Se si trattasse di pochi giorni di ritardo rispetto alla fine del mese potrebbe essere giustificato da motivi tecnici: conteggio delle ore lavorate, straordinari, turni diversi, ferie, malattie, rimborsi per trasferte e indennità varie; calcolo dei contributi e dell'IRPEF, elaborazione del cedolino e programmazione del flusso dei bonifici. Tutto questo può giustificare al massimo 7 giorni lavorativi, soprattutto alla luce dei sistemi informatici disponibili oggi. Il che significa, nel caso peggiore (due weekend a inizio mese), un pagamento entro l'11 del mese successivo.
Ma il vero motivo del ritardo riguarda la gestione della liquidità dell'azienda: posticipare il pagamento degli stipendi serve a mantenere più soldi sul conto corrente qualche giorno in più, in modo da coprire spese varie o sopravvivere a eventuali ritardi nei pagamenti dei clienti. Questo è comprensibile, ma non significa che tale tutela debba essere ottenuta facendo dei dipendenti degli involontari prestatori di denaro gratis.
È normale che l'imprenditore avvii l'azienda con un capitale iniziale accumulato precedentemente, o che ricorra a un prestito bancario, o combinando entrambe le soluzioni. Eventuali ritardi dei pagamenti dei clienti (che parimenti non giustifico e a cui parimenti porrei rimedio intervenendo sulla legislazione, vedi sotto) devono rientrare nel conteggio che si fa quando si avvia un'azienda per stimare il cuscinetto di liquidità necessario.
La legge dovrebbe istituire maggiori tutele sulla riscossione di tutti i pagamenti: degli stipendi, dei fornitori e dei clienti. Per quanto riguarda i dipendenti si potrebbero creare due possibilità:
Prestito breve (obbligatorio per tutti) - Il ritardo tecnico di massimo 7 giorni lavorativi sarebbe applicabile a discrezione del datore di lavoro (lo specifico perché alcuni datori di lavoro pagano puntualmente); su questo breve lasso di tempo maturerebbero interessi a favore del dipendente, calcolati secondo parametri stabiliti da un ente governativo e aggiornabili nel tempo. Sembra poca cosa, ma si pensi a 7 giorni al mese per 40 anni di carriera: quei pochi spiccioli mensili si trasformano, sull'arco di una vita lavorativa, in una somma non trascurabile.
Prestito lungo (volontario, con distinzione per tipo di contratto) - Il datore di lavoro potrebbe proporre ai dipendenti a tempo indeterminato di posticipare ulteriormente il pagamento, trasformando lo stipendio in un piccolo prestito volontario, ad esempio dal 1° a fine mese; il dipendente avrebbe la libertà di accettare o rifiutare, e tale scelta potrebbe essere successivamente modificata, così come l'azienda potrebbe decidere di rinunciarvi nei mesi in cui la liquidità è sufficiente. I dipendenti a tempo determinato, invece, non avrebbero questa scelta: effettuerebbero obbligatoriamente solo il prestito breve. Questo per controbilanciare l'asimmetria di potere contrattuale: il lavoratore può essere non riconfermato senza giusta causa, e in Italia il contratto determinato può durare fino a 24 mesi; sarebbe ingiusto aggravare questa condizione esponendo il dipendente - o aspirante tale - anche alla pressione di accettare un prestito lungo pur di ottenere o mantenere il lavoro.
Lo stesso principio si potrebbe applicare ai rapporti commerciali tra imprese. Attualmente la normativa italiana (D.Lgs. 231/2002) prevede termini di pagamento massimi di 30 o 60 giorni, con possibilità di deroghe contrattuali fino a 90 giorni. Questi termini dovrebbero essere aboliti e resi illegali: anche tra imprese il pagamento dovrebbe avvenire entro 7 giorni lavorativi dalla consegna della merce o dall'erogazione del servizio.
L'obiezione più comune è che certi settori hanno cicli produttivi o commerciali lunghi (es nella grande distribuzione si vende la merce prima di pagarla al produttore). La risposta è la stessa valida per le aziende nei confronti dei dipendenti: se hai bisogno di liquidità per operare, ricorri a un prestito bancario. Non spetta al fornitore finanziarti.
Il nodo vero, in realtà, non è la norma in sé (già oggi esistono tutele in questo senso) ma la sua applicazione: il fornitore più piccolo raramente fa valere i propri diritti, per evitare di perdere il cliente. La soluzione è togliere al fornitore il peso di agire, rendendo il controllo automatico.
Poiché in Italia la fattura elettronica è obbligatoria e transita per il Sistema di Interscambio dell'Agenzia delle Entrate, basterebbe integrare in questo sistema l'obbligo, per il cliente, di trasmettere all'Agenzia delle Entrate la documentazione del bonifico entro 7 giorni lavorativi dalla data della fattura, collegandola alla fattura stessa. Se il bonifico non risulta trasmesso entro il termine, l'Agenzia delle Entrate emette automaticamente una multa al cliente. Parte dell'importo della multa viene trattenuto dall'Agenzia delle Entrate per diritti di segreteria, mentre il resto viene trasferito al fornitore creditore a titolo di risarcimento. In questo modo il fornitore non deve fare nulla: non rischia il rapporto commerciale, non deve ricorrere a un legale, non deve attendere anni di contenzioso. È lo stato a farsi carico del controllo, con un sistema che si autofinanzia proprio grazie alle sanzioni che commina.
Altro campo a cui si dovrebbe estendere l'abolizione del pagamento ritardato (o addirittura negato): i pagamenti stabiliti da sentenze civili. Chi vince una causa non dovrebbe essere costretto a inseguire il debitore per anni: una volta emessa la sentenza, lo stato dovrebbe farsi carico automaticamente dell'esecuzione. Il tribunale produce già oggi un documento digitale con importo, debitore, creditore e scadenza; basterebbe che questo documento alimentasse un sistema di monitoraggio che, scaduto il termine senza che risulti registrato il bonifico corrispondente, avvia automaticamente la procedura esecutiva (multa, penale crescente o pignoramento) senza che il creditore debba attivarsi.
Possibile obiezione: "Lo stato non ce la farebbe mai a occuparsi di tutte le transazioni che i cittadini litigiosi devono effettuare: dovremmo moltiplicare per dieci il personale!". L'obiezione ha senso per chi ha ancora in mente il vecchio sistema cartaceo, con l'impiegato che riceve la pratica, la esamina e decide cosa fare. Ma il problema non sussiste in un sistema informatico automatizzato, dove il personale aggiuntivo servirebbe solo per gestire le eccezioni: contestazioni, ricorsi, casi particolari. Un sistema del genere potrebbe persino ridurre il carico sulla magistratura: meno cause per recupero crediti, meno pignoramenti contestati, meno contenziosi trascinati per anni.
Norme di questo tipo fra l'altro incentiverebbero un più virtuoso flusso di denaro (detto "velocity of money"): quanto più il denaro passa rapidamente di mano in mano, tanto più stimola la produzione di beni e servizi e il benessere collettivo. Al contrario, i ritardi nei pagamenti agiscono come sabbia negli ingranaggi: imprese che aspettano i crediti rischiano la crisi di liquidità, dipendenti che ricevono tardi lo stipendio rimandano acquisti, rallentando l'intero ciclo economico.
Un sistema che paga prima farebbe circolare il denaro più velocemente a tutti i livelli: le imprese avrebbero liquidità immediata, i dipendenti potrebbero acquistare prima beni e servizi, e l'economia nel suo complesso ne trarrebbe beneficio.

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