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23 marzo 2026

Primi effetti del NO al referendum: scarcerato un condannato per violenza su minorenne

Sono bastate sette ore dopo la proclamazione della vittoria del NO alla riforma costituzionale del governo Meloni, ed il primo condannato per reati gravi è stato scarcerato.

Alle 18:47 di oggi Gennaro Lo Fante, 47 anni, condannato nel 2019 a 24 anni e 8 mesi per violenza sessuale aggravata su minore, rapina e detenzione ai fini di spaccio, è uscito dal carcere di Rebibbia dopo meno di 3 anni di detenzione.

L’uomo è uscito in regime di semilibertà con obbligo di firma periodica, dopo che la riforma approvata con il voto referendario ha reso più agevoli le procedure per l’accesso a misure alternative per alcuni detenuti non più considerati “pericolosi sociali” secondo i nuovi parametri introdotti.

Intercettato brevemente all’uscita da alcuni cronisti, Lo Fante ha detto poche parole: «Il popolo ha deciso. Ringrazio chi ha votato No, ora posso provare a ricostruirmi una vita.»

Da Fratelli d’Italia arriva una nota durissima: «Avevamo avvertito chiaramente cosa sarebbe successo con una vittoria del No. Purtroppo i fatti ci stanno dando ragione. Stupratori e spacciatori tornano in strada grazie a una riforma imposta dal garantismo più estremo»

Il ministero della Giustizia non ha ancora rilasciato cifre ufficiali, ma fonti interne parlano di diverse decine di casi analoghi già in istruttoria nelle prossime settimane.

Intanto sui social e in diversi quartieri romani si stanno moltiplicando appelli di comitati di cittadini e genitori preoccupati per la sicurezza nelle vicinanze delle scuole.
La procura di Roma ha fatto sapere che monitorerà con attenzione il rispetto delle prescrizioni imposte a Lo Fante e a coloro che con tutta probabilità verranno scarcerati nelle prossime ore.

La madre dell'allora ragazzina che era stata violentata da Lo Fante ha pronunciato parole di comprensibile sconcerto: «Quando me l’hanno raccontato ho detto No, non esiste proprio…»
E infatti Gennaro Lo Fante non esiste proprio.
È tutto inventato. Ma non vi arrabbiate se sono stato cattivo e bugiardo. Se lo è stata la Meloni quando spauracchiava mostri a 6 teste liberati in caso di vittoria del No, perché non posso esserlo io per ridere del pollame che ha letto solo il titolo o poco più?

26 maggio 2024

"Non è un problema tuo"

Anche oggi con una riflessione ed un blogpost esorcizzo il fastidio provato durante una conversazione.

Se un problema riguarda non direttamente me, ma un'altra persona, è possibile che io, venendone a conoscenza, mi senta coinvolto (magari solo per il fatto che mi dispiace) e di conseguenza quello diventi in qualche misura un problema anche mio.

Di un problema altrui che invece non mi coinvolge sul versante pratico né emotivo si può invece dire che non si tratta di un mio problema.

L'umana empatia, di cui quasi tutti siamo dotati, chi più, chi meno, a volte si manifesta, e cioè è lodevole; a volte si manifesta in modo eccessivo (e allora si dice che tre volte bono vuol dire bischero); a volte giustamente non si manifesta (e allora si dice che il mal voluto non è mai troppo), altre volte ingiustamente non si manifesta (e allora si dice che si è indifferenti, egoisti o addirittura psicopatici o sociopatici).

Non parlerò in questo articolo di casi in cui secondo me è giusto o non giusto che ci facciamo guidare o no dall'empatia. Parlerò piuttosto delle parole e dell'atteggiamento con cui si fanno affermazioni sull'empatia propria e altrui.

Inizio da una frase che mi sta invero antipatica:

"Non è un problema mio".

Tipicamente "Non è un problema mio" significa "Non è un problema mio, ma di una persona la cui sofferenza mi lascia indifferente".

"Significa" nel senso che possiamo dedurre quel significato. Non nel senso che il parlante davvero ammetterebbe che quello è il significato.

Provate infatti, dopo aver sentito dire "Non è un problema mio", a chiedere "Quindi non te ne importa nulla?". Secondo il significato su riportato, la logica risposta dovrebbe essere "No". E invece la risposta sarà la semplice ripetizione della frase già detta.

- Non è un problema mio
- Quindi non te ne importa nulla?
- Non è un problema mio.

No, non gliene importa nulla, ma a quanto pare questa è una posizione così vergognosa che può essere sottintesa ma non pronunciata; al suo posto dev'essere pronunciata solo la codarda ed implicita frase che dovrebbe giustificarla (ricorda il tipico scenario che si ottiene quando si chiede a certi politici destronzi italiani se sono antifascisti).

Giustificarla in che modo? Facendo appello al concetto secondo cui un problema lo deve risolvere chi ce l'ha. Un concetto rozzo e grossolano, apparentemente valido solo di primissimo acchito e che necessita di pochi decimi di secondo per essere scardinato, esattamente come "Non ti presto il pennarello perché è mio". Ma l'aspetto psicolinguistico è un animale di poche pretese. Basta che un'espressione sia anche solo lontanissimamente somigliante a qualcosa di meno sbagliato e viene subito scelta, non importa se a un orecchio un minimo attento risulti una palese supercazzola.

E che è, tutta sta lagna per una supercazzola? È pieno di esseri umani che fanno supercazzole per addolcire l'indigeribile senza riuscirci e anzi risultando ancora più antipatici. Embè?

Embè rileggi il titolo. La cosa peggiora quando si arriva a ciò che mi è toccato sentire oggi. La frase in seconda persona, "Non è un problema tuo". Per di più preceduta da un esplicito "Che te ne frega" (sì, in questo caso è stato esplicitato) di cui doveva essere una giustificazione.

Ecco il centro del mio sfogo.

Se fai un ragionamento del tipo
"Non deve fregartene nulla perché non è un problema tuo",
questo, in ragione dei due possibili significati sopra individuati, può equivalere a due possibili consigli (che non si escludono fra loro):

1) "Questo specifico problema non ti coinvolge, quindi fregatene"

2) "In generale se un problema non ti riguarda direttamente, fregatene"

Nel primo caso sei presuntuoso, dato che assumi affrettatamente che la cosa non mi coinvolge (neanche emotivamente) e dunque non rappresenta per me un problema; se addirittura ti ho appena detto che mi dispiace (come accaduto nella conversazione di oggi) allora sussiste evidentemente proprio il contrario di ciò che affermi, quindi presuntuoso e testone.

Nel secondo caso vuoi fare di me un sociopatico, quindi sei un criminale.

Insomma, se la frase "non è un problema mio" è da patetici supercazzolari ma almeno ha un qualche motivo di esistere, decisamente più assordante mi suona l'allarme anti-scemo se sento dire "non è un problema tuo", fastidiosa esternazione del tutto inutile se non a parlare in realtà di sé stessi (e parecchio male).

06 febbraio 2021

"Dille di non preoccuparsi": una triste cafonata femminile

Il web è pieno di pagine che consigliano agli uomini cosa non fare. Dunque perché non creare una pagina in cui si dà consigli analoghi a quelle creature dolcemente complicate, affinché quel dolcemente non diventi un pesantemente?
Semplicemente perché neanche oggi ne ho voglia. Una roba troppo lunga. Però un singolo consiglio lo voglio dare (forse in futuro integrerò, magari con l'ausilio di lettori commentatori).
 
Ecco il mio consiglio:
 
Se un uomo, scherzando, ti dice che un'altra donna potrebbe essere gelosa vedendovi insieme, NON rispondere tipo "Ah ah... No no, guarda, dille di non preoccuparsi".
 
È una risposta parecchio brutta.
 
Può darsi che ciò che ho appena scritto susciti in qualcuno il pensiero "E dai... ma fattela 'na risata!".
 
Ma una frase del genere, anche se viene presentata col tono di una battuta spiritosa, in realtà non fa ridere neanche da ubriachi fradici. Proprio non fa sollevare di un millimetro un angolo della bocca. Non fa sbuffare dal naso un milligrammo di aria. Non perché sia una battuta spiritosa venuta male, ma perché in realtà non si tratta di una battuta spiritosa. Non contiene né ironia, né un'esagerazione, né una metafora, non sorprendere in nessun modo e dunque non ha nulla di scherzoso. Che battuta è una frase del tipo "Mi fai schifo" o "È impossibile che io mi fidanzi con te"? Non lo è. E "Dille di non preoccuparsi"? Stessa cosa.

Allora cos'è? Guardando il contenuto del messaggio, al di là della sua insensatezza concettuale (è ovviamente inefficace dire a una persona gelosa "non preoccuparti"), l'unica cosa che posso concludere è che si tratta nient'altro che di una pura cafonata. Tutto qua.

Chi non lo capisce al volo può immaginare uno scenario a sessi invertiti: un uomo che dice una cosa del genere a una donna risulterebbe, oltre che per nulla divertente, un bieco stronzo esaltato psicopatico maleducato etc etc. Quindi, poiché i sentimenti circolano tanto nella testa delle femmine quanto in quella dei maschi, quella è esattamente una cafonata anche quando proviene da una donna, nonostante la sua scortesia sia socialmente più accettata.

Non dovrebbe esserci bisogno dell'astrazione dello scambio di ruoli, né di un blogpost così lungo per spiegare che la frase "Dille di non preoccuparsi" è parecchio stupida e triste anziché divertente, ma siccome l'ho sentita più volte in passato, e stamattina ne ho sentita una versione ancora più stupida e insensata (che vi risparmio) ho deciso di pubblicare 'sto spiegone facile facile, cosicché anche una ritardata sociale possa comprenderlo.

Altri comportamenti che consigliereste alle aspiranti donne rispettose e piacevoli? Scriveteli nello spazio dei commenti, possibilmente argomentando.

28 ottobre 2019

La demenziale ripicca "Mi hai cancellato, e io ti blocco" su Facebook

Dopo che ho sciacquonato via dalla lista di amici FB una persona schifosona che da un bel po' mi garbava zero per la sua tanta fatica e il nullo impegno nel capire concetti anche semplici, e che in una conversazione sul mio diario aveva esaurito la mia pazienza con digitazioni che nemmeno una scimmia appena nata, il suo commento successivo è stato

"io piangerò...by by buona vita"

[nel citare altre persone correggo le storture linguistiche, ma solo quando lo meritano]

Credo che no, non abbia pianto, cosa per altro da me non auspicata. C'è però stata eccome, una reazione figlia d'emozione. Oltre all'insulso commento, intendo. Oltre all'insulso commento, intendo. L'ho notata dal suo nominativo non più blu, ma nero: mi ha bloccato... cosa che avrebbe avuto un razionale se solo io avessi dimostrato voglia di parlarci ancora. E però ci voleva un francobollo bello grosso e saporito per spedire la testona intorno a tanto psichedelico pensiero, dato che sono stato io a spedir via la persona schifosona per i suoi reiterati interventi stupidi e inopportuni sotto a un mio post in cui parlavo di un triste evento che mi riguardava. Quindi l'unico possibile emozionale e demenziale motivo per il quale mi ha bloccato è la ripicca.

Due le conseguenze di cotanta tremenda rappresaglia (oltre a quella di natura tecnica che tutti si sa):

- la conferma della sua già sospettata impossibilità di farcela

- l'opportunità per me di scrivere un leggero articoletto su questa sorta di homo un po' meno sapiens del web.

Certo, che anche offline di sicuro sono un po' meno (o anche parecchio meno) sapiens, ma qui parlo di una roba che avviene su Facebook. È qui che certi individui sbroccati alla nascita reagiscono ripiccando per il fatto che tu, in sintesi, hai schiettamente e semplicemente detto alla piattaforma social che amici non vi si può considerare, dato che sei troppo diverso da loro, e che così come si comportano rischiano di far sbroccare pure te.

Come li chiamiamo, sti tipi?

Uhm

Blocca ripicca.

Sbrocca ripicca e blocca...

Picca Sbocca la sbrocca (sto anagrammando, no, nun se po fa)...

Dai, una roba sintetica. FaceSbroc può essere?
Ma sì. Per me vince a pari merito con l'italiofono Blocca ripicca. Non mi so decidere. Si fa che all'inizio della storiella che sto per raccontare uso la prima dicitura e poi a un certo punto uso la seconda, quando c'è il colpo di scena scema.

Al facesbroc può capitare, come può capitare a tutti, di avere una conversazione in cui nasce un qualche disaccordo, che poi si trasforma in conflitto e ostilità.

Adesso, piccolissimo facesbroc, facciamo un gioco: facciamo finta che tu non lo sia. Non sei un facesbroc, non sei un utonto, e anzi sei un utente tantissimo intelligente. Facciamo finta per un attimo che tu abbia ragione, al 100%. Il torto ce l'ha il tuo interlocutore, che tira fuori argomenti troppo difficili, astrusi, dice che non hai capito e invece boh, ma che ci sarà mai da capire; è lui che non apprezza i favolosi tuoi concetti concettuali intellettuali, che ti sono saltati in mente quando eri a metà della lettura della sua frase, che a quel punto cosa finivi di leggera a fare, visto che avevi già deciso cosa rispondere? Etc etc, ma va, va va, ah ah ah, emoticon che ride.
Facciamo finta che non sei tu che stai importunando una persona con considerazioni o battute fuori luogo: è lui, che non si vuole aprire alle tue splendide idee, è lui a non farsi una risata quando invece dovrebbe grazie alle tue battute scompiscianti, mannaggia a te, oh, peraltro l'emoticon oltre a ridere ha anche le lacrime, e quindi come si fa a non rotolarsi per terra?
Facciamo che quel professorone del tuo interlocutore, dopo averti avvertito ripetutamente, non ha affatto ragione nel ritenerti un povero imbecille... Diciamo così: è sicuramente lui ad avere qualcosa che non va, se non coglie gli stimolanti spunti che *sembra* ti siano usciti dal culo dopo aver mangiato male e fatto gli incubi, e invece no: è fine saggezza, che a confronto una sfuriata della Cipollari è una roba trash. E però macché: l'ingrato interlocutore è insofferente, proprio non vuole capire. E siccome è scomparsa non la sua pazienza, ma il suo buon gusto nel mantenerti nella sua lista di amici di Facebook, si permette addirittura di cancellarti. Pur avendo torto marcio.

Bene. Teniamoci pure questa ipotesi, o stravagantissimo facesbroc, ipotesi che ti mette in bella luce e ti coccola in un abbraccio caldo e garantista come il vento di un'isola tropicale lontana dai doveri. Hai dunque a ragione giaciuto come una lucertola sotto al Sole dell'autocompiacimento: non sarai riuscito nell'intento di poco fa, quando nel bagno di una piscina di umorismo speravi di lasciare senza fiato gli ammirati presenti mentre propinavi incomprese perle, avvincenti come verticali subacquee quasi perfette, che il fiato lo toglievano solo a te, ma almeno puoi vantarti della tua immersione nella gelida acqua di una conversazione in cui stimolavi a cercare verità, poco importa se a occhi poco attenti ciò appariva inopportuno come l'uso di una vasca in manutenzione, motivo n. 2 per il quale nessuno ti faceva compagnia (il motivo n. 1 è la sensazione che per non percepire quel gelo tu avessi obbedito solo al tuo, di stimolo, esternando cose al cui autore non ci si avvicina volentieri)... Nessuno ti aveva fatto compagnia tranne, pur dall'alto, il gestore del luogo in cui ti esibivi, che a un ceto punto si è detto non più disponibile a seguirti. Come un ingrato bagnino, per il solo fatto di non essere obbligato a sorvegliare uno spirito libero come te, a un certo punto ti ha chiesto di uscire e non rientrare, senza impedirtelo direttamente, ma comunque con tale richiesta offendendo malamente il tuo onore, per giunta facendo presente al proprietario e ai presenti che lui con te non c'entra nulla, senza rendersi conto che così si trattano gli appestati e non le persone superganze come te.

Quand'è così, quale reazione punizione riservare al bieco mascalzone?

Quello lì, solo per averti parlato in modo pacifico e cancellato senza bloccarti crede di non aver fatto nulla di provocatorio. E invece no. Per l'ingrato bagnino, incapace di apprezzare le tue verticali quasi diritte nell'acqua, acqua che solo tu hai il coraggio di intiepidire a modo tuo, è necessaria una lezione che gli insegni cosa succede a chi ha l'impudenza di manifestare estraneità a te e alle tue geniali trovate.
Quello lì credeva di avere a che fare con uno qualsiasi. Non sapeva di avere a che fare con il Blocca Ripicca, colui che fa giustizia se gli togli l'amicizia.

Come un matto appena espulso da una piscina in manutenzione che reagisce inviando al gestore una raccomandata con su scritto "Ti diffido dal chiedermi di rientrarci", tu, blocca ripicca, ti riveli mezzo marzialista del web e mezzo personaggio western mentre pensi "Haha, Stupido! Avresti dovuto bloccarmi tu prima!", con in mano un mouse impaziente di fare il suo lavoro, che per un attimo tieni a bada... "Aspetta, bello, aspetta... fra poco lo farai... ma prima devo scrivere l'ultima cazzatina, la cui risposta non potrà raggiungermi con nessuna notifica... Uah Uah Uah! Ho vinto... HO VINTOOOoooo".

Hai vinto, ok, ma cerca di capire cosa.
Hai vinto la figura della gattara psichiatrica. La figura del bambino tardo e penosino. La figura della volpe che grida all'uva di starle lontana e non provare assolutamente ad avvicinarsi.



Se poi concludi con parole tipo "buona vita", fai venire voglia di rivolgere lo stesso augurio (però sincero) più che altro a chi ti sta intorno... perché sperare non costa nulla, e magari ci sarà qualcuno che dice di te che basta saperti prendere, perché in fondo da quelli come te nascono i fior.
Ma questo l'utente bloccato non lo saprà mai e dunque, a così immediato ridosso dal tuo eterno addio, quale adatto commiato potrà esserti rivolto, facesbroc, il cui nominativo su FB è mutato da blu a nero, mentre da sedicente dolce e cioccolatoso amico ti sei improvvisamente trasformato in qualcosa che cioccolato non è? Boh... Il pozzo nero ti sia lieve.