15 aprile 2008

Fumare: una scelta? Non proprio.

Sostengono alcuni fumatori, specialmente quelli giovani e che hanno iniziato da pochi mesi o pochissimi anni, di fumare per una loro scelta, una scelta fatta dopo aver valutato i pro e i contro, tirato le somme e concluso che ne vale la pena.

Ritengo superfluo prendere in esame pseudo-argomentazioni che ormai quasi tutti riconoscono come prive di senso, del tipo “il cancro viene lo stesso", "dipende solo dalla genetica", "l'altro giorno un non fumatore è morto sotto un camion", "anche i gas di scarico fanno male”, arrampicate sugli specchi che rivelano l’intenzione di giustificare a tutti i costi un comportamento che non si vuole mettere in discussione.

Guardando invece l'aspetto razionale della presunta "scelta" di fumare, trovo basilare capire quali siano le condizioni per le quali una "scelta" sia tale.
Proprio in base alla insoddisfazione delle condizioni che io ritengo necessarie per parlare di scelta, espongo qui tre motivi per i quali secondo me il fumatore non è una persona che sceglie, ma una vittima della propria superficialità.

1)

Tutti i fumatori, nessuno escluso, hanno fumato le loro prime sigarette sicuri che si sarebbe trattato di sigarette in eterno sporadiche, che non li avrebbero resi dipendenti. Invece la quasi totalità dei fumatori ha sviluppato una dipendenza.
Dipendenza di cui esistono vari tipi:

- quella del fumatore che prova più volte a smettere senza riuscirci, e che per questo è discretamente incazzato e maledice la sua prima ingenua fumata;

- quella del fumatore che tante volte ha detto "Eh, sarebbe bello smettere" ma non è abbastanza motivato a farlo, perché crede di non essere capace e forte, coscente anche che nel periodo in cui il fumatore diventa ex-fumatore sussiste uno stress incompatibile con le attività della propria vita quotidiana

- quella del fumatore che potrebbe "sopravvivere" senza sigarette, ma trova che un caffè senza sigaretta non è un caffè, una serata con gli amici senza sigarette non è una serata (talvolta sembra dimenticare che, se fosse un non-fumatore, un caffè senza sigaretta sarebbe un dignitosissimo caffè, e analogamente per una serata con gli amici);

- quella del fumatore bisognoso di sigarette a tal punto che non vede neanche lontanamente la possibilità di smettere, e al quale per difendere la propria autostima non rimane che giustificare la propria abitudine dicendo che ci sono tante altre cose che fanno male, che Tizio fumava eppure ha campato 90 anni, e che Caio non fumava eppure è morto sotto un camion, che le malattie dipendono solo dalla genetica, che mangiando le arance si compensa al danno del fumo, e via delirando;

- quella del fumatore che lucidamente si dichiara non dispiaciuto per il fatto di essere dipendente, pur sapendo che fumare fa male (anche se spesso non si rende conto di *quanto* fa male), e dichiara che questa decisione è stata razionalmente ponderata dopo aver messo su un piatto della bilancia il piacere del fumo e sull'altro i danni alla salute e il loro rischio (ma, a parte il fatto che spesso il contenuto di questo secondo piatto della bilancia è conosciuto solo vagamente, fra poco spiegherò perché secondo me questo tipo di valutazione è in realtà molto meno "lucida" di quello che molti ritengono)

Una scelta è tale se innanzi tutto si conosce ciò che si sta scegliendo.
Per questo motivo, qualunque delle categorie sopra descritte il neo-fumatore stia accingendo a infoltire, la "scelta di fumare" non può dirsi tale a meno che non equivalga a rispondere di sì alla seguente domanda: "Sei disposto, per quella che adesso è una sigaretta sporadica, a diventare quasi sicuramente un fumatore che difficilmente potrà fare a meno di un numero di sigarette tali da mettere a serio rischio la tua salute? Prima di rispondere considera che se ora hai la netta impressione di essere uno dei pochissimi capaci di mantenere la sporadicità della sigaretta, questo non significa niente: fino alle prime settimane di fumo, non esiste conoscitore di sé stesso in grado di capire se tale impressione è veritiera (e quando ti accorgi che non lo è, ormai è troppo tardi, la trappola è proprio questa)".

Ecco il primo motivo per cui la "scelta" di fumare è una falsa scelta: nessun neo-fumatore si è posto questa domanda per rispondere "sì". La verità è che egli non si rende conto del fatto che con altissima probabilità questa scelta in futuro non sarà più una scelta. Se se ne rendesse conto, sceglierebbe di non sottoscrivere questa sorta di patto col diavolo.

2)

Anche se può sembrare assurdo, ammettiamo pure che il ragazzino che sta per accendere la prima sigaretta risponda "sì" a quella domanda.
Questo probabilmente testimonierebbe il fatto che di tale domanda, l’espressione “mettere a serio rischio la tua salute” è stata capita solo vagamente.
Sempre considerando che il concetto di "scelta" sottintenda la necessità di conoscere ciò che si sta scegliendo, il neo-fumatore dovrebbe conoscere i danni che comporta il fumo, e conoscerli con esattezza.
Ma non è tutto. Se per scegliere qualcosa occorre conoscerla, per conoscerla (e cioè avere ben presente di che si tratta) non sono certo sufficienti delle semplici informazioni, che hanno effetti diversi a seconda di come vengono propinate. È noto, ad esempio, che la storia di una sola persona che vive anche un piccolo disagio, se raccontata ad arte, può toccare il sentimenti dell'ascoltatore più di un sintetico reportage su cinque persone bruciate vive.
Cosa veramente è capace di far capire a un fumatore quali sono gli effetti negativi del fumo? La scritta sul pacchetto? Le cifre sui morti causati dal fumo? Certamente no. L'unico modo per capire un'esperienza - in questo caso un danno fisico - è provarla.
E siccome è impossibile andare nel futuro a vedere cosa succederà al proprio fisico per poi tornare nel presente e scegliere di rifiutare la sigaretta, non si può che basarsi sul pensiero di altri che hanno avuto questa esperienza.
La maggior parte dei pazienti colpiti da gravi malattie imputabili al fumo smettono di fumare. Alcuni, dopo la loro guarigione o addirittura durante il decorso della malattia, fumano di nuovo. Ma sono sicuro che sia gli uni che gli altri, nessuno escluso, alla domanda "se potessi tornare indietro nel tempo e ti trovassi di fronte alla tua prima sigaretta, la fumeresti?” risponderebbero con un convinto "no". Questo fa ragionevolmente pensare che anche i fumatori di oggi che domani avranno gravi malattie per le quali il fumo è fattore di rischio saranno persone che la penseranno nello stesso modo.

Ecco il secondo motivo per cui la "scelta" di fumare è una falsa scelta: non si possono conoscere i danni del fumo se non si sono provati (e quando si provano, è troppo tardi).

3)

Ma ammettiamo anche che la persona a cui si sta offrendo la prima sigaretta non solo conosca l'alto rischio di andare in contro a dipendenza, ma abbia anche piena coscienza di cosa si prova quando si è vittima dei danni che il fumo potrebbe apportarle.
Quel "potrebbe" al condizionale suggerisce la terza inesattezza che io individuo nel parlare di “scelta”. Quello o quell'altro danno potrebbero arrivare: non è certo che arrivino.
Perché fumare sia una scelta, il fumatore dovrebbe veramente operare un calcolo razionale che tenga conto delle probabilità con la quale questi danni si verificheranno. E contrariamente a quanto si potrebbe pensare di primo acchito, anche quando si hanno sott'occhio degli inequivocabili numeri che ci mostrano quale sia la probabilità che un evento accada, quando c'è di mezzo un fattore emozionale, la parte razionale va se la dorme. Non si calcola, si spera. In risposta a un amico che gli ricorda i rischi del fumo, il fumatore risponde classicamente col gesto delle corna.
Il fatto che i danni da fumo non siano uguali per tutti è sufficiente a creare un "effetto casinò": la persona si aggrappa a qualunque via di fuga da un problema che fa fatica ad affrontare. Com'è noto, chi gioca al casinò sa bene che le probabilità di perdere sono molto maggiori rispetto alle probabilità di vincere. Cos'è successo, allora nella testa di chi una sera al casinò ci ha lasciato un rene? E' successo che per scappare dal proprio problema (nella fattispecie il dover ammettere l'insuccesso della serata), egli ha reagito negandolo, poco importa se negarlo significa moltiplicarlo (tanto lo negherà anche da moltiplicato, finché non finirà i soldi che gli permettono di negarlo).
Del tutto simile è l'effetto SUPERENALOTTO. Nessuno, prima di giocare, fa un calcolo che tiene conto della spesa rapportata alla posta e alla probabilità di vincere: se la probabilità di vincere fosse dieci volte più bassa di quello che già è, probabilmente quasi lo stesso numero di persone giocherebbe ugualmente. Perché chi gioca, di certo non si aspetta di vincere: i soldi che ha speso, li ha spesi per una piacevole speranza. Allo stesso modo, di certo chi fuma non decide di farlo in base a un bilancio sui rischi e sui benefici: semplicemente, la speranza che tutto vada bene basta ad anestetizzare il problema, quindi a non affrontarlo.
Così, chi fuma probabilmente fumerebbe lo stesso numero di sigarette se sapesse che le probabilità di ammalarsi sono 10 volte maggiori rispetto a quelle reali (intendo 10 volte maggiori per tutte le persone, non per lui soltanto, altrimenti scatterebbe il fattore confronto, che avrebbe una certa efficacia.. infatti chi scopre di avere una fisiologia predisposta ai danni da fumo, più facilmente decide di non fumare).
Così come credo che se ci fosse la possibilità di rendersi conto di quali disagi fisici sono propri delle malattie delle quali il fumo è un fattore di rischio (e questo non è possibile se non ammalandosi), moltissimi direbbero addio per sempre alle sigarette, anche se la probabilità di ammalarsi fosse dieci volte minore rispetto a quella reale.

Ecco il terzo motivo per cui la "scelta" di fumare è una falsa scelta: la valutazione in base alla probabilità di ottenere il danno in realtà non viene fatta.

Spero di essere stato esauriente e di aver vaccinato contro il fumo tutti quanti i non fumatori.

E anche di aver fatto definitivamente smettere i fumatori che hanno letto questo mio articolo... da questo momento.

05 aprile 2008

Una legge è un messaggio?

Alla pragmaticità del ragionamento che porta a un'opinione sull'opportunità di varare una certa legge o no in base ai risultati calcolati razionalmente, ho notato contrapporsi il concetto secondo il
quale fare una legge significa anche "lanciare un messaggio", ovvero rischiare di far interpretare in maniera errata lo spirito della legge.
Ad esempio, se legalizzare la droga significa togliere (o quasi) un importante business dalle mani della mafia e un maggiore controllo della tossicodipendenza, d'altra parte tale legalizzazione costituirebbe un "messaggio alla popolazione, che sarebbe più portata a pensare che la
droga non fa male".

Può darsi che in una qualche misura questo sia vero.

Ma dovremmo chiederci:

1) In quale misura? Qual è veramente l'entità del danno alla società derivante unicamente da questo equivoco?

2) Dopo quanto tempo gli effetti di questo equivoco rimane importante come lo era nell'immediato indomani dell'approvazione della legge, quando il suo varo ha avuto un grande impatto mediatico?

3) Non esiste il modo di lanciare contemporaneamente altri "contro-messaggi" mirati a scongiurare tale equivoco?