire che dire "Ammazzo questo animale perché fa schifo" significa darsi la zappa sui piedi, perché l'essere che fa schifo per eccellenza è, purtroppo per noi, l'essere umano.
Per dimostrarlo mi è bastato fermarmi all'aspetto visivo. Non ho neanche avuto bisogno di infierire menzionando quanto ulteriormente aumenta lo schifezzeria dall'essere umano a causa dei vari materiali che il suo corpo emette, per i quali rimando alla canzone "Silos" di Elio e Le Storie Tese.
Né c'è stato bisogno di menzionare l'aspetto gassoso, che vede l'umano responsabile di cattivi odori molto più di altri animali popolarmente definiti schifosi come insetti, ragni, etc.
Ah, e non ho avuto bisogno di ricordare che mangiare carne di tacchino è dai più considerato normale, mentre mangiare carne umana è considerato, guarda un po', schifoso.

Alla luce di tutto ciò forse non dovrebbe stupire il fatto che vedere sull'asfalto dello sterco di cavallo o di cane suscita decisamente meno schifo rispetto a vedere analogo oggetto sapendolo esternato dall'animale più intelligente, ma anche più ipocrita di tutti.

21 febbraio 2023

"Ti do del tu"

Oggi voglio esprimere qualche considerazione su quelli che dicono "Ti do del tu", e a cui mi piacerebbe rispondere, estraendo dalla mia tasca una bomboletta non più in commercio, "E io ti do il DDT".

Quelle quattro parole si presentano tipicamente in due modi.

1)

Annesse a una giustificazione relativa all'età:

"Ti do del tu perché potresti essere mio figlio".

Immaginate che accada di nuovo. Infatti vi è già successo, immagino, se avete più di 18 anni. Di nuovo, oggi una persona vi dice

"Ti do del tu perché potresti essere mio figlio".

Che sensazione vi dà? A me dà una sensazione simile a quando si ascolta una persona che trasuda ipocrisia da tutti i pori, dalle unghie e dalle scarpe, che se cammina deve fare attenzione a non scivolare, cadere e fare ciaf in quel lago di viscidume oleoso.

Non mi riesce pensare che una persona a sta scemenza ci creda davvero. Ma facciamo finta che ci creda davvero. Questo mi porterebbe a pensare che:

- quello è l'unico motivo per il quale vi dà del tu, perché se ce ne fossero altri li avrebbe specificati anch'essi oppure non ne avrebbe specificato alcuno;

- secondo quella persona, in assenza di altri motivi validi (come nell'ipotesi di specie), se non si è molto più anziani di un interlocutore non bisogna dargli del tu;

- ...quindi quella persona può darvi del tu, ma voi non potete fare lo stesso con lei.

Insomma, la frase apparentemente gentile "Ti do del tu perché potresti essere mio figlio" è in realtà stra-maleducata, perché è un altro modo (subdolo) per dire

"Siccome ho molti più anni di te, io posso darti del tu, ma tu devi darmi del lei".

Possibile obiezione:

"Ma no! È una frase affettuosa, con cui quella persona invita anche te a dargli del tu, infatti i figli danno del tu ai genitori!"

Se nella vostra testa è nata questa obiezione, vi sfugge che non è questo il punto. Quella frase serve solo a indicare una differenza di età, non indica un ipotetico legame di sangue. Se indicasse un ipotetico legame di sangue non costituirebbe un'argomentazione, perché ovviamente chiunque potrebbe essere parente di chiunque, eppure in virtù di quel "potrebbe" nessuno direbbe mai a una persona sconosciuta "Ti do del tu perché potresti essere mia mamma", e infatti sono pronto a scommettere che questa frase non l'hai mai sentita dire.

Se obiettate che tutto sommato quella è comunque una frase affettuosa vi sbagliate, perché lo sembra solamente, e può sembrarlo solo di primo acchito a una persona poco attenta. Il fatto che normalmente i genitori provino affetto per i propri figli non significa che una persona possa comportarsi come un genitore senza esserlo per via del fatto che ha una certa età, quant'è vero che nessuno troverebbe plausibile dire "Ti tocco il sedere perché potresti essere la mia fidanzata". Quando siamo di fronte a una metafora, una similitudine, un qualunque paragone, per coglierne il significato dobbiamo capire qual è l'aspetto che il parlante vuole evidenziare. In questo caso no, parlare di rapporto genitore-figlio non ha lo scopo di evidenziare l'affettività di quel rapporto, ma solo la differenza di età.

Quindi cosa rispondere, senza sembrare altrettanto arroganti a una persona che dice

"Ti do del tu perché potresti essere mio figlio"

che in realtà significa

"Io ti do del tu, e tu mi devi dare del lei"

?

Credo che una buona risposta potrebbe essere

"No problem, però se la ferma un poliziotto di 20 anni non glielo dia del tu".

2)

Quelle quattro parole usate come intercalare, senza nessuna giustificazione dichiarata, tipo avvertimento. Semplicemente

"Ti do del tu".

Un avvertimento utile esattamente come la mia seguente frase: "Io in questo momento sto scrivendo".

Credo che la miglior risposta sia

"Sì sì, ho presente i pronomi".

23 febbraio 2022

Compleanno visto ottimisticamente

Qualche giorno fa ho sentito un bambino dire che non si dovrebbe festeggiare il compleanno, perché manca un anno in meno al giorno che ci separa dalla morte.

Non è che si tratti di un bimbo particolarmente pessimista eh. Era sicuramente tipo una battutella filosofica che aveva sentito da qualche adulto. Però ho voluto rispondere ugualmente, pur a scoppio ritardato, inviando un messaggio a sua mamma, mia cara amica. Messaggio che riciclo pure qui, data la sua lunghezza e dato che sono un ecologista.

Il compleanno mica è un festeggiamento riferito al numero degli anni. Quella è una speculazione successiva, che in effetti spesso erroneamente viene fatta passare per principale (“compiere X anni”). È analogo a un Natale, non a un ultimo dell’anno. Si dice “È Natale”, non “È il duemilaventiduesimo Natale” (sì, lo so che Cristo non è nato il 25 dicembre). Si tratta piuttosto di festeggiare una ricorrenza, cioè di ricordare il giorno in cui siamo venuti al mondo.

Certo, è improbabile che venga sradicata la diffusa abitudine di dire, a ogni compleanno, quanti anni si compie. Ma anche in questo caso non è detto che la si debba vedere in modo negativo. Non è che quando godi nel mangiare un gelato* la prima cosa che ti viene in mente è “Che tristezza, mi rimane un gelato in meno di tutti quelli che mangerò prima di morire”. Ti godi il gelato e basta. Così il compleanno lo si può eventualmente vedere in modo ottimistico considerando:

1) il fatto che siamo riusciti ad arrivare a questa età (molti non ce la fanno)

2) il fatto che il nostro corpo funziona bene, tenendo conto dell’età

Se il punto 2 non corrisponde a verità, si tratta di un problema che non riguarda certo il compleanno, che comunque può essere festeggiato per il punto precedente… sempre che il punto precedente dia allegria. Se così non è, e cioè non si è contenti di essere vivi, allora si può pensare a quello che ha detto il bimbo di cui sopra, ma essendone felici.

*gelato vegano 

Nella foto, io nel giorno del mio compleanno del 2019., in procinto di esprimere coi fatti il suddetto punto 2.

17 febbraio 2021

"Imprenditore di me stesso"

Se si vuole descrivere il settore in cui un tizio imprende, si dice "imprenditore" e poi si aggiunge un aggettivo, ad es. "imprenditore edile", o "imprenditore tessile", oppure si usa una preposizione articolata derivata da "in", quindi ad esempio "imprenditore nel campo dei cosmetici cancerogeni" o "imprenditore nel settore degli elettromedicali che non servono a un cazzo". Ora che ci penso a volte si usa anche il "di" o preposizioni articolate derivate, ad es. "imprenditore del vino".

Altri usi della formulazione "imprenditore" + "di" + altra parola, che io sappia, servono per indicare la città di nascita dell'imprenditore (es. "imprenditore di Frittole"), oppure il materiale di cui è costituito (es. "imprenditore di merda") oppure ancora il fatto che belle cose gli succedono ("imprenditore di successo"), da non confondersi con quelle buffe o imbarazzanti ("imprenditore, che è successo?").

Per cos'altro si può usare il genitivo? Boh... semplicemente per indicare a quale epoca o a quale mia calzatura o regione anatomica appartenga l'imprenditore, quindi ad es. "imprenditore del futuro" e "imprenditore dei miei stivali".

E quando uno dice di essere "imprenditore di me stesso", di quale tipologia di accezione si tratta?

Di primo acchito verrebbe da dire la prima, e cioè "di me stesso" indica ciò che uno vende o affitta: sé stesso. Il che di primo acchito fa pensare a uno schiavo o a un prostituto.
Ma magari non è uno schiavo né un prostituto, e quindi è necessario un secondo acchito. Magari vuole dire che vende altri servizi, erogati da sé stesso. Quindi vuole tenerli segreti, perché in questo caso dire "sono imprenditore di me stesso" è come dire "vendo delle cose che vendo io" o "erogo dei servizi che erogo io". Non me lo vuoi dire, insomma, che diamine vendi o che diamine fai. Perché anche un imprenditore del vino vende cose che vende lui, ma se gli chiedi cosa fa di mestiere non è che ti risponde che è un imprenditore di sé stesso.

Tale accezione non mi pare granché lontana da quando si usa "di" per indicare l'appartenenza a una persona. Imprenditore che appartiene a sé stesso. È una cosa sua, come ti direbbe una ragazzina timida se le chiedi cos'ha fatto col suo fidanzatino alla seconda uscita (comunque te lo posso dire io: gli ha fat... no, via, non te lo dico, non sarebbe corretto nei suoi confronti... AHEM! Un mugolone). Ma in questo caso non vedo a che serva specificarlo e soprattutto a cosa possa giovare tipo scriverlo sul profilo Facebook: come se un fruttivendolo esponesse un cartello per chiarire che quei cetrioli sono suoi. E che ti devo dire... tieniteli. Gelosone golosone.

06 febbraio 2021

"Dille di non preoccuparsi": una triste cafonata femminile

Il web è pieno di pagine che consigliano agli uomini cosa non fare. Dunque perché non creare una pagina in cui si dà consigli analoghi a quelle creature dolcemente complicate, affinché quel dolcemente non diventi un pesantemente?
Semplicemente perché neanche oggi ne ho voglia. Una roba troppo lunga. Però un singolo consiglio lo voglio dare (forse in futuro integrerò, magari con l'ausilio di lettori commentatori).
 
Ecco il mio consiglio:
 
Se un uomo, scherzando, ti dice che un'altra donna potrebbe essere gelosa vedendovi insieme, NON rispondere tipo "Ah ah... No no, guarda, dille di non preoccuparsi".
 
È una risposta parecchio brutta.
 
Può darsi che ciò che ho appena scritto susciti in qualcuno il pensiero "E dai... ma fattela 'na risata!".
 
Ma una frase del genere, anche se viene presentata col tono di una battuta spiritosa, in realtà non fa ridere neanche da ubriachi fradici. Proprio non fa sollevare di un millimetro un angolo della bocca. Non fa sbuffare dal naso un milligrammo di aria. Non perché sia una battuta spiritosa venuta male, ma perché in realtà non si tratta di una battuta spiritosa. Non contiene né ironia, né un'esagerazione, né una metafora, non sorprendere in nessun modo e dunque non ha nulla di scherzoso. Che battuta è una frase del tipo "Mi fai schifo" o "È impossibile che io mi fidanzi con te"? Non lo è. E "Dille di non preoccuparsi"? Stessa cosa.

Allora cos'è? Guardando il contenuto del messaggio, al di là della sua insensatezza concettuale (è ovviamente inefficace dire a una persona gelosa "non preoccuparti"), l'unica cosa che posso concludere è che si tratta nient'altro che di una pura cafonata. Tutto qua.

Chi non lo capisce al volo può immaginare uno scenario a sessi invertiti: un uomo che dice una cosa del genere a una donna risulterebbe, oltre che per nulla divertente, un bieco stronzo esaltato psicopatico maleducato etc etc. Quindi, poiché i sentimenti circolano tanto nella testa delle femmine quanto in quella dei maschi, quella è esattamente una cafonata anche quando proviene da una donna, nonostante la sua scortesia sia socialmente più accettata.

Non dovrebbe esserci bisogno dell'astrazione dello scambio di ruoli, né di un blogpost così lungo per spiegare che la frase "Dille di non preoccuparsi" è parecchio stupida e triste anziché divertente, ma siccome l'ho sentita più volte in passato, e stamattina ne ho sentita una versione ancora più stupida e insensata (che vi risparmio) ho deciso di pubblicare 'sto spiegone facile facile, cosicché anche una ritardata sociale possa comprenderlo.

Altri comportamenti che consigliereste alle aspiranti donne rispettose e piacevoli? Scriveteli nello spazio dei commenti, possibilmente argomentando.

14 ottobre 2020

I titoli più scemi? Sono quelli che iniziano con domande insensate.

Penso il concetto sia chiaro.

Ma chiarisco ulteriormente. Una domanda può essere abbreviata. Tipo: "Un caffè?" significa "Vuoi un caffè?".

E si capisce. Se mi chiedi "Un caffè?" io capisco che c'è il "vuoi" sottinteso.

Ma i titolisti dei giornali, colpevoli di scrivere titoli come quello di questo articolo, scrivono domande che sottintendono qualcosa che non si capisce. Lo si capisce solo quando leggiamo la risposta.

Tipo: 

"Le banane? Vengono dal sud-est asiatico."

Finché non leggi la risposta non capisci la domanda. Quindi è una domanda che fa montare la rabbia.

"Le banane?"

Eh. Le banane. E allora, che ti devo rispondere? Sono gialle. Si mangiano. Si rubano infilandole nelle maniche. Le banane cosa? Non so che diamine vuoi sapere. Spiegati meglio. Ah, volevi sapere da dove vengono. Bene. L'ho capito dalla tua risposta.

So già che qualcuno muore dalla voglia di dirmi "Ma è una domanda che non abbisogna di una risposta! Si chiama domanda retorica!".

No, non è una domanda retorica. La domanda è retorica quando dalla domanda l'interlocutore capisce la risposta. Nel caso di fattispecie non si capisce un bel niente. C'è uno che fa le domande senza senso, si dà una risposta e pensando di esser fantasimpa e invece è uno che stimola la voglia di prenderlo a pedate nel sedere fino alla scuola primaria.

Ma non è che questa formula serve per  abbreviare?

Ma abbreviare cosa?

"Le banane vengono dal sud-est asiatico"

Se ci aggiungi un punto interrogativo e una lettera maiuscola non accorci. Allunghi. Fra l'altro i titoli scritti dalle persone normodotate non hanno il punto in fondo. E invece quelli che iniziano con le domande insensate spesso hanno il punto in fondo, tanto per dare l'idea che stiamo leggendo un discorsetto (mentre il titolo dovrebbe solo indicare l'argomento dei discorsetti che stanno sotto), quindi altro allungamento.

E insomma questa è uno dei sintomi della pseudo-titolosi diffusa fra i titolisti degli ultimi anni. Sì, ci sono altri sintomi, anche più gravi (ho detto nel titolo "i titoli più scemi", ma ho mentito... così mi sono ancor più immedesimato nel titolista-spazzatura). Forse ne parlerò in futuro. O forse no. Chi può saperlo? Non lo so chi può saperlo. Te lo sai? No. Io nemmeno. Via, ciao.

27 luglio 2020

La retorica del "Non puoi capire"

Nell'arco di una settimana circa per due volte ho letto messaggi del tipo "non puoi capire".

Uno voleva giustificare il suo linguaggio al limite dell'arrogante, e per farlo ha detto che quando avrò 60 anni capirò.

Un altro voleva giustificare l'amore per Napoli scaturito dalla lettura di una storia che più che suscitare amore avrebbe dovuto suscitare riprovazione (ne ho parlato in questo articolo), e ha detto che siccome non sono di Napoli e non conosco le dinamiche di Napoli non posso capire.

E i senesi che amano quel palio di merda che dicono "se non sei di Siena non puoi capire".

E i napoletani che dicono "se non sei di Napoli non puoi capire".

E i violentatori di bambini che dicono "se non sei pedofilo non puoi capire".

E i sedicenti vecchi saggi che dicono "Hai solo X-N anni, non puoi capire" (peggio dei mister rassegnazione-comodone, il che è tutto dire).

E le donne che non puoi capire perché non sei una donna.

E i negri discriminati che non puoi capire perché non sei negro.

E le battute di Pippo Franco che non ti fanno ridere perché non sei Pippo Franco.

E la suora che diceva al tizio che non aveva ancora la fede perché evidentemente non era ancora il suo momento (ma sembra che Dio abbia programmato il suo momento senza tenere conto di un certo camion, che l'ha investito poche ore dopo).

Poi arrivi a X anni e capisci che no, non c'era nulla da capire, quello voleva solo aver ragione. O semplicemente molto prima conosci persone anziane educate.

E ti capita di parlare con un napoletano obiettivo e non turbo-campanilista e ti rendi conto che "non puoi capire" significava "non rompere".

Vedi un servizio giornalistico sui pedofili che riconoscono la loro patologia come un problema, e capisci che non tutti i pedofili violentano i bambini, ma anzi probabilmente la maggior parte di loro tiene a freno quella pulsione.

Etc.

(no, sui Senesi non saprei dire, ancora non ne ho incontrato uno che capisca che il palio è una schifezza)

Questa retorica del "non puoi capire", propria soprattutto di senesi, napoletani e sedicenti saggi per anzianità mi ha stufato. Perché fortunatamente disponiamo di un linguaggio, che ci permette di spiegare le cose.

Se non riesci a spiegarle vuol dire che non hai padronanza della lingua (e la non padronanza della lingua è spesso associata a una difficoltà di valutazione in generale, per cui l'affidabilità di quello che dici dovrebbe vacillare anche ai tuoi occhi), oppure che in fondo non ci credi nemmeno tu.

29 giugno 2020

Vi spiego la parola "ovvero"

La lingua si evolve. I significati delle parole anche.
Le persone cambiano il modo di parlare, e parlano allo scopo di farsi capire nel linguaggio che odiernamente viene usato da tutti.

Fanno eccezione i giuristi, strani animali che per sentirsi importanti rifiutano di evolversi e di farsi capire dalla gente. Animali a cui non costerebbe nulla scrivere e dire "oppure", ma che purtroppo sono allergici a questa parola e preferiscono usare l'equivoco "ovvero".

Che malattia hanno per non limitarsi a usare "ovvero" come lo usano le persone normali e cioè come sinonimo di "cioè"? Perché si ostinano a usarlo come se significasse "oppure" ?

Ecco la storia.

In un certo senso "ovvero" tutt'oggi significa "oppure"... un "oppure" riferito non a ciò di cui si sta parlando, ma ALLE PAROLE appena usate per indicare ciò di cui si sta parlando. Vale a dire che oggi "ovvero" significa

"oppure si può dire anche".

Esempio:

"Scrivo con un bastoncino di legno all'interno del quale è inserito un'anima di grafite, ovvero un lapis."

In questa frase "ovvero" significa "oppure", in questo senso:

"[...] un bastoncino di legno all'interno del quale è inserito un'anima di grafite, oppure si può dire anche lapis".

Ecco in che senso oggi "ovvero" significa "oppure". In questo senso, e in nessun altro, nella testa delle persone normali. Anche nella testa delle persone ritardate, in verità. Ma non in quella dei giuristi. Non esageriamo.

Stessa cosa accade per la congiunzione "o" usata come disgiuntivo fra due possibili terminologie:

"Oltre alla tibia, nella gamba è presente la fibula o perone".

È ovvio che ciò non significa "è presente la fibula oppure è presente il perone"; significa che quello stesso osso possiamo chiamarlo fibula oppure possiamo chiamarlo perone).
È ovvio, e quindi non è necessario decidere se attribuire alla congiunzione "o" il significato disgiuntivo linguistico o attribuirvi il significato disgiuntivo fra due cose.

Questa ovvietà non sussiste per la parola "ovvero". Infatti, come molte persone possono testimoniare, se si continua a usare "ovvero" a volte riferito all'oggetto di cui si parla e altre votle riferito alla terminologia (sarebbe a dire a volte con significato di "oppure" e a volte con significato di "cioè"), si continuano a generare inevitabili equivoci e necessità di chiedere spiegazioni su cosa l'interlocutore intenda.

È un dato di fatto che la lingua si è evoluta in questa direzione: le persone normali usano "ovvero" nel senso di "o" unicamente per indicare la possibilità di usare un altro termine. Vale a dire lo usano come "cioè". L'altro uso, equivalente a "oppure" in generale, è obsoleto. Gli italiani hanno deciso così. Per evidenti motivi, è stata una decisione importante di cui si dovrebbe tenere conto se è vero che la lingua serve per capire e farsi capire.

Ma si sa, i giuristi non ce la fanno. Ce la fanno i bimbi della scuola primaria, i giuristi no. Dire e scrivere "oppure" è troppo difficile.

28 gennaio 2019

Bufala: dire "esci il cane" è corretto secondo l'Accademia della Crusca

Uscire il cane - Bufala: non è corretto
Vari siti web, alcuni anche famosi, hanno riportato in questi giorni una notizia falsa, su cui molti sono cascati, non avendo letto attentamente (o, come avviene spesso, non avendo letto proprio) l'articolo di Vittorio Coletti pubblicato sul sito dell'Accademia della Crusca l'11 gennaio scorso, a cui i bufalari si riferiscono.

Addirittura il sito italiano dell'Huffington Post titola La rivincita del Sud. Per la Crusca si può dire "esci il cane" o "siedi il bambino".

Al suo interno si legge:

Quante volte avete sentito dire [...] "esci il cane", "entra i panni", o "siedi il bambino" e avete pensato che fosse sbagliato? Da oggi sappiate che non è più così. Almeno nella lingua parlata.

Da oggi un corno.

Non da oggi, ma da sempre ci si può esprimere come si vuole nella lingua parlata (in questo caso è pacifico che per "lingua parlata" si intenda "linguaggio informale usato fra parenti, amici, etc", perché se ad es. il Presidente della Repubblica parla alla nazione ok, anche quella è lingua parlata, ma si tratta di un impeccabile italiano corretto).

Nell'articolo di Vittorio Coletti c'è scritto:

Diciamo insomma che sedere, come altri verbi di moto [fra cui "uscire", che l'autore aveva citato fra gli esempi in precedenza], ammette in usi regionali e popolari sempre più estesi anche l’oggetto diretto e che in questa costruzione ha una sua efficacia e sinteticità espressiva che può indurre a sorvolare sui suoi limiti grammaticali.

Beh, si sapeva. Questo articolo non mi pare portatore di alcuna novità, e la sua lettura mi pare possa essere utile solamente a una persona straniera.

Ha poco senso discutere di ciò che si può dire o che non si può dire nell'ambito di un linguaggio regionale o popolare, citato evidentemente affinché non lo si confonda con l'italiano corretto, quest'ultimo usato dai giornalisti in TV, dai legali nei tribunali, dagli studenti nelle interrogazioni, etc.

Allora grazie tante che si può usare. In contesti in cui l'importante è farsi intendere in qualche modo è sempre stato lecito usare un linguaggio dialettale o popolare. Lecito, ovvio... qualcuno ha pensato che invece usando quei termini si rischiasse una multa o l'arresto?

2)

Vittorio Coletti ha scritto, nel secondo paragrafo del suo articolo, che è lecita la costruzione transitiva del verbo "sedere". Non afferma niente del genere per le altre diciture, di cui parla solo nel paragrafo precedente. Saper leggere, ragazzi. Saper leggere:

È lecita allora la costruzione transitiva di sedere? Si può rispondere di sì [...] Non vedo il motivo per proibirla e neppure, a dire il vero, per sconsigliarla.

Mi pare la cosa abbia senso, dato che è corretta l'espressione "io mi siedo", dove il "mi" è complemento oggetto. Dunque io siedo me stesso. Se invece di sedere me stesso siedo il bambino, non vedo il problema.

Mi arrabbia il fato che per accaparrarsi visite in più, certi bufalari addirittura si inventano notizie false sulla lingua italiana.

"Uscire" è intransitivo, e viene usato come transitivo solo a livello dialettale/popolare. Quindi farlo passare per italiano corretto era e rimane un errore. Non è italiano per me, non lo è per gli insegnanti di lettere, non lo è per i giornalisti e non lo è per l'Accademia della Crusca.

05 agosto 2018

Buonista

Nel vocabolario online Treccani c'è. Sì, c'è "buonista", sul Treccani. La definizione è "Chi, o che, ostenta buonismo". Si va quindi a "buonismo" e si legge "Ostentazione di buoni sentimenti, di tolleranza e benevolenza verso gli avversarî, o nei riguardi di un avversario, spec. da parte di un uomo politico".

E sul Garzanti?

Vedo che anche sul sito Garzantilinguistica c'è "Buonista", le cui definizioni sono "che dimostra, è improntato a buonismo" e "che, chi privilegia una condotta improntata a buonismo". E però "buonismo" non c'è. Forte, ragazzi.

Che dire sulle origini della parola "buonista" ?

Ho cercato sul web, e l'unica fonte in merto che ho trovato è la spiegazione del docente di Storia della Lingua Italiana e di Sociolinguistica Federico Faloppa, che ha affermato che "buonista" / "buonismo" vennero usati per la prima volta in Italia intorno al 1993, con riferimento all'atteggiamento di tolleranza verso gli avversari politici adottata da Walter Veltroni (fonte: https://www.cartadiroma.org/news/buonisti-o-cattivisti/).

Oggi il termine "buonismo" viene erroneamente usato da ignoranti scemi stronzi beceri per accusare una persona di essere o finge di essere esageratamente buono nei confronti di chi non se lo merita.

Le persone che vengono così descritte-accusate, in realtà, sono persone che assennatamente hanno deciso di non farsi prendere in giro dai politici ignoranti scemi stronzi beceri, quelli che fanno leva sugli istinti di rabbia, paura e vendetta della gente.

18 giugno 2018

Il maledetto uso improprio dei due punti

Due punti - uso improprio

Quella mattina del 2005, nella casa di riposo in cui lavoravo, una mia collega era assente. Aveva lasciato un biglietto con scritte alcune cose ci chiedeva di fare al posto suo. Nel biglietto c'era scritto

"Buongiorno: [...]"

Il seguito non lo ricordo. Ma pazienza, perché questo frammento è l'unica cosa importante adesso. Lo trovai divertente. Buongiorno seguito da due punti era divertente, perché dava l'idea che subito, subitissimo dopo la parola "buongiorno" dovevamo concentrarci nella lettura delle cose da fare. Insomma, sembrava che la collega, dicendo "Buongiorno" ci stesse mettendo una mano sulla testa accennando un'affettuosa carezza che una frazione di secondo si trasformava in una spinta per dirigere gentilmente il nostro sguardo sui compiti da eseguire.

Questo è l'unico uso improprio dei due punti che ho trovato divertente in via mia. Tutti gli altri siano maledetti.

In particolare quello che ho letto stamattina... Accademia della Crusca, tu quoque!

Stamattina sulla pagina Facebook della Crusca è stato condiviso questo articolo di Luca Serianni, pubblicato sul sito nel 2014.

...In cui ho letto:

"Un ERRORE DI ORTOGRAFIA non comporta un'incriminazione: però può compromettere il buon esito [...]" 

Ecco.

Era da tanto che volevo gridare al mondo la mia rabbia per il volontario uso improprio dei due punti. Adesso che mi accorgo della presenza di questa deplorevole condotta anche in un articolo della prestigiosa istituzione che da secoli si occupa di lingua italiana, non voglio più rimandare.

Il significato dei due punti non è un generico "ora ti dico qualcosa in più".

Il fatto che io ti dica qualcosa in più era già ovvio. Lo capisci semplicemente dal fatto che sto continuando a scrivere o parlare.

Il significato dei due punti è

"di seguito spiego ciò che ho appena introdotto".

oppure

"di seguito faccio un elenco".

Purtroppo in frequenti casi come quello esemplificato (spero vivamente l'articolo sul sito della Crusca verrà corretto in seguito al mio commento su Facebook), i due punti vengono usati in sostituzione di virgola o punto e virgola.

Quest'uso dei due punti è stato inventato dai giornalisti e dai blogger per aumentare le probabilità che il lettore prosegua la lettura anziché interromperla. Fra questo e l'uso di "piuttosto che" come disgiuntivo non so quale dei due mi fa imbufalire di più.

Una volta anche ai bambini e ai ragazzini della scuola dell'obbligo veniva chiaramente insegnato che (spiegazione semplificata, ed esempio non esaustivo) non si mettono i due punti dopo un "ma" o dopo un "però". Adesso invece viene fatto, e finora non ho notato nessuno che ci faccia caso.

BASTA.

Cessate e fate cessare questo scempio.

Aggiornamento

L'amministratrice della pagina FB dell'Accademia della Crusca non l'ha presa bene e inoltre pensa che l'errore di cui ho parlato non esista. Che cosa tremenda. Proprio da parte di chi si suppone dovrebbe amare e conoscere la lingua italiana. Mi viene il vomito.

Altra cosa: nella discussione che è seguita nello spazio dedicato ai commenti, un po' per caso mi è venuto in mente che... 

ho letto più votle altri titoli di giornale nei quali è presente l'errore opposto!
Cioè vengono sostituiti i due punti con la virgola. Oltre che omesse le virgolette. Lo fanno i giornalisti quando citano (o storpiano con riassunti mutanti) le frasi di qualcuno. Ad esempio:
 

Berlusconi, Mangano eroe
 

invece che
 

Berlusconi: "Mangano è un eroe"
 

Bleah, anche qui.

10 maggio 2018

No, quell'obiettivo non è "sfidante". Chi t'ha detto nulla?

Stamattina la pagina Facebook dell'Accademia della Crusca ha linkato un articolo del 2013 del sito dell'associazione intitolato "Una questione sfidante".

In tale articolo l'autrice parla di un recente uso della parola "sfidante", il cui significato non è "che sfida", ma "che pone delle sfide". Ecco cosa dice di questo significato:

"[...] se ne osserva una progressiva diffusione nell’uso che potrebbe portare a una sua affermazione nella lingua italiana."

Sigh. Nessuna condanna. Anzi. Prosegue così:

"E inoltre, se vi si riesce a valorizzare l’aspetto positivo, la parola sfidante potrebbe forse aiutarci a vedere in ogni situazione difficile anche una sfida e una possibilità di miglioramento e di crescita."

Ci sono tante parole che possono aiutarci a valorizzare quella o quell'altra cosa. Il bisogno di farlo non è certo giustificato dalla storpiatura del significato di una parola con l'importazione dall'inglese non solo di sostantivi e aggettivi (cosa che entro un certo limite è anche accettabile), ma anche delle regole sintattiche. Altrimenti, siccome in inglese si dice "to have a shower" e "to take a chance", sarebbe legittimo dire in italiano "avere una doccia" e "prendere delle scelte" (non avrai mica pensato che "prendere delle scelte" è normale, vero?). Sarebbe legittimo tradurre tutto letteralmente, sempre.

Le traduzioni letterali possono dare origine a errori comprensibili e perdonabili quando stai parlando una lingua straniera: non sai come si costruisce un certo tipo di frase, e azzardi l'applicazione di regole italiane alla lingua inglese sperando che vadano bene, salvo poi essere corretto.
Ma quando parli LA TUA lingua... quella la devi conoscere! Non puoi fare volontariamente errori di costruzione per il fatto che in inglese si parla in quel modo lì!

Dire che una certa cosa è "sfidante" è un errore perdonabile per un inglese che sta imparando a parlare italiano, non per un italiano che...

...che...

...che vuole fare il ganzo.

Sì, perché proprio come per la storia del "piuttosto che" con funzione disgiuntiva, l'errore di cui sto parlando non è dovuto all'ignoranza, ma alla convinzione di essere ganzi, perché si usa la lingua in maniera nuova. Tipico dei contesti aziendali e dello sviluppo personale. Guarda come ti stupisco. Guarda come cambio il mondo con la mia visione (VISIONE???).

No, ragazzo. Guardo come sei un asino.

Una cosa può essere irritante perché ti irrita, ed è plausibile che qualcuno o qualcosa possa irritare anche passivamente, quando ad esempio viene guardata.
Ma non è così per "sfidante". La sfida è intesa, in qualche modo, come attiva. Sfidante è qualcuno che ti sfida perché decide di farlo. Non qualcuno che, senza volerlo, ti appare come un tizio che ti sfida, per il fatto che nella tua testa costruisci in qualche modo quell'immagine, quel contesto, e di conseguenza ti atteggi. E il fatto che si tratti di un persona, di una cosa o di una impresa è irrilevante.

Un libro che devi studiare non è sfidante. È li, sul tavolo. Non ti ha chiesto nulla. Se dici che è sfidante mi ricordi la scena comica di Sordi quando diceva agli spaghetti che se li mangiava perché l'avevano provocato.
E, volo pindarico ma non troppo (vedi in fondo), a proposito di provocare, mi viene in mente chi commenta una violenza sessuale dicendo che quella donna era vestita in maniera "provocante" (lo so, qui "provocante" è usato correttamente, perché si attribuisce a una persona, che può anche vestirsi in un certo modo per provocare, ma capirai il senso di questa digressioncina in fondo all'articolo).

A guidare l'evoluzione della lingua italiana, plausibilmente fatta di neologismi italiani o stranieri e di inclusione nel vocavolario di espressioni popolari, non può essere una cattiva traduzione.

La parola "challenging" non ha un esatto corrispettivo italiano. E ne sono contento. Credo sia giusto non esista una parola che serve a esprimere il fatto che ti immagini che il libro che devi studiare ti stia sfidando. Se nella tua testa hai creato questa immagine - cosa abbastanza bislacca, dato che il libro sta lì sul tavolo e non ti ha chiesto nulla - non mi sembra più bislacca o inaccettabile la necessità di spiegarlo con una piccola perifrasi, dicendo che "rappresenta per te una sfida".

Altrimenti c'è sempre "stimolante", aggettivo che denota il tuo entusiasmo ed evita di richiamare per forza quelle fesserie declamate dai guru aziendali o dello sviluppo personale tipo che devi immaginare di fare le cose per fare un dispetto a chi ti dice che non puoi farcela, e quindi è una sfida, e bla bla bla, musica di Rocky e alla fine vinci contro i distruttori di sogni che ti dicevano che non ce la potevi fare.
 
Un consiglio: fai quello che devi fare, senza trasformare in mostri antagonisti le tue imprese, né la lingua italiana.

05 marzo 2018

Come pronunciare "Media" (inteso come mezzi di comunicazione di massa)

media - termine italiano di derivazione inglese
Nota: per semplicità in questo articolo scriverò la parola "media" in nero intendendola come pronunciata col suono "e" di "Empoli" e in blu intendendola come pronunciata col suono "i" Imola.

Stamattina ho visto su Facebook un post il cui autore si diceva contrario all'anglofonizzazione di alcune parole neolatine:

[...] Non si dice PLAS, ma PLUS,
non MIDIA, ma MEDIA,
non PRIMIUM, ma PREMIUM.
È latino, è nostro! [emoticon con occhiali da sole e del braccio che mostra il bicipite]
Perché regalarlo agli inglesi? [al posto di "inglesi" per la verità era raffigurata la bandiera inglese]

Ma in realtà non si tratta di regalare. Se il latino è "nostro", nel senso che è la lingua dalla quale prevalentemente deriva l'italiano, non significa che sia esclusivamente nostro. Anche la lingua inglese ha dei termini che derivano direttamente dal latino. Ripeto: direttamente. Cioè non è che la parola prima era latina, poi è stata trasformata in italiana, poi è stata trasformata in inglese. No. Era latina, poi è stata trasformata direttamente in parola inglese, senza passare dall'italiano, e ciò è avvenuto con una storpiatura che ha la stessa legittimità di tutte le storpiature che hanno caratterizzato il cambiamento da latino a italiano.

Dalla parola latina "media" è nata la parola "media", da classificarsi come parola inglese, non meno legittimamente di quanto dalla parola latina "schŏla" è nata la parola "scuola", da classificarsi come parola italiana. Anzi. Nel caso della parola "media" c'è addirittura un motivo in più che ne conferma l'appartenenza alla lingua inglese: "media" non è nata come parola latina usata malamente dagli inglesi. È proprio nata come parola inglese, per coniare la quale si è deciso di ispirarsi a un termine latino. Lo testimonia anche il fatto che ha un significato diverso dalla parola latina "media", che significa "le cose che stanno in mezzo", mentre è "mezzo di comunicazione di massa" il significato della parola inglese media, signifcato che in latino non era espresso da alcun termine.

Stessa cosa è accaduta per la parola "sponsor", su cui però non c'è questo tipo di discussione, perché le pronunce latina, inglese e italiana sono uguali.

Riassumendo:

il percorso etimologico della parola media non è stato
latino --> italiano --> inglese --> italiano matto filo-anglofono "che serà serà"
ma
latino --> inglese --> italiano.
Quindi è da considerarsi una parola inglese di derivazione latina.

Se poi vogliamo a nostra volta cambiarla è un altro discorso, ma il motivo non sarebbe etimologico. Anzi. il motivo sarebbe del tutto opposto!

Infatti se dopo, e solamente dopo, siamo arrivati noi italiani e abbiamo iniziato a usare anche noi la parola inglese media, siamo sì padroni di cambiarla e di pronunciarla diversamente creando una nuova parola italiana, ma ricordiamoci che si tratterà di una italianizzazione di una parola inglese neolatina. Il fatto che questo nostro adattamento italiano riporti alla stessa pronuncia del termine da cui media deriva etimologicamente è irrilevante ai fini di stabilire "a quale lingua appartiene quella parola".

Parlare di riappropriarci di una corretta pronuncia di una nostra parola è del tutto inappropriato.

E "plus" ?
E "premium" ?
E "summit" ?
Stesso discorso.

...E anche per "Microsoft".