14 marzo 2026

L'osceno DDL sul fine vita del governo Meloni

In certe situazioni orribili e ingiuste non bisogna dimenticarsi chi si deve ringraziare. Ricordarsi cosa fa questa gente di merda e quanto è stato opportuno votarla per avere 2 spicci di tasse in meno o l'illusione della giustizia veloce.

Se il DDL sul fine vita che verrà discusso a aprile verrà approvato, ecco cosa cambierà, in barba alle sentenze della Corte Costituzionale n. 242/2019 e successive interpretazioni:

- Diritto al suicidio assistito solo per chi è tenuto in vita da trattamenti sostitutivi di funzioni vitali (es. ventilazione meccanica o PEG), quindi escludendo tantissimi pazienti con sofferenze intollerabili ma non dipendenti da tali trattamenti (es. malati terminali oncologici, persone con gravi malattie neurodegenerative come SLA in fasi in cui non usano ancora supporti vitali specifici, o chi dipende al 100% da assistenza di caregiver)

- Diritto al suicidio assistito solo per chi ha affrontato un percorso di cure palliative

- A concedere il diritto al suicidio assistito non saranno più i medici né i comitati etici delle ASL, ma un comitato nazionale di nomina politica/governativa), con rischio di maggiore influenza politica e rallentamenti burocratici

- Doppio vaglio, cioè territoriale + nazionale, per un totale di 90 giorni per la procedura e 6 mesi per rifare domanda in caso di diniego, ma con maggiore possibilità di blocco preventivo (es. coinvolgimento autorità giudiziaria in alcuni casi)

- Il servizio non sarà erogabile dal SSN, ma da privati, cioè il pziente pagherà tutto: strutture private, medici in extra-orario, sempre che possa permetterselo

- Divieto di eutanasia, dunque se un paziente non è in grado di effettuare l'auto-somministrazione... affari suoi

Per formulare il testo del DDL non c'è stata nessuna consultazione pubblica degna di questo nome (es. audizioni aperte a società civile, associazioni di medici o di pazienti): il governo ha preferito condurre trattative informali con la Conferenza Episcopale Italiana. Ma speriamo che prima possibile ci si trovino loro, a chiedere l'eutanasia, e allora sì che sarò d'accordissimo a vietarla.

13 marzo 2026

On. Bretella (PD): "Quel mazzolin di fiori", canzone patriarcale da bandire

Incita alla sottomissione, normalizza l'abbandono della donna, va vietata nelle TV e nelle radio bubbliche in quanto diseducativa. L’incredibile proposta di legge dell’On. Marisa Bretella, Partito Democratico.

Aosta - Non c’è pace per le tradizioni italiane, finite ancora una volta nel mirino del politicamente corretto più estremo. L’ultima crociata arriva dall’Onorevole Marisa Bretella, deputata del PD, che ha depositato una proposta di legge per mettere al bando uno dei canti alpini e popolari più amati, "Quel mazzolin di fiori".

Secondo Bretella la canzone non sarebbe affatto una innouca canzonetta, ma un concentrato di "maschilismo tossico" e "patriarcato interiorizzato". In una intervista a una TV locale durante una sagra paesana a Pantacala, Valle d'Aosta, ha dichiarato: “È inaccettabile che nel 2026 si continui a celebrare un brano così poco inclusivo".

L’Onorevole punta il dito innanzi tutto sull’esecuzione: “Siamo di fronte a un vero furto d’identità: la protagonista del racconto è una donna, eppure la canzone viene quasi sempre eseguita da cori di soli uomini. Gli uomini si appropriano della voce femminile, decidendo cosa una donna debba dire. È un atto di prevaricazione culturale scritto, con ogni probabilità, da un uomo per compiacere altri uomini”.

Ma è l'analisi del testo il punto cruciale della sua critica. La trama della canzone vede una donna abbandonata dal proprio fidanzato, il moretto, che è andato dalla Rosina. “Il tradimento viene trattato come una cosa normale,” spiega la deputata. “Invece di ribellarsi, la donna si sottomette e cerca disperatamente di recuperare il rapporto portando un mazzolino di fiori al traditore. È l’apoteosi della sottomissione femminile: lei deve arrampicarsi a questa ultima possibilità per farsi benvolere da un uomo che l’ha palesemente umiliata”.

Sarebbe inoltre inaccettabile la cura “maniacale” che la protagonista riserva al regalo ("Bada ben che nol se bagna"): la donna annullerebbe sé stessa e i propri bisogni per compiacere l’uomo.

Altrettanto grave la rassegnazione nel finale: "mi piange il cuore e per sempre piangerà", definito da Bretella come "l’assoluta negazione di ogni emancipazione o rivalsa".

Ciliegina sulla torta di quello che Bretella definisce “sadismo” sarebbe il contrasto tra la tragicità della storia e il tono allegro della melodia: “Cantare con gioia la storia di una donna distrutta è pura crudeltà. Chi lo fa vuole normalizzare l’oppressione per far sì che il popolo la accetti come quotidiana". La logica conclusione: "Questo canto, in quanto diseducativo, dovrebbe essere non certo vietato in generale, ma di sicuro vietato nelle emittenti radiofoniche e televisive pubbliche".

Le reazioni su Facebook e su altri social network non si sono fatte attendere, tra chi grida alla follia e chi vede nella proposta di legge l’ennesimo attacco alla cultura nazionale. Marisa Bretella, però, non arretra di un centimetro: “Le tradizioni retrograde vanno estirpate se vogliamo un’Italia davvero inclusiva”.

Dico io: ma stiamo scherzando? Certo che stiamo scherzando. Mi sono inventato tutto, compresa l'esistenza della deputata in questione, figlia della mia immaginazione e di Nanobanana, come si nota nell'angolo in basso a destra della foto. Ma conto su chi sparerà parole di fuoco dopo aver letto solo il titolo. Chi non c'è cascato o c'è cascato per poi scoprire la verità per cortesia non spoileri, non rovinate tutto.

12 marzo 2026

Eliminare per legge i pagamenti in super-ritardo

Nel mondo del lavoro esiste un'usanza così consolidata da non essere quasi mai messa in discussione: il dipendente aziendale, per il lavoro di un mese, viene pagato verso la fine del mese successivo.
Se si trattasse di pochi giorni di ritardo rispetto alla fine del mese potrebbe essere giustificato da motivi tecnici: conteggio delle ore lavorate, straordinari, turni diversi, ferie, malattie, rimborsi per trasferte e indennità varie; calcolo dei contributi e dell'IRPEF, elaborazione del cedolino e programmazione del flusso dei bonifici. Tutto questo può giustificare al massimo 7 giorni lavorativi, soprattutto alla luce dei sistemi informatici disponibili oggi. Il che significa, nel caso peggiore (due weekend a inizio mese), un pagamento entro l'11 del mese successivo.

Ma il vero motivo del ritardo riguarda la gestione della liquidità dell'azienda: posticipare il pagamento degli stipendi serve a mantenere più soldi sul conto corrente qualche giorno in più, in modo da coprire spese varie o sopravvivere a eventuali ritardi nei pagamenti dei clienti. Questo è comprensibile, ma non significa che tale tutela debba essere ottenuta facendo dei dipendenti degli involontari prestatori di denaro gratis.

È normale che l'imprenditore avvii l'azienda con un capitale iniziale accumulato precedentemente, o che ricorra a un prestito bancario, o combinando entrambe le soluzioni. Eventuali ritardi dei pagamenti dei clienti (che parimenti non giustifico e a cui parimenti porrei rimedio intervenendo sulla legislazione, vedi sotto) devono rientrare nel conteggio che si fa quando si avvia un'azienda per stimare il cuscinetto di liquidità necessario.

La legge dovrebbe istituire maggiori tutele sulla riscossione di tutti i pagamenti: degli stipendi, dei fornitori e dei clienti. Per quanto riguarda i dipendenti si potrebbero creare due possibilità:

Prestito breve (obbligatorio per tutti) - Il ritardo tecnico di massimo 7 giorni lavorativi sarebbe applicabile a discrezione del datore di lavoro (lo specifico perché alcuni datori di lavoro pagano puntualmente); su questo breve lasso di tempo maturerebbero interessi a favore del dipendente, calcolati secondo parametri stabiliti da un ente governativo e aggiornabili nel tempo. Sembra poca cosa, ma si pensi a 7 giorni al mese per 40 anni di carriera: quei pochi spiccioli mensili si trasformano, sull'arco di una vita lavorativa, in una somma non trascurabile.

Prestito lungo (volontario, con distinzione per tipo di contratto) - Il datore di lavoro potrebbe proporre ai dipendenti a tempo indeterminato di posticipare ulteriormente il pagamento, trasformando lo stipendio in un piccolo prestito volontario, ad esempio dal 1° a fine mese; il dipendente avrebbe la libertà di accettare o rifiutare, e tale scelta potrebbe essere successivamente modificata, così come l'azienda potrebbe decidere di rinunciarvi nei mesi in cui la liquidità è sufficiente. I dipendenti a tempo determinato, invece, non avrebbero questa scelta: effettuerebbero obbligatoriamente solo il prestito breve. Questo per controbilanciare l'asimmetria di potere contrattuale: il lavoratore può essere non riconfermato senza giusta causa, e in Italia il contratto determinato può durare fino a 24 mesi; sarebbe ingiusto aggravare questa condizione esponendo il dipendente - o aspirante tale - anche alla pressione di accettare un prestito lungo pur di ottenere o mantenere il lavoro.

Lo stesso principio si potrebbe applicare ai rapporti commerciali tra imprese. Attualmente la normativa italiana (D.Lgs. 231/2002) prevede termini di pagamento massimi di 30 o 60 giorni, con possibilità di deroghe contrattuali fino a 90 giorni. Questi termini dovrebbero essere aboliti e resi illegali: anche tra imprese il pagamento dovrebbe avvenire entro 7 giorni lavorativi dalla consegna della merce o dall'erogazione del servizio.
L'obiezione più comune è che certi settori hanno cicli produttivi o commerciali lunghi (es nella grande distribuzione si vende la merce prima di pagarla al produttore). La risposta è la stessa valida per le aziende nei confronti dei dipendenti: se hai bisogno di liquidità per operare, ricorri a un prestito bancario. Non spetta al fornitore finanziarti.
Il nodo vero, in realtà, non è la norma in sé (già oggi esistono tutele in questo senso) ma la sua applicazione: il fornitore più piccolo raramente fa valere i propri diritti, per evitare di perdere il cliente. La soluzione è togliere al fornitore il peso di agire, rendendo il controllo automatico.
Poiché in Italia la fattura elettronica è obbligatoria e transita per il Sistema di Interscambio dell'Agenzia delle Entrate, basterebbe integrare in questo sistema l'obbligo, per il cliente, di trasmettere all'Agenzia delle Entrate la documentazione del bonifico entro 7 giorni lavorativi dalla data della fattura, collegandola alla fattura stessa. Se il bonifico non risulta trasmesso entro il termine, l'Agenzia delle Entrate emette automaticamente una multa al cliente. Parte dell'importo della multa viene trattenuto dall'Agenzia delle Entrate per diritti di segreteria, mentre il resto viene trasferito al fornitore creditore a titolo di risarcimento. In questo modo il fornitore non deve fare nulla: non rischia il rapporto commerciale, non deve ricorrere a un legale, non deve attendere anni di contenzioso. È lo stato a farsi carico del controllo, con un sistema che si autofinanzia proprio grazie alle sanzioni che commina.

Altro campo a cui si dovrebbe estendere l'abolizione del pagamento ritardato (o addirittura negato): i pagamenti stabiliti da sentenze civili. Chi vince una causa non dovrebbe essere costretto a inseguire il debitore per anni: una volta emessa la sentenza, lo stato dovrebbe farsi carico automaticamente dell'esecuzione. Il tribunale produce già oggi un documento digitale con importo, debitore, creditore e scadenza; basterebbe che questo documento alimentasse un sistema di monitoraggio che, scaduto il termine senza che risulti registrato il bonifico corrispondente, avvia automaticamente la procedura esecutiva (multa, penale crescente o pignoramento) senza che il creditore debba attivarsi.
Possibile obiezione: "Lo stato non ce la farebbe mai a occuparsi di tutte le transazioni che i cittadini litigiosi devono effettuare: dovremmo moltiplicare per dieci il personale!". L'obiezione ha senso per chi ha ancora in mente il vecchio sistema cartaceo, con l'impiegato che riceve la pratica, la esamina e decide cosa fare. Ma il problema non sussiste in un sistema informatico automatizzato, dove il personale aggiuntivo servirebbe solo per gestire le eccezioni: contestazioni, ricorsi, casi particolari. Un sistema del genere potrebbe persino ridurre il carico sulla magistratura: meno cause per recupero crediti, meno pignoramenti contestati, meno contenziosi trascinati per anni.

Norme di questo tipo fra l'altro incentiverebbero un più virtuoso flusso di denaro (detto "velocity of money"): quanto più il denaro passa rapidamente di mano in mano, tanto più stimola la produzione di beni e servizi e il benessere collettivo. Al contrario, i ritardi nei pagamenti agiscono come sabbia negli ingranaggi: imprese che aspettano i crediti rischiano la crisi di liquidità, dipendenti che ricevono tardi lo stipendio rimandano acquisti, rallentando l'intero ciclo economico.
Un sistema che paga prima farebbe circolare il denaro più velocemente a tutti i livelli: le imprese avrebbero liquidità immediata, i dipendenti potrebbero acquistare prima beni e servizi, e l'economia nel suo complesso ne trarrebbe beneficio.

08 marzo 2026

Consigli sui prompt per Claude.ai

Ha avuto discreto successo, in questi giorni, una serie di istruzioni (“The Anatomy of a Claude Prompt” di Ruben Hassid). Ho incollato proprio su una chat di Claude quelle istruzioni chiedendo quanto fossero valide, e Claude ha notato alcuni errori e esagerazioni. Così ho chiesto all’AI in questione di scrivere la versione corretta delle istruzioni, e di farlo in italiano.

Riporto di seguito i consigli che ha così prodotto (con mie correzioncine).


1) Compito (Cosa vuoi ottenere)

Definisci chiaramente il compito e i criteri di successo. Sii specifico su cosa significa un buon risultato.

"Voglio [COMPITO] in modo che [CRITERI DI SUCCESSO]."

2) Ruolo

Assegnare un ruolo a Claude può orientare il tono, il livello tecnico e la prospettiva della risposta. Non è indispensabile, ma utile quando il contesto lo richiede.

"Rispondi come uno sviluppatore esperto che revisiona codice in produzione."

3) Documento di contesto

Caricare file con regole, stile e contesto è molto più efficiente che scrivere tutto nella chat. Claude legge e segue documenti strutturati con grande affidabilità.

es.: "Prima di rispondere, leggi completamente questi file: [nome_file.md] - [cosa contiene]."

4) Riferimenti ed esempi

Mostrare un esempio del risultato desiderato è uno dei consigli più efficaci. Definisci pattern, tono e struttura come regole esplicite invece di sperare che Claude li intuisca.

es.: "Ecco un esempio del formato che voglio: [esempio]. Segui questa struttura."

5) Istruzioni specifiche

Specifica il tipo di output, la lunghezza attesa e cosa evitare. Per task complessi dedica il tempo necessario a strutturare bene il prompt con compito + contesto + esempio, e risparmierai molte correzioni successive.

es.: "Output: lista di 5 punti. Non usare linguaggio formale. Il risultato deve essere leggibile in 30 secondi."

6) Domande di chiarimento

Se il compito è ambiguo, chiedi a Claude di fare domande prima di procedere.

es.: "Non iniziare subito. Prima di iniziare ponimi le domande per ogni chiarimento che ritieni necessario e aspetta la mia risposta."

7) Piano di esecuzione

Per compiti complessi, chiedi a Claude di esplicitare il piano prima di agire. È un ottimo modo per verificare che le istruzioni siano state comprese correttamente.

es.: "Prima di scrivere qualsiasi cosa, elenca le regole più rilevanti per questo compito e mostrami il tuo piano di esecuzione."


Per approfondire: la documentazione ufficiale sul prompt engineering per Claude è su docs.claude.com.

22 febbraio 2026

L'integralismo della legalità

Qualche anno fa scaricai tutte le puntate disponibili su YouTube della trasmissione di Radio 24 "Uno, nessuno, 100Milan" per ascoltarle durante i miei viaggi in auto. Pochi giorni fa ho ascoltato la puntata del 25 marzo 2021 in cui fra l'altro intervenne l'ascoltatore Andrea, un agricoltore di 60 anni che col suo racconto dette un chiaro esempio di come a volte, per colpa della burocrazia, un atto illegale (pesantemente illegale, nel caso di specie) suscita stima anziché antipatia. Puntualizzo per i feticisti dell'evasione fiscale che no, non si tratta di una furbata per non pagare le tasse. Ho caricato l'audio su NotebookLM con cui ho velocemente estrapolato il testo del racconto di Andrea con l'eliminazione di varie digressioni (mitico NotebookLM!). Per una maggiore leggibilità sono poi intervenuto con alcuni ritocchi e tagli (senza mettere le parentesi quadre coi puntini, perché darebbero solo fastidio)  e vualà, buona lettura se vi va.

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Volevo raccontarvi un episodio surreale e clamoroso, vecchio ma attuale; l'ho fatta, questa telefonata, perché non è cambiato nulla, nella sostanza, nei rapporti tra i cittadini perbene e lo stato; fa capire perché questo è un paese morto, dal quale bisogna scappare a gambe levate. Io non posso farlo perché non mi posso portare dietro 100 m di terra, però i miei figli son già all'estero e quindi appena posso me ne vado pure io.
Faccio l'agricoltore vicino a Urbino, e avevo fino a 10 anni fa nove dipendenti in un'azienda agricola. Molti anni fa i rumeni, i bulgari o i polacchi erano extracomunitari a tutti gli effetti, e quindi se volevi assumere un operaio di quei paesi dovevi sperare che fosse disponibile un posto nella quota del decreto flussi; qualcuno li vuole assumere facendoli diventare schiavi, ma questa è un'altra storia. C'era un polacco che si aggirava in questi posti in maniera clandestina. Sapevo che era bravo, che aveva bisogno, aveva una piccola fattoria in Polonia con la moglie e due bambini, ed era alla fame e quindi era venuto in Italia a cercare fortuna. Io avevo bisogno urgente di una persona che fosse esperta, non era semplice trovarla fra gli italiani. Questo venne qua, io gli offrii una casa e un contratto collettivo, con tutte le tutele sindacali, come ero abituato a fare. Dice "bene, tutto a posto".
Allora vado alla Direzione del Lavoro di Pesaro dico: "Devo assumere 'sta persona qua", portando tutti i documenti che mi avevano chiesto, relativi a cosa faceva in Polonia prima, e mi dicono: "No, guardi, non lo può assumere". "Scusi, come non lo posso assumere? Gli do una casa, gli do un contratto collettivo, sono in difficoltà, ne ho bisogno..." "No, perché questa persona in Polonia faceva l'agricoltore, non faceva l'operaio agricolo".
Allora io (ero giovane e piuttosto deciso, più di adesso) andai a Senigallia da una signora polacca che faceva la traduttrice e le feci fare una serie di documenti falsi, con gli statini dell'INPS polacca [in Polonia detto ZUS], di una fattoria collettiva che non esisteva. Per far questo le portai dei timbri fabbricati con le imagini scansionate da documenti dell'ambasciata.
Tutto presentato, tutto in regola. Tutto falso. È stato assunto, tutti contenti. La stessa persona a cui una settimana prima avevano detto di no, adesso era in regola.
Io sono un falsario per necessità, perché questo Stato ti costringe, se sei una persona per bene, a fare i falsi.

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Propongo inoltre questo video di Roberto Mercadini del 2012:

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Parlando del tema "legale non significa etico" a tutti viene in mente quanto fosse giusto violare la legge nella Germania nazista offrendo un nascondiglio agli ebrei, ma viene in mente anche il fatto che "va beh, ma che c'entra, questo è un esempio estremo, oggi è diverso". Certo, oggi è diverso. È vero: non viviamo in uno stato dittatoriale come la Germania del genocida Hitler o l'Italia del giocatore di Risiko con pedine umane Mussolini, ma è anche vero che non è sufficiente evitare stermini per poter dire che va tutto bene.

Chiunque sia dotato di un minimo di intelligenza, onestà intellettuale ed età superiore ai 10 anni sa che il racconto di Andrea è solo uno dei tanti casi in cui violare la legge appare la cosa più lodevole da fare in quanto porta un beneficio a sé stessi e agli altri, anche senza bisogno di retrocedere di molto nel tempo, anche senza scendere sotto terra nella fogna nazista, o 300 km a sud verso l'odierna Libia.

Certo, usare questa storia per fare cherry picking e giustificare così l'anarchia (magari un'anarchia selettiva a proprio comodo) è una roba a cui cui solo un bimbominchia o un aspirante malfattore possono abbassarsi fare, e mi stanno entrambi sul culo.

Ma mi sta ancora più sul culo l'ipocrisia degli integralisti del diritto, quelli che, se e senza ma, siccome lo dice la legge allora "Tu devi fare questo", o "Ti sono nel cuore ma ho le mani legate, non posso fare ciò che mi chiedi".

Questi integralisti naturalmente sono tali non certo per integrità morale, ma solo per proteggere sé stessi, magari per proteggersi da una piccola sanzione o anche solo da un rimprovero che avrebbero una probabilità su un miliardo di verificarsi, quado invece il danno derivante dalla ligia applicazione della regola è sicuro e pesante. E sono integralisti, naturalmente, solo fino al momento in cui ad esempio il freddo e crudele mostro della burocrazia minaccia di procurare un danno a loro o a un loro caro. In quel caso dai, un piccolo strappo alla regola si potrebbe anche fare, e che sarà chiudere un occhio per una volta. E tornano ad essere persone di buon senso. Ma vaffanculo.

Se ti ricordi un episodio interessante in cui tu o una persona che hai conosciuto ha avuto il buon senso di violare una regola che creava problemi senza beneficio per nessuno, fammelo sapere nello spazio commenti.