14 maggio 2026

Perché tacere all’interrogatorio del PM (anche da innocenti)

Molte persone, soprattutto quando leggono di un indagato che si avvale della facoltà di non rispondere o che “non collabora”, pensano subito: se è innocente perché non parla? Ha qualcosa da nascondere! Deduzione superficiale, per la verità.

La tesi “chi non ha nulla da nascondere parla” può essere sostenuta solo da chi non è mai finito nel tritacarne giudiziario-mediatico. 

Chi è innocente non ha nulla da nascondere da dimostrare al PM in fase di indagine. E ha tutto da perdere parlando a ruota libera.

Il cervello umano sotto stress (con ansia, adrenalina, desiderio di apparire collaborativo) può non ricordare bene e produce spesso imprecisioni, omissioni, dettagli superflui, ricostruzioni parziali o addirittura contraddizioni. Un investigatore potrebbe trasformare una frase apparentemente innocua in un elemento a sfavore; un giornalista potrebbe trasformarla in un titolone, ad esempio «L'imputato ammette di aver temuto l’arresto», leggendo il quale il lettore può essere indotto a dire «Vedi? È colpevole!».

C’è un altro aspetto di non immediata comprensione e che è bene invece avere presente, e qui mi rivolgo ai lettori di giornali/blog e agli spettatori di Tg e vari trasmissioni televisive dedicate ai fatti di cronaca nera: mentire non significa essere colpevole.

Non è raro che un innocente menta durante un interrogatorio. Lo fa per rafforzare un alibi che teme sembri troppo debole, per paura che la verità, raccontata in risposta a una domanda formulata in modo distorto o insidioso, dia l’impressione sbagliata di colpevolezza. In quel momento di pressione l'imputato pensa: «Se dico esattamente come stanno le cose rischio di sembrare strano o sospetto; meglio aggiustare il racconto per sembrare più credibile». E quella bugia, anche se piccola, se scoperta rischia di diventare un’arma potentissima contro l'imputato: una contraddizione successiva, un riscontro che non torna, e scatta il meccanismo: «Ha mentito, quindi nasconde qualcosa, quindi probabilmente è colpevole». Ecco perché rimanere in silenzio è spesso la scelta più intelligente. Mette al sicuro dalla tentazione di mentire per migliorare la propria posizione e impedisce che parole dette sotto stress vengano usate come indizi o prove contro l'imputato. Le indagini si vincono con prove concrete, non con chiacchiere estemporanee o tentativi maldestri di apparire più innocenti.

Negli USA migliaia di innocenti finiscono condannati proprio per aver parlato troppo durante interrogatori informali o "fishing expedition".
In Italia chi segue i programmi TV dedicati ai processi per omicidio sa bene che parole estemporanee possono generare narrazioni mediatiche che condizionano l’opinione pubblica e, indirettamente, le indagini.

Chi interroga, nonostante la propria esperienza professionale, non sempre sa distinguere una bugia che è segno di disonestà da una bugia frutto di tensione e del tentativo disperato di apparire più credibili.

Ecco perché la facoltà di non rispondere non è una falla del sistema giudiziario, ma una giusta protezione per tutti, soprattutto per gli innocenti.

L'innocenza si dimostra davanti al giudice, con avvocato e prove strutturate, senza regalare appigli alla controparte (sì, lo so, il PM non è la controparte e il suo compito è trovare la verità, ma di fatto a volte si impegna per dimostrare la colpevolezza dell'imputato e quindi di fatto è una controparte).

Tutto questo non ha nulla a che vedere con l'odio nei confronti di polizia o magistratura, che sono risorse necessarie e preziose affinché un paese possa dirsi civile. Ma altrettanto necessarie sono le garanzie processuali, che le persone devono conoscere e devono poter esercitare in maniera intelligente.

Le persone devono comprendere l'importanza della facoltà di non rispondere, così come devono pretendere che lo stato che indaghi in modo razionale per trovare il vero colpevole anziché accanirsi irrazionalmente sul primo che potrebbe esserlo, con possibili danni ingiusti, compreso quello reputazionale (un esempio è Raffaele Sollecito, che pur essendo stato assolto ha faticato molto a trovare un lavoro dopo il processo che ha affrontato).