02 giugno 2026

Le zecche rosse e i gonadestri

Immagine abbinata a un audio pubblicato
a ottobre 2025 nell'account TikTok
"Comitato Costituente Futuro Nazionale
Vannacci di Foligno (PG) - 266"

È passato tanto tempo da quando è nato il concetto di destra e sinistra nel senso sociale del termine.

Dunque, possibile che non abbiamo la possibilità di analizzare scientificamente qual è il tipo di governo che funziona meglio?

Posi una domanda del genere al mio professore di lettere al liceo, e mi rispose, per farla breve, che data la complessità dell'argomento continuano a sussistere vari punti di vista.

Credo a questa risposta se parliamo in generale. Ma non ci credo se andiamo nello specifico dei vari temi oggetto di disputa.

Si prendono in esame gli stati che hanno legalizzato la marijuana per scopo ludico, li si confronta con quelli che non l'hanno fatto, e si vede com'è andata.

Si prendono in esame gli stati che hanno la pena di morte, li si confronta con quelli che non ce l'hanno, e si guarda com'è andata.

Si prendono in esame gli stati in cui periodicamente ci sono le elezioni, li si confronta con quelli in cui le elezioni non ci sono, e si guarda com'è andata.

Si prendono in esame gli stati in cui la polizia ha la bodycam, li si confronta con quelli in cui non ce l'hanno, e si guarda  com'è andata.

E così via.

Stati con tasse alte, stati con tasse basse.

Con armi libere, con porto d'armi e tante restrizioni.

Con matrimoni gay, senza matrimoni gay.

Con adozioni gay, senza  adozioni gay.

E invece no. Come il vescovo con Galileo, si preferisce denigrare le opinioni altrui piuttosto che guardare nel telescopio che abbiamo a disposizione.

Lo so, lo so che non è così semplice, e che la stessa legge può avere effetti diversi a seconda che in quello stato siano presenti quella o quell'altra cultura, a seconda della presenza di petrolio, a seconda del clima e di vari altri aspetti. Gli studi scientifici sono complessi e non ci darebbero la verità assoluta.

Ma comunque si deve lavorare per cercare di avvicinarla più possibile, la verità. Non è che siccome non possiamo conoscerla completamente e subito, allora va bene sostituire la scienza con la tesi a cui ci fa più piacere credere. E invece in politica (e mi riferisco sia ai politici di mestiere che ai loro seguaci) si fa proprio così.

Si fa squadra, si tifa, si insulta chi non è d'accordo.

Anche se non ho condotto alcuna ricerca  scientifica su alcuno dei temi esemplificati, né su altri che abbisognerebbero di scientificità e che al momento non mi vengono in mente, immagino che ci siano degli argomenti in cui la ragione sta a destra e altri in cui sta a sinistra. E immagino che lo immagini la maggior parte delle persone, che votano a seconda delle promesse sul tema più importante soprassedendo sugli altri, su cui magari non concorda col politico che grazie a quel voto diventerà presidente del consiglio.

Quindi l'ignoranza non è solo dei sedicenti fascisti (che neanche sanno il fascismo cos'è).
L'ignoranza è anche di chi (per fare un esempio classico) dice di essere di destra solo perché ha a cuore l'ordine pubblico e la certezza della pena, e lo dice fino a quando si trova la casa perquisita dalle forze dell'ordine (perquisita = qualsiasi cosa ribaltata e spaccata, nessun risarcimento, perché è così che funziona) per aver detto al telefono una battuta che è stata intercettata e interpretata male, o il figliolo ammazzato di botte da 5 poliziotti perché aveva con sé 10 grammi di marijuana.
Parimenti la coglionaggine è dell'elettore che dice di essere di sinistra solo perché ha a cuore i diritti dei lavoratori, e si dice di sinistra fino a quando l'abitazione che ha acquistato dopo decenni di sacrifici è occupata da sconosciuti che non riesce a far sgombrare.

Cosa può esserci di più fastidioso dell'ignoranza con cui superficialmente si definisce sé stessi?

La presunzione con cui superficialmente si definisce gli altri. Sostieni X, quindi sei di destra. Sostieni Y, quindi sei di sinistra.

Ma magari il livello di presunzione e supponenza massimo fosse questo. Frasi del genere, che non si sentono/leggono praticamente mai, sarebbero oro in confronto a quello a cui ci tocca assistere. Stanti le ben più buie tenebre cerebrali del popolo italo-politicazzaro, le espressioni "di sinistra" o "di destra" vengono in realtà sostituite con altre che differiscono dai cori da stadio solo per la decenza dell'evento (almeno il calcio è uno sport piacevole, e non di rado c'è fair play).

"Zecca rossa" rivolto a chi magari non è neanche di sinistra, solo perché dice che non si può sparare a un ladro che sta scappando.

"Fascista" rivolto a chi magari non è fascista, solo perché a casa ha un busto di Mussolini.

Ragazzi, non mi viene l'esempio dell'insulto al presunto uomo di destra, abbiate pazienza. M'è venuta solo una battuta (e ormai la lascio così), ma il fatto che non mi venga non credo sia a caso.

Infatti, la sciattezza verbale e le parole che definire "da stadio" è un complimento mi pare provengano solo dai gonadestri, ecco. Sì, l'ho trovato io l'appellativo adatto.

Certo, non per le persone di destra in generale, ma per le persone gonadiformi che:
- a ragione o a torto credono di essere di destra
- deducono affrettatamente che sia di sinistra chiunque non sia d'accordo con la loro opinione di destra su un certo argomento
- la insultano chiamandola "zecca rossa", o "zecca comunista"
Tipo: auspico uno sbarco in Italia di migranti salvati da una ONG, quindi sono sicuramente contrario alla proprietà privata.

Sbagliato sarebbe usare la parola "fascista", che ha un altro significato (se non l'hai ben presente ti rimando alla voce "fascismo" di Wikipedia). Non c'entra con la gonade di destra, che non ha i coglioni per fare i conti con lo schifo del fascismo; non ne ha i coglioni perché il coglione è lui, un tizio che crede di poter risolvere tutti i problemi col "pugno duro". Un tumore al pancreas non si cura cazzottando un paziente sull'addome, e se il paziente è ancora malato non vuol dire che l'hai cazzottato troppo piano. Ma prova a spiegarglielo e premerà nella console a mano aperta sui tasti delle parole "zecca", "rossa", "buonista", "comunista".

Di primo acchito può sembrare strano che io abbia iniziato con un tono di imparzialità e abbia poi proseguito con parole che piaceranno più che altro ai SINISTRI - ecco, ecco la parola che dimenticavo, sinistri, diamine. C'è anche questa.
Ma, dicevo, se vai oltre al suddetto primo acchito e leggi bene, capisci che mi interessava richiamare l'attenzione non sulla giustezza o non giustezza di quella o quall'altra tendenza politica (fra l'altro non è neanche detto che siano solo due), ma sull'atteggiamento con cui vedo reagire certa gente alle idee non concordi.

Sbeffeggiamenti. Appellativi offensivi e fuori tema. Da manicomio proprio. Mi ricorda Duccio Patané della serie Boris quando parlando con un ragazzo negro gli dice "L'avete fatta grossa l'undici settembre, eh?".

E questo atteggiamento (che ci devo far?) a quanto risulta dai dibattiti a cui il mio sistema uditivo e visivo sono stati esposti fra TV, radio e social media, appartiene soprattutto a gonadestri.

Nota: se sei arrivato fin qui e ciò nonostante hai capito "gonadestri" = "persone di destra", probabilmente fai parte della prima categoria, mi spiace per te. E soprattutto per chi ti sente o legge.

31 maggio 2026

Carcere e trasparenza sulle pene e loro variabilità

Premesso che non ho nulla da dire agli scemi secondo cui "Quello deve marcire in carcere", perché già gli risponde la Costituzione italiana, trovo che le sentenze penali a volte figurino agli occhi dei cittadini italiani come farlocche a causa della poca chiarezza con cui vengono scritte, e a causa degli sconti di pena che sono materia poco conosciuta. Ecco dunque la classica frase da bar "Gli hanno dato 5 anni di carcere, ma sapendo come vanno le cose in Italia, quello fra 6 mesi è già libero...".

Oltre alla trasparenza sulla lunghezza della pena, sugli sconti di pena e sulla trasformazione di un periodo di reclusione con un periodo di servizi sociali esiste il problema, più concreto, della rimessa in libertà con un calcione a un tizio che magari possiede poco o niente, sa fare poco o niente e che quindi conosce un unico modo per sopravvivere: tornare a delinquere. Infatti spesso tutti i soldi se ne sono andati in risarcimenti e spese processuali, e durante gli anni di detenzione i contatti lavorativi sono andati persi.

Ed ecco che la frase da bar citata prima continua con "...e poi torna a delinquere, perché lo sa che non gli fanno nulla!".

Questo modo di pensare di tanta gente è oro per politici destronzi in cerca di voti con argomentazioni facili quanto superficiali, quando non campate in aria.

Servono riforme sull'imparzialità del giudizio di buona condotta, requisito per l'accorciamento delle pene, e sulla chiarezza delle sentenze.

Chi decide se il detenuto si comporta bene e dunque avrà uno sconto di pena? 

Attualmente ai detenuti con buona condotta (cioè detenuti che non creano problemi) viene applicato uno sconto di pena pari a 45 giorni ogni 6 mesi, e la decisione di applicare o no questo sconto viene presa ogni 6 mesi da un giudice, detto magistrato di sorveglianza.

Ma di fatto i mesi o gli anni in più o in meno che un detenuto sconterà in carcere vengono decisi, pur indirettamente, dall'équipe del carcere, detta GOT (Gruppo di Osservazione e Trattamento), composta da personale di polizia, educatori e presieduta dal direttore, la cui relazione il magistrato di sorveglianza prende per veritiera in toto. Dunque il personale del GOT possono senza problemi far passare per verità o falsità quello che vogliono; ad esempio gli agenti di custodia (il cui giudizio ha un peso enorme) possono scrivere un rapporto ingigantendo o minimizzando la gravità di una vicenda a seconda di antipatie o simpatie. Se una guardia decide di fare un rapporto disciplinare a un detenuto (magari per un bisticcio verbale ingigantito), quel rapporto blocca quasi automaticamente lo sconto di pena per quel semestre.

Se confrontiamo la vita dentro e fuori dal penitenziario emerge una violazione della Costituzione clamorosa. In uno stato di diritto, anche un solo giorno di privazione della libertà deve corrispondere a un reato previsto da una legge. Se fuori dal carcere un cittadino si comporta in modo maleducato o irrispettoso con un'autorità (come un vigile o un impiegato pubblico), non viene condannato a un mese e mezzo di cella. Se invece lo fa un detenuto, per quella stessa identica condotta che non costituisce reato, può essergli rifiutato lo sconto. Si becca cioè 45 giorni di carcere in più sulla base di una contestazione disciplinare di una guardia.

Il magistrato di sorveglianza decide nel suo ufficio, in base alle carte redatte dal personale del carcere, senza un'udienza pubblica, senza un avvocato che possa difendere il detenuto da eventuali bugie. Affinché possa farlo, deve essere presentato un ricorso.

Insomma, a meno di uno snervante ricorso vinto, lo sconto di pena relativo a quel semestre viene deciso, pur indirettamente, dal personale del carcere, secondo un regime con caratteristiche che per nulla si confanno a uno stato di diritto: un regime di arbitrio, favoritismi e vendette. Chi sta simpatico (o chi appartiene a una famiglia potente) esce più presto, chi sta antipatico più tardi.

Lo stato usa il meccanismo dello "sconto" anziché stabilire una pena base e aggiungere giorni in caso di cattiva condotta, e lo fa per un motivo psicologico, dato che l'essere umano è molto più motivato a collaborare se ha un premio da conquistare per ridurre il tempo di cella rispetto a che se avesse una pena fissa che può solo aumentare, che genererebbe molta più disperazione, passività e rabbia.
Ma se la leva psicologica della riduzione ha un senso, non ha alcun senso che venga gestita in un clima di eccessiva sottomissione. Il magistrato di sorveglianza deve lavorare in un contesto di parità fra le parti. Nel sistema che auspico, il meccanismo per garantire massima trasparenza e legalità funziona così:

- I membri del GOT documentano i fatti (es. "il detenuto ha partecipato alle attività lavorative", oppure "il detenuto ha aggredito un compagno").

- L'udienza semestrale si tiene in un'aula di tribunale pubblica, nella quale il detenuto è assistito dal suo avvocato, che può contestare da subito i rapporti delle guardie, portare prove (es. testimonianze, relazioni psicologiche esterne) per dare la sua versione dei fatti e dimostrare che un'accusa era falsa o ingigantita.

- Il giudice, in base alle versioni udite e documentate, decide quanti giorni di beneficio concedere. Se il detenuto si comporta male, a seconda della gravità del suo comportamento, gli viene negato un numero variabile di giorni, con un'ordinanza motivata e impugnabile.

Sentenze trasparenti e addio agli sconti totali 

Ecco perché sopra ho scritto "beneficio" e non "sconto di pena": per una trasparenza nei confronti dell'opinione pubblica, nel sistema che auspico il concetto stesso di "sconto di pena" scompare. La pena decretata dal giudice rimane tale dal primo all'ultimo giorno, ma è composta da due porzioni, scritte nella sentenza chiaramente: il tempo passato in carcere e tempo passato a lavorare o apprendere un nuovo mestiere.

Ad esempio, una sentenza per un reato grave dovrebbe avere una struttura del tipo:

"Il Tribunale condanna il reo alla pena complessiva di anni 12 di detenzione. Dispone che i primi 9 anni siano scontati in regime di reclusione ordinaria in carcere. Stabilisce che il primo anno di detenzione sia scontato interamente in cella senza benefici. A partire dal secondo anno, e per i restanti 8 anni della prima fase, il condannato ha il diritto di convertire le quote di buona condotta semestrale in permessi lavorativi esterni per un massimo di 45 giorni ogni 6 mesi, da spalmarsi lungo l'arco del semestre (con una media di circa 1 giorno di lavoro esterno ogni 4). Durante questi permessi il detenuto uscirà esclusivamente per l'orario di lavoro o apprendimento, mantenendo il carcere come propria abitazione e rientrandovi al termine di ogni turno. Dispone che gli ultimi 3 anni di pena siano scontati in regime obbligatorio di reinserimento lavorativo giornaliero: in questa fase finale il condannato continuerà ad abitare in carcere, ma svolgerà attività lavorativa o di apprendimento tutti i giorni. L'accesso, il quantitativo e il mantenimento dei permessi lavorativi (sia nella prima che nella seconda fase della pena) sono sottoposti a verifica del Giudice di Sorveglianza in udienza pubblica ogni sei mesi. In caso di accertata cattiva condotta, il Giudice disporrà la revoca parziale o totale dei soli giorni di lavoro relativi al periodo in esame, convertendoli in cella ordinaria in modo proporzionale alla gravità dell'infrazione commessa."

Nessun periodo di libertà in regalo (salvo incompatibilità dovuta a problemi di salute). In cella per la quota fissa della punizione e poi lavoro o apprendimento di un mestiere (in caso di rifiuto, quel periodo torna ad essere di carcerazione ordinaria). Così più probabilmente il detenuto produrrà un reddito, utile magari a risarcire le vittime e pagare le spese processuali, ed eviterà di delinquere di nuovo una volta varcato il cancello d'uscita.

29 maggio 2026

Numeri discordanti sui femminicidi: osservatori femministi contro Ministero dell'Interno

Nel dibattito pubblico italiano la parola "femminicidio" ha smesso di essere una categoria sociologica e giuridica per trasformarsi in un termine passe-partout. Ogni volta che una donna perde la vita per mano di un uomo scatta l'automatismo mediatico: l'etichetta viene incollata istantaneamente sui banner dei telegiornali e sulle prime pagine. Ma la realtà scientifica, criminologica e investigativa è ben diversa. Oggi assistiamo a una vera e propria guerra delle cifre, dove l'onestà intellettuale viene spesso sacrificata sull'altare del sensazionalismo e della propaganda femministoide.

I dati del 2025 e del 2026

Per capire l'entità del fenomeno senza farsi condizionare dall'emotività possiamo guardare i numeri pubblicati nella nota del Ministero dell'Interno sui dati di criminalità del 2025:

  • 97 omicidi con vittime femminili in totale
  • 85 di questi eventi sono avvenuti in ambito familiare o affettivo
  • 62 sono stati commessi specificamente dal partner o dall'ex partner

Se guardiamo all'anno in corso, aggiornato a fine maggio 2026, il divario tra le fonti esplode a seconda dei criteri di rilevazione utilizzati:

  • Osservatori indipendenti e reti transfemministe (es. Non Una Di Meno): contano 18 omicidi di donne + un suicidio indotto di una ragazza transgender, classificando tutti e 19 i casi come femminicidio
  • Viminale (Femminicidi formalizzati): all'interno di quegli stessi dati ministeriali, sotto la dicitura giuridica di "femminicidio" (regolata dal nuovo articolo 577-bis del Codice Penale), compaiono provvisoriamente solo 3 casi, in attesa che la prudenza giudiziaria accerti il reale movente di genere
L'errato automatismo "contesto = causa"

La ragione principale di questo contrasto risiede in un errore logico grossolano: confondere il contesto con la causa.

I centri antiviolenza, le associazioni e molti osservatori di parte applicano un criterio puramente anagrafico e d'istinto: se la vittima è donna e l'assassino è l'uomo con cui aveva una relazione, allora automaticamente è femminicidio.

La definizione internazionale della Convenzione di Istanbul è un'altra: è femminicidio solo quando l'omicidio è motivato dal genere, cioè la donna è stata uccisa in quanto donna, e l'assassino ha quindi agito secondo un senso di possesso, di prevaricazione o della non accettazione della fine di un legame.

Una coppia o una famiglia possono essere il teatro di una tragedia per motivi del tutto estranei alle dinamiche di genere:

  • Liti economiche: omicidi scatenati da debiti, spartizioni di eredità o collassi finanziari
  • Patologie e disperazione: tragedie legate a gravi disturbi psichiatrici acuti, dove l'omicidio-suicidio nasce dall'impossibilità di gestire malattie croniche
  • Criminalità comune o faide: situazioni in cui il delitto è indipendente dal genere della vittime
La disonestà intellettuale al Festival di San Remo 2026 Sul palco dell'Ariston durante il Festival della Canzone Italiana 2026, in uno spazio dedicato al tema, sul maxischermo alle spalle dei conduttori e degli ospiti è stato proiettato un maxi-elenco di donne uccise negli ultimi tre anni, presentato al pubblico come un elenco di femminicidi. Ma se si guardano i nomi inseriti in quel database (estrapolato proprio dai monitoraggi delle reti antiviolenza), notiamo casi che non c'entrano col femminicidio:
  • Margherita Margani, uccisa a coltellate e forbiciate dalla nuora durante una banale lite domestica
  • Giuseppina De Francesco, massacrata di botte dalla propria figlia
  • Chiara Carta, uccisa barbaramente da sua madre, un dramma legato alla salute mentale e alla sfera filicida, spacciato per reato di genere
  • Margherita Battazza, anziana non autosufficiente morta di stenti dopo essere stata abbandonata dalla figlia
  • Antonella Salamone, uccisa dalla figlia e dal marito in un delirio mistico
  • Vicende in cui padri in pieno crollo psichico hanno sterminato l'intera famiglia (uccidendo sia la moglie che i figli maschi) vengono accorpati senza alcuna distinzione criminologica
La prudenza dei magistrati
 
Mentre la macchina mediatica e l'attivismo politico corrono a prendersi i titoli dei giornali usando i morti per fare pseudo-statistica ideologica, la magistratura opera con la prudenza a cui è giustamente obbligata. Un pubblico ministero non può muoversi per slogan. Per rubricare un reato sotto l'aggravante del femminicidio, servono prove materiali e granitiche: messaggi, pregresse denunce, testimonianze di condotte ossessive o di sottomissione.

Questa necessaria accuratezza investigativa spiega perché i dati del Viminale si muovano a rilento rispetto agli affrettati contatori dei centri antiviolenza. Confondere le acque e gonfiare le liste per ragioni di bandiera è una strategia che, quando beccata, produce nella testa della persone un effetto opposto a quello sperato: genera scetticismo e disinteresse nei confronti di un argomento meritevole di attenzione e onestà intellettuale.

Video sull'argomento:
Femminicidi. I dati del ministero dell'Interno: video del canale Youtube del Ministero dell'Interno che illustra come i dati del Viminale vengano analizzati e filtrati per isolare le reali dinamiche di genere
https://www.youtube.com/watch?v=4IBdhx51sYQ
Femminicidi, perché i numeri vengono GONFIATI? L'inganno dei media: analisi dello youtuber Rick DuFer su vari casi di cronaca nera apparsi sullo schermo del Festival di Sanremo falsamente annoverati fra i femminicidi
https://www.youtube.com/watch?v=ygjQx3uQAzM


14 maggio 2026

Perché tacere all’interrogatorio del PM (anche da innocenti)

Molte persone, soprattutto quando leggono di un indagato che si avvale della facoltà di non rispondere o che “non collabora”, pensano subito: se è innocente perché non parla? Ha qualcosa da nascondere! Deduzione superficiale, per la verità.

La tesi “chi non ha nulla da nascondere parla” può essere sostenuta solo da chi non è mai finito nel tritacarne giudiziario-mediatico. 

Chi è innocente non ha nulla da nascondere da dimostrare al PM in fase di indagine. E ha tutto da perdere parlando a ruota libera.

Il cervello umano sotto stress (con ansia, adrenalina, desiderio di apparire collaborativo) può non ricordare bene e produce spesso imprecisioni, omissioni, dettagli superflui, ricostruzioni parziali o addirittura contraddizioni. Un investigatore potrebbe trasformare una frase apparentemente innocua in un elemento a sfavore; un giornalista potrebbe trasformarla in un titolone, ad esempio «L'imputato ammette di aver temuto l’arresto», leggendo il quale il lettore può essere indotto a dire «Vedi? È colpevole!».

C’è un altro aspetto di non immediata comprensione e che è bene invece avere presente, e qui mi rivolgo ai lettori di giornali/blog e agli spettatori di Tg e vari trasmissioni televisive dedicate ai fatti di cronaca nera: mentire non significa essere colpevole.

Non è raro che un innocente menta durante un interrogatorio. Lo fa per rafforzare un alibi che teme sembri troppo debole, per paura che la verità, raccontata in risposta a una domanda formulata in modo distorto o insidioso, dia l’impressione sbagliata di colpevolezza. In quel momento di pressione l'imputato pensa: «Se dico esattamente come stanno le cose rischio di sembrare strano o sospetto; meglio aggiustare il racconto per sembrare più credibile». E quella bugia, anche se piccola, se scoperta rischia di diventare un’arma potentissima contro l'imputato: una contraddizione successiva, un riscontro che non torna, e scatta il meccanismo: «Ha mentito, quindi nasconde qualcosa, quindi probabilmente è colpevole». Ecco perché rimanere in silenzio è spesso la scelta più intelligente. Mette al sicuro dalla tentazione di mentire per migliorare la propria posizione e impedisce che parole dette sotto stress vengano usate come indizi o prove contro l'imputato. Le indagini si vincono con prove concrete, non con chiacchiere estemporanee o tentativi maldestri di apparire più innocenti.

Negli USA migliaia di innocenti finiscono condannati proprio per aver parlato troppo durante interrogatori informali o "fishing expedition".
In Italia chi segue i programmi TV dedicati ai processi per omicidio sa bene che parole estemporanee possono generare narrazioni mediatiche che condizionano l’opinione pubblica e, indirettamente, le indagini.

Chi interroga, nonostante la propria esperienza professionale, non sempre sa distinguere una bugia che è segno di disonestà da una bugia frutto di tensione e del tentativo disperato di apparire più credibili.

Ecco perché la facoltà di non rispondere non è una falla del sistema giudiziario, ma una giusta protezione per tutti, soprattutto per gli innocenti.

L'innocenza si dimostra davanti al giudice, con avvocato e prove strutturate, senza regalare appigli alla controparte (sì, lo so, il PM non è la controparte e il suo compito è trovare la verità, ma di fatto a volte si impegna per dimostrare la colpevolezza dell'imputato e quindi di fatto è una controparte).

Tutto questo non ha nulla a che vedere con l'odio nei confronti di polizia o magistratura, che sono risorse necessarie e preziose affinché un paese possa dirsi civile. Ma altrettanto necessarie sono le garanzie processuali, che le persone devono conoscere e devono poter esercitare in maniera intelligente.

Le persone devono comprendere l'importanza della facoltà di non rispondere, così come devono pretendere che lo stato che indaghi in modo razionale per trovare il vero colpevole anziché accanirsi irrazionalmente sul primo che potrebbe esserlo, con possibili danni ingiusti, compreso quello reputazionale (un esempio è Raffaele Sollecito, che pur essendo stato assolto ha faticato molto a trovare un lavoro dopo il processo che ha affrontato).

21 aprile 2026

Se l'installer di Windows 11 non vede l'SSD o l'HD forse manca il driver del controller di archiviazione

In questo articolo riporto le istruzioni per la soluzione di un problema che ho avuto nel tentativo di installare Windows 11. Sono istruzioni relativamente semplici, ma se non riesci a seguirle a causa di qualche intoppo ti consiglio di consultare Claude (va bene anche la versione gratuita) chiedendogli di guidarti passo-passo, come ho fatto io.

Per installare Windows 11, stando a ciò che si legge sul sito di Microsoft è sufficiente scaricare il pacchetto di installazione, usare il “Media Creation Tool” per creare la chiavetta USB di avvio, inserirla nel PC, accenderlo e seguire la procedura guidata. In relatà non è sempre così semplice: a volte, dopo che è stato avviato il PC con la pendrive, nella lista delle unità su cui scegliere di installare Windows non compare il disco su cui normalmente dovrebbe essere instllato (quello che poi solitamente è chiamiamo disco C).

In casi come questo di solito la prima cosa che si pensa è indagare il BIOS, che però nel mio caso era correttamente configurato, oppure scaricare il driver del controller mancante dal sito del produttore del PC (HP, Lenovo, Asus ecc.), nel quale però può non essere disponibile; lo si cerca allora sul sito del produttore del componente hardware (nel mio caso Intel), che però può rendere disponibile un pacchetto EXE che funziona solo per aggiornare un driver già installato su un sistema funzionante, senza rendere i file disponibili, individuabili in una cartella copiabili e incollabili dove serve. La soluzione potrebbe essere (come è stato nel mio caso), reperire i file del driver già presente nel PC in questione in una sottocartella di Windows, come spiego più avanti.

Se il PC su cui vuoi installare Windows 11 non ha già installato Windows 10 o Windows 11 stesso (che magari vuoi installare da zero per ottenere un sistema pulito), il metodo di cui parlo in questo blogpost per reperire i file del driver è applicabile solo se puoi servirti di un altro PC Windows (10 o 11) che abbia un identico controller di archiviazione da cui copiare i file del driver.

L’origine del problema

Il mio problema era proprio la mancanza del driver necessario per comunicare con il controller di archiviazione del PC, senza cui il programma di installazione di Windows 11 non riusciva a vedere il disco (il controller di archiviazione è appunto il componente hardware che fa comunicare il sistema operativo col disco), e il motivo di questa mancanza me l'ha spiegato Cloude: di norma un computer ha processore e controller della stessa marca, ma alcuni produttori mescolano componenti di fornitori diversi e questo crea confusione sulla necessità di quello o di quell’altro diver. Ad esempio nel caso del mio portatile HP, il controller era un Intel, mentre il processore era un AMD.

Così il programma di installazione di Windows 11 creato con il pacchetto scaricato dal sito di Microsoft non supporta nativamente il controller di archiviazione ed è necessario aggiungervi l’apposito driver manualmente.

Come identificare il controller di archiviazione del tuo PC

Se Windows 10 o 11 è già installato e funzionante sul PC in questione (ad esempio il mio aveva Windows 10) puoi identificare il controller in pochi passaggi:

- Premi Windows + X e clicca su “Gestione dispositivi”.

- Espandi la sezione “Controller di archiviazione”.

- Annota il nome del controller che appare (nel mio caso: Intel RST VMD Controller 9A0B e Intel RST VMD Managed Controller 09AB).

- Fai clic destro sul controller il cui nome non contiene la parola “Managed”, poi vai su Proprietà → Scheda Driver → Dettagli driver; annota i nomi dei file .sys (nel mio caso: iaStorVD.sys e iaStorAfs.sys). Questi file, insieme ai file .inf e .cat, costituiscono il driver del controller.

Come procurarsi i file del driver

Per trovare i driver apri la cartella

C:\Windows\System32\DriverStore\FileRepository\

e poi individua le sottocartelle il cui nome inizia con il nome del file .inf del driver corrispondente (seguito da una stringa di lettere e numeri).

Nel mio caso i file .inf del controller erano due:
iaStorVD.inf
e iaStorAfs.inf,
e le sottocartelle si chiamavano rispettivamente
iastorvd.inf_amd64_15c9ea6001a5206d
e iastorvd.inf_amd64_a5ea1b1d8db1527e.

Fra le cartelle individuate, quella con la data di modifica più recente contiene i file che ti servono.

Dentro quella cartella troverai i file del driver, e cioè i file con estensione inf, sys, cat, e altri file di supporto. Copia l’intero contenuto della cartella sulla stessa chiavetta che contiene l’installer di Windows 11, ad esempio in una cartella che crei denominata “Driver”.

Come caricare il driver prima dell’installazione

Avvia il PC dalla chiavetta USB e procedi normalmente con il setup di Windows 11. Quando arrivi alla schermata “Dove vuoi installare Windows?” e il disco non appare,

- Clicca su “Carica driver”

- Clicca su “Sfoglia” e seleziona la cartella della chiavetta USB in cui hai copiato i driver 

- Seleziona il driver che appare nell’elenco

- Clicca “Installa” (il driver verrà caricato nella in memoria RAM e non installato in modo permanente in questa fase)

A questo punto il disco dovrebbe apparire nell’elenco e potrai sceglierlo per l’installazione di Windows 11.