20 aprile 2017

Obbligo di fedeltà in azienda: come interpretarlo?

Ho letto poco fa un articolo su La Stampa su una psicologa che ha vinto una causa contro l'ASL1. Secondo il giudice (e anche secondo me) era stata ingiustamente sospesa per il fatto di aver denunciato su Facebook le pietose condizioni del luogo di lavoro che le era stato assegnato, pubblicando foto e commenti denigratori. Del resto le foto erano vere, e il luogo di lavoro era effettivamente pericoloso e fatiscente. Quindi con che coraggio l'ASL1 aveva deciso di punirla?

Questa vicenda mi ha ricordato un fatto di qualche anni fa. Mi lasciò perplesso una clausola che una cooperativa di servizi inseriva nei contratti di ingaggio di professionisti della salute e operatori di assistenza in una casa di riposo.

Questa clausola, si leggeva nel contratto, vietava al professionista

"di comunicare e divulgare a terzi qualsiasi tipo di dato, informazione, notizia inerente l’organizzazione aziendale, i singoli servizi e gli utenti di cui viene a conoscenza durante le prestazioni professionali e dopo la cessazione delle stesse, e a non utilizzare, né in proprio né a favore di terzi, dati o fatti inerenti la Cooperativa e le strutture in cui opera"

Dopo una ricerca sul web del codice di riservatezza, sancito dal codice civile, trovai questa pagina dedicata al diritto, dove un legale rispondeva alla domanda di un utente. Nella sua risposta, fra l'altro, si legge un riferimento al cosiddetto obbligo di fedeltà:

[...] anche successivamente alla scadenza del contratto, non avrai facoltà di "divulgare notizie attinenti all'organizzazione e ai metodi di produzione dell'impresa, o farne uso in modo da poter recare ad essa pregiudizio"(pensa ad esempio, alle opere tecnologiche innovative, assoggettate a brevetto, ovvero all'esito degli studi e delle ricerche scientifiche, di cui ti occuperai all'interno dell'azienda). [...] L'obbligo sussisterà fino a quando l'imprenditore/ex datore di lavoro avrà interesse a tale segretezza, ossia fino a quando l'azienda svolgerà la sua attività, nello specifico settore imprenditoriale in cui opera attualmente. In caso di violazione dell'obbligo di fedeltà, successiva all'estinzione del rapporto di lavoro subordinato, sorgerà nei tuoi confronti, una responsabilità civile, ossia sarai obbligato a risarcire il danno patrimoniale, cagionato al tuo ex datore di lavoro."

Ok, il Codice Civile vieta la divulgazione di notizie che cagionerebbero un danno all'azienda. Se il lavoratore lo fa, l'azienda può citarlo in giudizio e chiedere il risarcimento per quel danno (a patto che quel danno venga dimostrato, immagino). Ed essendo ciò sancito da una legge, vale anche se non è scritto nel contratto.

Ma in quel contratto il divieto era più esteso. Non si vietava soltanto la diffusione dannosa di informazioni. Si vietava la diffusione di informazioni. Anche se non dannose. E questo anche dopo la fine del rapporto di lavoro.
Praticamente se accetti quel contratto, 20 anni dopo che hai smesso di lavorare per quella cooperativa non puoi confidare a tuo fratello uno dei "fatti inerenti la cooperativa e le strutture in cui opera", ad esempio che una volta un tuo collega è stato licenziato, o che una volta alla cuoca è caduto di mano un piatto.
Altrimenti, pur non arrecando danno alla cooperativa violi il contratto. E quindi potrebbe esserti chiesto un risarcimento per contratto non onorato.

Ma... ma... MA...

...per prevedere una sentenza, a quanto pare, non sempre è sufficiente leggere il significato delle parole di un contratto e di una legge. A volte, legge o non legge, contratto o non contratto, il giudice aggiunge del suo.

Ad esempio, premesso che sono contento della sentenza che ha dato ragione alla psicologa, non posso non notare che la legge le dà torto: nel Codice Civile c'è scritto che è vistato di divulgare notizie attinenti all'organizzazione. Non c'è scritto che "però quelle informazioni puoi divulgarle se corrispondono a verità, o se sono facilmente reperibili".

Quindi, per l'ennesima volta, dititto italiano... BOH.

12 aprile 2017

Il passeggero della United Airlines picchiato perché non voleva rinunciare al viaggio

Ieri ho appreso da questo video di Federico Pistono la notizia del passeggero di un aereo della United Airlines, picchiato perché non voleva scendere dall'aereo e rinunciare al suo viaggio. Si trattava di un medico in procinto di tornare a casa e che doveva essere in ospedale il giorno dopo. Come alcuni altri passeggeri è stato fatto scendere per far posto a membri dello staff aggiuntivi. Ma, a differenza degli altri passeggeri espulsi, lui non voleva accettare il risarcimento di un voucher da 800 dollari in cambio del rinuncio al volo, così è stato malmenato e trascinato via di peso a causa della sua resistenza.



Le azioni della United Airlines sono scese nei giorni successivi alla messa online dei filmati relativi a questo fatto.

Io sono molto diffidente e sospettoso riguardo le compagnie aeree in generale, perché so che molte vessano i loro clienti in maniera odiosa. Ad esempio ho saputo che in seguito a un overbooking andato male (overbooking = vendere più biglietti dei posti disponibili, sapendo che nella maggior parte dei casi ci saranno degli assenti... appunto, nella maggor parte dei casi, e non sempre!) è stata truccata la bilancia del bagaglio a mano per costringere quello o quell'altro passeggero a rimanere a terra.

Ripeto, sono molto diffidente e sospettoso nei confronti delle compagnei aeree. Ma cerco di non lasciarmi trascinare dall'emozione e dalla fretta quando si tratta di dare ragione o torto.

Osservando questa storia, il pensiero di molti commentatori è andato all'overbooking. I fautori del libero mercato senza se e senza ma direbbero: "Le regole le sai quando acquisti un biglietto. Se non ti piacciono, acquisti il biglietto di un'altra compagnia, oppure fondi tu una compagnia aerea". In realtà questo tipo di argometnazione non sempre regge, perché un'altra compagnia, che tratta meglio i clienti, costerebbe di più, e anche i meno abbienti hanno riditto di viaggiare in posti lontani se ne hanno bisogno, e figuriamoci se ogni volta che si viene vessati da un'azienda la risposta può essere fondarne una. Un governo può intervenire legiferando su questo e proibire l'overbooking, ad esempio, proprio come ha proibito i costi di ricarica per i cellulari, ottenendo il plauso della quasi totalità della popolazione.
Occorre comunque riflettere e non lasciarsi trascinare dall'apparenza. Ad esempio, riguardo la telefonia mobile si poteva ragionevolmente temere che i costi di ricarica sarebbero stati spalmati sulle tariffe di chiamata (anche se ciò non è avvenuto, mi pare, fortunatamente). Analogamente, la proibizione dell'overbooking (o l'aumento dei risarcimenti per le vittime dell'overbooking, etc) potrebbe avere conseguenze sul rialzo dei prezzi dei biglietti.

Polizia rimuove con la forza passeggero United Airlines
 Sta di fatto che i tanti aneddoti di vessazione dei clienti e la grande quantità di compagnie aeree che si fanno concorrenza fra loro (e alcune delle quali ogni tanto falliscono) mi fa pensare che un buon posizionamento sul mercato di una compagnia aerea potrebbe essere proprio "La compagnia aerea low-cost che non truffa i clienti", o qualcosa del genere.

Ma questa che ho fatto era solo una parentesi, perché se ho capito bene nel caso di specie probabilmente non si è trattato di overbooking, come ha detto un commentatore:

[...] l'overbooking viene gestito in fase di check in... Non c'è più posto = no carta di imbarco. Penso sia stata una situazione di emergenza nata dopo il check in. In caso si debbano inviare urgentemente manutentori/equipaggio per un altro aereoplano fermo da un'altra parte. In questo caso chiedono a chi è già imbarcato di accettare un indennizzo se lascia il posto. Generalmente si assiste ad un asta al rialzo fino a che non si liberano i posti necessari.
Ovviamente qui qualcuno non ha seguito le procedure in modo appropriato.

Un altro commentatore ha precisato:

[...] i passeggeri selezionati sono quelli che hanno pagato meno e che hanno quindi una priorità più alta nell'essere soggetti a decisioni della compagnia. Viene sempre spiegato in fase di prenotazione sia in agenzia che sul WEB. L'atteggiamento del poliziotto nasce dal fatto che l'interruzione di pubblico servizio va punita e negli USA non si scherza, mi pare... anche se verrà sanzionato per il metodo usato.

Anche se non ero lì, immagino non siano state date ai passeggeri da espellere tutte le spiegazioni.
Per scongiurare il problema sarebbe stato sufficiente fare ai passeggeri un ripassino delle condizioni contrattuali, nonché dar loro un risarcimento che potesse essere percepito come congruo. Queste cose capitano di rado (al contrario dell'overbooking), quindi non vedo il problema di dare a ogni passeggero un risarcimento anche di 1000 dollari a testa (dollari, non voucher).

Prima di leggere l'articolo di Wired sulla vicenda ero stato tentato di scrivere "Comunque se dei poliziotti, a torto o a ragione, ti danno un ordine e tu rifiuti di eseguirlo, non stupirti se usano la forza; la tua resistenza non fa che peggiorare la tua situazione e non ti apporta nessun vantaggio". E invece non è stato così: curiosamente il passeggero, in un momento successivo, è stato riammesso nell'aereo! La sua tenacia e il suo coraggio l'hanno premiato. Beh, anche la sua incoscienza.

Con l'occasione la compagnia aerea concorrente Southwest ha approfittato del fatto per uno slogan: "Battiamo la concorrenza, non te".
Aggiornamento: poche ore fa sul canale YouTube Fame Magazine II è apparso questo video su come usare il Ju-Jitsu per difendersi da United Airlines

07 aprile 2017

Perché si usano termini anglofoni al posto di quelli italiani

Dopo aver fatto notare a un noto marketer italiano che sarebbe meglio non usare il verbo "performare", mi è stato detto che questo verbo esiste.
Ho controllato il vocabolario Treccani, e c'è davvero "performare". Questa scoperta mi ha deluso.

Perché?

Che bisogno c'era di storpiare l'inglese quando c'è già un verbo italiano, e cioè "funzionare", che esprime già quel concetto?

A volte è per abbreviare (le parole inglesi spesso sono più corte), a volte è per mantenere delle frasi fatte nate in inglese e che tradotte farebbero perdere lo spirito umoristico, ma non è questo il caso.

Forse un giorno capirò. Magari c'è un articolo di un blog che ne parla. Se lo trovate, forwardatemelo (già, io ci scherzo, ma esiste anche chi ha usato un'espressione del genere... Fin dove è capace di spingersi quella che alcuni chiamano "evoluzione della lingua" ?).

Il ragazzo in questione mi ha detto che "funziona" non gli dà lo stesso effetto emotivo di "performare".

Perché?

Ritengo interessante analizzare il vero motivo per il quale il motivo per il quale certe parole storpiate dall'inglese vengono considerate più efficaci dagli alcuni italiani (parole magari incluse nei vocabolari italiani, probabilmente per rassegnazione dei loro autori).

Secondo me il motivo risiede nel fatto che questi italiani hanno letto spesso testi in inglese o sono stati molto contatto con persone che storpiavano l'inglese. La sensazione di maggior efficacia deriva dal sentirsi ganzi per via dell'anglofonismo (più o meno inconsciamente), e non per l'etimologia della parola.

C'è anche un altro fattore: l'invasione degli anglofonismi e l'abitudine al loro uso tende a cancellare dalla memoria i relativi termini italiani, che non sono per nulla complicati. Chiedi a 10 informatici il significato italiano di "Performance", e almeno sei o sette ci penseranno un bel po', magari per dirti che è intraducibile con una singola parola italiana. Poi, quando gli dici che esiste "prestazione", faranno una faccia come dire "Uh! Come ho fatto a non pensarci, era così semplice!"

Non ci hai pensato non perché hai un Alzheimer giovanile, ma perché molti termini inglesi che si aggiungono al vocabolario italiano, anziché arricchirlo, lo sostituiscono nella testa di manager aziendali, marketer e informatici, che se continuano così si trasformeranno in un popolo di gente ridicola agli occhi delle persone che, colte o ignoranti, parlano italiano.

15 marzo 2017

Dito medio di J-Ax e Fedez contro gli anti - adozioni gay... Hanno torto?

È giusto proibire le adozioni di un bambino da parte di una coppia omosessuale?

La risposta a questa domanda dev'essere data unicamente attingendo a dati scientifici riguardanti l'osservazione delle condizioni di benessere dei bambini allevati fin ora da coppie omosessuali.

Tutto il resto è teoria, o, peggio, ideologia.

E non è la sola teoria, e tanto meno l'ideologia a dover decidere sulla vita delle persone.

Allora Vediamo cosa dice la scienza.

Cito da un articolo sul sito dell'Ordine degli Psicologi del Lazio, scritto dalla dott.ssa Paola Biondi:

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Oltre 40 anni di ricerche internazionali di vario tipo, sempre più complesse e lunghe nel tempo, concordano nell’affermare che non esistono differenze significative tra la prole di coppie dello stesso sesso e la prole di coppie di sesso differente.

Si vedano per una accurata analisi due tra gli ultimi contributi pubblicati sul tema: Adams J., Light R., 2015 – Scientific consensus, the law, and same sex parenting outcomes in Social Science Research, Volume 53, September 2015, Pages 300-310 e Ferrari F., 2015 – La famiglia in-attesa, ed. Mimesis.

Ma ancora voglio citare alcuni pareri autorevoli della comunità scientifica italiana e internazionale quali questi che seguono:

– 2006, American Academy of Pediatrics: “I risultati delle ricerche dimostrano che bambini cresciuti da genitori dello stesso sesso si sviluppano come quelli cresciuti da genitori eterosessuali. Più di venticinque anni di ricerche documentano che non c’è una relazione tra l’orientamento sessuale dei genitori e qualsiasi tipo di misura dell’adattamento emotivo, psicosociale e comportamentale del bambino. Questi dati dimostrano che un bambino che cresce in una famiglia con uno o due genitori gay non corre alcun rischio specifico. Adulti coscienziosi e capaci di fornire cure, che siano uomini o donne, eterosessuali o omosessuali, possono essere ottimi genitori”.

- 2009, American Academy of Child and Adolescent Psychiatry: “non vi è evidenza scientifica a sostegno della tesi secondo cui genitori con orientamento omo- o bisessuale siano di per sé diversi o carenti nella capacità di essere genitori, di saper cogliere i problemi dell’infanzia e di sviluppare attaccamenti genitore-figlio rispetto ai genitori con orientamento eterosessuale. Da tempo è stato stabilito che l’orientamento omosessuale non è in alcun modo correlato ad alcuna patologia, e non ci sono basi su cui presumere che l’orientamento omosessuale di un genitore possa aumentare le probabilità o indurre un orientamento omosessuale nel figlio. Studi sugli esiti educativi di figli cresciuti da genitori omo- o bisessuali, messi a confronto con quelli cresciuti da genitori eterosessuali, non depongono per un diverso grado d’instabilità nella relazione genitori-figli o rispetto ai disturbi evolutivi nei figli”.

- 2011, Associazione Italiana di Psicologia: “In particolare, la ricerca psicologica ha messo in evidenza che ciò che è importante per il benessere dei bambini è la qualità dell’ambiente familiare che i genitori forniscono loro, indipendentemente dal fatto che essi siano conviventi, separati, risposati, single, dello stesso sesso. I bambini hanno bisogno di adulti in grado di garantire loro cura e protezione, insegnare il senso del limite, favorire tanto l’esperienza dell’appartenenza quanto quella dell’autonomia, negoziare conflitti e divergenze, superare incertezze e paure, sviluppare competenze emotive e sociali”.

– 2013, Antonino Ferro, Presidente della Società Psicoanalitica Italiana: "Che ben vengano bambini di coppie che si amano e che siano capaci di buoni accoppiamenti mentali. Non sarà il sesso biologico dell’uno o dell’altro ad aver più peso ma le attitudini mentali dell’uno e dell’altro. I figli li faccia chi ha voglia di accudirli con amore."

- 2014, Vittorio Lingiardi e Roberto Cubelli: “Le più importanti associazioni scientifiche internazionali nel campo della psichiatria, della pediatria, della psicologia e della psicoanalisi (non ultime le dichiarazioni del Presidente della Società Psicoanalitica Italiana, Antonino Ferro), sottolineano che bambini cresciuti da genitori dello stesso sesso si sviluppano come quelli cresciuti da genitori eterosessuali e che non c’è una relazione tra l’orientamento sessuale dei genitori e qualsiasi tipo di misura dell’adattamento emotivo, psicosociale e comportamentale del bambino. Adulti coscienziosi e capaci di fornire cure, che siano uomini o donne, eterosessuali o omosessuali, possono essere ottimi genitori”.

In una discussione su Facebook, un commentatore ha risposto a questa citazione dicendo

"Magari potresti citare anche la scienza che sottolinea le problematiche dei bambini di coppie omosessuali; per par condicio"

Ma la scienza non è democratica. Non è politicamente corretta. Non è una gara dove c'è chi vince e c'è chi perde. Vinciamo sempre tutti, e cioè dopo ogni ricerca ben condotta tutti abbiamo a disposizione più dati di cui beneficiare... a patto che ci sia buona fede e competenza e correttezza nella loro lettura.

Nella scienza non devono esistere tifoserie.

Io non ho problemi a cambiare idea, anche perché non sono gay, e non sono interessato ad avere figli adottivi né naturali, e non sono un fan di J-Ax o di Fedez. E credo di potermi fidare persone esperte del settore che semplicemente guardano i dati e fanno le relative deduzioni, senza avere alcun interesse che spinga a sostenere l'una o l'altra tesi.

Se fin ora non mi sono imbattuto in alcuna ricerca scientifica che dimostra la dannosità di avere genitori dello stesso sesso non è colpa mia.

Ne hai trovato tu qualcuno, familydayista? Da un lato sarebbe confortante sapere che la risposta è sì, e cioè che ti basi su dati concreti anziché sulla tua intuizione, sulle tue deduzioni e sulla tua religione.

Altrimenti si dovrebbe dire che la proibizione che tu auspichi è ideologica, e

proibire sulla base di una ideologia, cioè condizionare la vita degli altri sulla base di una ideologia, a mio parere merita abbondantemente il dito medio che J-Ax e Fedez hanno mostrato nella trasmissione "Le Iene",

cosa di cui lo staff di "Generazione Famiglia" si è lamentato, chiedendo le scuse di Mediaset con questa petizione sul sito cattolico Citizengo.

Dunque, se sei uno dei firmatari della suddetta petizione e pensi di non meritare quei gestacci di J-Ax e Fedez,  dimmi pure. Ti invito a linkare gli articoli scientifici a favore della tua tesi nello spazio dedicato ai commenti di questo post. Li leggerò con interesse e, ripeto, sono pronto a cambiare idea.
Sono ancora più benvenuti eventuali link ad articoli scientifici che dimostrino che essere allevati da coppie gay o lesbiche o da singol gay o lesbiche porta a un maggior rischio di problemi rispetto ad essere allevati in orfanotrofi.

Comunque... esperienza di navigazione web di oggi:

Cercando materiale sull'argomento, mi sono imbattutto in questo articolo di Costanza Staggetti, che afferma la non grande evidenza di vari studi per stessa ammissione di alcuni ricercatori. Ma mi sembra che si sia data la zappa sui piedi (stando alle intenzioni che intuisco dal fazioso titolo): piccole evidenze sommate ad altre piccole evidenze iniziano a costituire evidenze importanti; inoltre l'unico articolo da lei citato che a sua detta sarebbe a sfavore delle adozioni gay, "Lesbian mothers and their children: A comparison with solo parent heterosexual mothers and their children" riporta delle conclusioni del tutto opposte! Costanza Staggetti scrive, riferendosi a questo articolo:

R. Green in Archives of Sexual Behavior,  ha scoperto che i pochi studi sperimentali che includevano un numero di campioni anche solo modestamente più alto (13-30) di maschi e femmine educati da genitori omosessuali ...«hanno rilevato differenze di sviluppo statisticamente significative fra bambini allevati da genitori omosessuali in confronto a quelli allevati da genitori eterosessuali Ad esempio, i bambini educati da omosessuali hanno un maggiore incoraggiamento dai genitori nello scambio dei ruoli di genere e una maggiore inclinazione al travestitismo»

Le virgolette servono per citare un testo preciso, o la traduzione di un testo preciso. Ma come si può osservare dal testo originale dell'articolo, quelle parole "citate" non ci sono. Non c'è nessun riferimento al "travestitismo" (parola usata comumemente per indicare i gay che si vestono da donna), mentre c'è scritto che il 21% delle bambine allevate da due donne gradivano vestirsi da uomo e fare giochi con ruoli in cui impersonavano un uomo, mentre per le bambine allevate da un uomo e da una donna questa percentuale era l'11%.

E questo per quanto riguarda uno solo dei tanti aspetti che lo studio ha osservato. Tutti gli altri aspetti hanno portato gli autori dello studo alle seguenti conclusioni

Gli autori hanno osservato che non c'erano bambini che mostrassero segni di disordine di identità sessuale. La paura che i bambini cresciuti da madri lesbiche "produrrà un conflitto di identità sessuale e una stigmatizzazione fra coetanei" sembra essere infondata. Gli autori affermano propro che "È evidente che i ragazzi e le ragazze cresciuti fin dall'infanzia da una madre omosessuale senza un maschio adulto in famiglia per circa 4 anni non appare apprezzabilmente diverso rispetto a quelli cresciuti da madri eterosessuali senza un maschio adulto, per quanto riguarda lo sviluppo sessuale e sociale"

Insomma, per l'ennesima volta ho notato ignoranza oppure disonestà intellettuale in una persona sostenitrice della proibizione delle adozioni gay.

Davvero simpatico il coraggio con cui spesso i cattobigotti sostengono che chi sostiene tesi discordi dalle loro lo fa per via di una ideologia, affermano derivare dal "buon senso" anziché dalla religione le proprie affermazioni e si impegnano a darsi un tono di oggettività. Più lo fanno, più si coprono di ridicolo.
Lo so, ho dichiarato di essere imparziale rispetto ai dati, e ripeto che non ho interesse a tifare per nessuna tesi in particolare, ma non è colpa mia se c'è chi per una tesi tifa, e lo fa in maniera invero buffogoffa.

Ad esempio il suddetto articolo si intitola "Adozioni gay: ricerche condizionate dall’ideologia", e il sito che ospita l'articolo si chiama "documentazione.info"; sottotitolo "Oltre le opinioni". Che cosa c'è oltre alle opinioni in quel sito? Ben poco.

Rimango in attesa di tesi anti - genitori gay basate sui fatti.

Solo quando ne avrò potrò essere d'accordo con la richiesta di scuse in seguito ai diti medi di J-Ax e Fedez.

05 marzo 2017

Amicizia agli amici, anche su Facebook

(L'articolo è stato aggiornato dopo la sua pubblicazione iniziale)

Come cambia l'atteggiamento nei rapporti interpersonali da offline a online? Per me zero. Per molti altri, invece, molto. Moltissimo.

Ad esempio è ben noto il fenomeno che vede come protagonisti migliaia di utenti che aggrediscono con feroce ferocia i loro interlocutori online, atteggiandosi ben diversamente da come farebbero dal vivo (ignorando che una frase sarcastica è una frase sarcastica, un invito a tacere è un invito a tacere, un insulto è un insulto, indipendentemente dalla forma verbale o scritta). Fenomeno talmente noto che ha anche un nome: "leoni da tastiera".

Molto meno noto è invece un errore analogo, secondo me quasi altrettanto grave, che riguarda la richiesta di amicizia su Facebook.

Immagina una persona che sta esponendo a un gruppo di amici un suo problema fisico, o relazionale, finanziario, o legale, o qualunque altra cosa che non direbbe mai a un pubblico qualsiasi; se tu la conoscessi solo di vista certo non ti parrebbe opportuno infilarti in quel gruppo e dire "Ciao! Come va? Stavi dicendo? Posso ascoltare anch'io, vero?".

Quel che mettiamo sul proprio diario non sono parole, foto o video buttati là, in pasto al web, indirizzate a non si sa bene chi. A seconda della scelta di pubblicazione, posso decidere di rendere visibile quell'aggiornamento di stato a tutti (anche chi non è mio amico) oppure solamente agli amici (oppure a specifiche liste di persone, o escludendo qualcuno, etc, ma per lo scopo di questo articolo non c'è bisogno di entrare nel dettaglio).

Se non sei mio Facebook-friend puoi comunque chattare con me e vedere i miei messaggi pubblici. Dunque...

quando è opportuno essere amici su Facebook?

Semplicemente quando siamo amici davvero.

...Oppure quando, pur conoscendoci da poco tempo, abbiamo motivo di pensare che ci siano i presupposti per diventarlo da subito. O per atteggiarsi come amici da subito in via sperimentale.

Chiedendo a una persona l'amicizia, le chiedi la possibilità di vedere i messaggi che per qualche motivo solo una cerchia di persone selezionate può vedere. Ricordati quindi di non fare questa richiesta a cuor leggero. Sarebbe da sfacciati.
Fallo solo se credi che quella persona voglia o abbia un qualche motivo di renderti partecipe delle sue esternazioni che solo agli amici ha voglia di dire.
Per lo stesso motivo, non rimanerci troppo male se non accetta la tua richiesta: non significa che non possiate essere comunque in ottimi rapporti. Potrebbe ad esempio aver predisposto il tasto "Segui" nella pagina del suo profilo, che serve a ricevere in bacheca gli aggiornamenti di stato che contrassegnerà come visibili da tutti. Se clicchi su "Segui", l'utente ne riceverà notizia e magari anche lui cliccherà sul tuo pulsante "Segui". Ricevere vicendevolmente tali aggiornamenti può essere un modo per iniziare a conoscersi, avere occasione di dialogare attraverso i commenti e in chat, per poter magari diventare amici in futuro.

Per quanto mi riguarda, puoi farti un'idea del mio atteggiamento nei confronti dei nuovi ipotetici amici leggendo il mio articolo intitolato "Vuoi essere mio amico? Ne sei sicuro?".

Altra occasione in cui non devi rimanere male è quando scopri che un utente, pur non avendo litigato con te e pur non avendoti manifestato esplicitamente un problema nel vostro rapporto, ti cancella dagli amici.
È quello che talvolta ho fatto quando ho notato assenza di interazione (del resto, con tutte le centinaia o migliaia di amici che tanti hanno, come si fa a star dietro a tutti? Ne ho parlato in questo video)... cioè quando l'utente non invia mai aggiornamenti di stato con cui mi tiene aggiornato sulle sue novità e non commenta o non clicca mai "mi piace" o altra reazione sui miei post (ne ho parlato in quest'altro video). Oppure quando ho notato che fra i nostri interessi, i nostri valori e le nostre opinioni c'è un divario talmente grande che essere in contatto non ha granché senso.

Insomma, non c'è nulla di orribile nel non essere amici su Facebook. La maggior parte degli utenti Facebook ha centinaia di amici. Ma com'è possibile essere amici di centinaia di persone? Come gestire centinaia di amicizie? Qualcuno trascuri per forza... addirittura in passato (quando gestivo Facebook in maniera diversa da adesso) mi è successo di vedere un mio FB-friend e di pensare "Ma questo chi è?".

E che dire di chi chiede l'amicizia per far avere visibilità alla propria attività commerciale? Ne ho parlato in questo articolo; riassumendo-riassumendo: è un uso improprio di Facebook e della parola "amicizia", e pertanto non ti fa fare bella figura. Si può usare Facebook per farsi pubblicità, ma attraverso una pagina FB aziendale, non attraverso un profilo personale.