18 giugno 2018

Il maledetto uso improprio dei due punti

Due punti - uso improprio

Quella mattina del 2005, nella casa di riposo in cui lavoravo, una mia collega era assente. Aveva lasciato un biglietto con scritte alcune cose ci chiedeva di fare al posto suo. Nel biglietto c'era scritto

"Buongiorno: [...]"

Il seguito non lo ricordo. Ma pazienza, perché questo frammento è l'unica cosa importante adesso. Lo trovai divertente. Buongiorno seguito da due punti era divertente, perché dava l'idea che subito, subitissimo dopo la parola "buongiorno" dovevamo concentrarci nella lettura delle cose da fare. Insomma, sembrava che la collega, dicendo "Buongiorno" ci stesse mettendo una mano sulla testa accennando un'affettuosa carezza che una frazione di secondo si trasformava in una spinta per dirigere gentilmente il nostro sguardo sui compiti da eseguire.

Questo è l'unico uso improprio dei due punti che ho trovato divertente in via mia. Tutti gli altri siano maledetti.

In particolare quello che ho letto stamattina... Accademia della Crusca, tu quoque!

Stamattina sulla pagina Facebook della Crusca è stato condiviso questo articolo di Luca Serianni, pubblicato sul sito nel 2014.

...In cui ho letto:

"Un ERRORE DI ORTOGRAFIA non comporta un'incriminazione: però può compromettere il buon esito [...]" 

Ecco.

Era da tanto che volevo gridare al mondo la mia rabbia per il volontario uso improprio dei due punti. Adesso che mi accorgo della presenza di questa deplorevole condotta anche in un articolo della prestigiosa istituzione che da secoli si occupa di lingua italiana, non voglio più rimandare.

Il significato dei due punti non è un generico "ora ti dico qualcosa in più".

Il fatto che io ti dica qualcosa in più era già ovvio. Lo capisci semplicemente dal fatto che sto continuando a scrivere o parlare.

Il significato dei due punti è

"di seguito spiego ciò che ho appena introdotto".

oppure

"di seguito faccio un elenco".

Purtroppo in frequenti casi come quello esemplificato (spero vivamente l'articolo sul sito della Crusca verrà corretto in seguito al mio commento su Facebook), i due punti vengono usati in sostituzione di virgola o punto e virgola.

Quest'uso dei due punti è stato inventato dai giornalisti e dai blogger per aumentare le probabilità che il lettore prosegua la lettura anziché interromperla. Fra questo e l'uso di "piuttosto che" come disgiuntivo non so quale dei due mi fa imbufalire di più.

Una volta anche ai bambini e ai ragazzini della scuola dell'obbligo veniva chiaramente insegnato che (spiegazione semplificata, ed esempio non esaustivo) non si mettono i due punti dopo un "ma" o dopo un "però". Adesso invece viene fatto, e finora non ho notato nessuno che ci faccia caso.

BASTA.

Cessate e fate cessare questo scempio.

Aggiornamento

L'amministratrice della pagina FB dell'Accademia della Crusca non l'ha presa bene e inoltre pensa che l'errore di cui ho parlato non esista. Che cosa tremenda. Proprio da parte di chi si suppone dovrebbe amare e conoscere la lingua italiana. Mi viene il vomito.

Altra cosa: nella discussione che è seguita nello spazio dedicato ai commenti, un po' per caso mi è venuto in mente che... 

ho letto più votle altri titoli di giornale nei quali è presente l'errore opposto!
Cioè vengono sostituiti i due punti con la virgola. Oltre che omesse le virgolette. Lo fanno i giornalisti quando citano (o storpiano con riassunti mutanti) le frasi di qualcuno. Ad esempio:
 

Berlusconi, Mangano eroe
 

invece che
 

Berlusconi: "Mangano è un eroe"
 

Bleah, anche qui.

01 giugno 2018

Se vuoi lavorare per me su Timerepublik

[Scroll down for the English version]


ITALIAN VERSION

Timerepublik, banca del tempo
[Se non sai cos'è Timerepublik clicca qui e leggi l'articolo in cui ne parlo]

Quanto scritto di seguito serve a me e a chi sta pensando di proporsi di lavorare per me su TimeRepublik; può anche servire ad altri offerenti lavoro che vogliono dare le stesse indicazioni, e che quindi possono indicare il link di questa pagina nelle proprie richieste.

Prima di iniziare a lavorare, aspetta che io ti abbia chiaramente dato l'ok per l'ingaggio.

Potresti pensare, in alcuni casi:

Ma hai solo chiesto un veloce parere, che ti sto dando con due righe! E ti ho chiesto un pagamento di 5 minuti! Perché sei così formale/pignolo/avaro?

La mia richiesta potrebbe essere arrivata a decine o centinaia di persone. Venire incontro a tutti quelli che mi hanno chiesto 5 minuti per aver eseguito il mini-lavoretto, che magari sono uno la fotocopia dell'altro, può significare una spesa di ore per un lavoro, appunto, da 5 minuti.

Se poi sei così gentile da regalarmi il tuo lavoro senza chiedermi in cambio buoni tempo - ipotizzo questo perché è già successo, in particolare quando si trattava di una buona causa come Umanitàmtàm - te ne sarò molto grato. Ma questo è un altro discorso.

Se possibile, inviami un preventivo già nel tuo primo messaggio con cui rispondi all'offerta di lavoro

Come si sa, il preventivo (che può anche consistere in un intervallo di prezzo e non necessariamente in un prezzo preciso) può essere utile a scongiurare la delusione del datore di lavoro per dover pagare molto più di quanto si aspettasse.
A differenza di quello che accade nei colloqui di assunzione, il preventivo è fra le cose di cui voglio parlare immediatamente. Questo perché le risposte all'offerta di lavoro possono essere molte, e quindi vorrei, se possibile, risparmiare il tempo necessario a rispondere alla tua risposta per chiederti un preventivo. Lo faccio qui una volta per tutte, e vale per tutte le mie offerte di lavoro su Timerepublik. Tieni conto che, anche se in misura minore, questo può far risparmiare tempo anche a te nel caso la tua offerta sia fuori budget.

Che significa "preventivo" ?

So che può essere banale, ma per qualche membro di Timerpublik non lo è stato. Su Timerepublik si scambiano esclusivamente lavoro e buoni tempo. Eppure ad alcuni, leggendo la parola "preventivo", è tornato in mente il denaro, e alla richiesta di un preventivo mi hanno risposto proprio in termini di soldi.
No: all'interno di Timerepublik la parola "preventivo", così come "pagare", sono sempre intesi in termini di compenso con buoni tempo.

Nella tua risposta alla mia richiesta, dì che hai letto questo post

Nonostante io abbia messo online questo post e abbia inviato su Timerepublik richieste con la raccomandazione di leggerlo, ho ricevuto risposte da cui si capiva che non era stato letto. Ad esempio una risposta senza un preventivo.
Quindi per favore, se hai letto questo post, specificalo chiaramente nella tua risposta, scrivendo ad esempio "Ho letto il post sul tuo blog con le varie raccomandazioni".

[url breve di questa pagina: https://tinyurl.com/trklav]


ENGLISH VERSION

If you’re thinking about working for me on Timerepublik, this article could let both me and you save time. It can also be usefull to whoever wants to make a request and give the same recommendations I’m going to give here: fell free to intend all them as were yours and to link this page on your requests.

Before starting to work, wait for my OK.

Maybe you thought:

You just asked for a quick opinion… It wasn’t even worth to wait for your OK… and I just asked a 5 minutes payment! Why are you so stingy?

My request could have been read by tens or hundreds people. So it’s possible that giving a micro-payment to everyone that made that micro-work could mean paying a lot of hours for duplicate works.

Of course if you are so kind to give me your micro-work for free (it already happened, for example when I had asked for help with my no-profit site Umanitàmtàm) I will be very thankful to you.

If possible, send me a preventive in your first message you send me.

If you’re not sure about how much time it will take you to do the work exactly, you can tell me a minimum and maximum. If you tell me your preventive in your second message, the time I spend to decide is doubled. Multiply this by the number of people that may have contacted me, and you understand the time in plus we all would waste for letting me decide who to take on.

What doest “preventive” mean?

It could be banal, but I saw for some Timerepublik members it wasn’t: on Timerepublik, words like “preventive”, “paying”, “spending”, etc are always refered to the only value we exchenge: time bonuses. No money.

In your answer to my request, tell me that you agree.

Despite in some of my requests I asked to read this article, some answers I had let me understand it hadn’t been read. So please in your answer to my request, say clearly that you agree with all recommendations you read in this post.

[short url of this page: https://tinyurl.com/trklav]

28 maggio 2018

Cosa non è spam - 2ª parte: Facebook

Stamattina ho invitato vari FB-friend a cliccare "Mi piace" su una pagina web da me creata, relativa a quella che ritengo una buona causa (si tratta di Umanitàmtàm, iniziativa che consiste nell'educare al senso civico gli allievi di scuole primarie e secondarie).

L'ho fatto usando l'apposita funzione di Facebook, senza inviare messaggi in chat. Ai destinatari degli inviti dunque è arrivata solo una silenziosa notifica, di quelle che fanno apparire il numerino sul mondo in alto a destra.

Ciò nonostante uno dei FB-friend che ho invitato ha reagito male malaccio. E non l'ha fatto contattandomi in chat. Ha sentito il bisogno di farlo pubblicamente: è andato nella pagina Facebook in questione e ha commentato il mio ultimo post in questo modo:

Mi hai invitato a mettere mi piace ? E perché ? In che modo potrebbe interessarmi secondo te?

Ho risposto:

Potrebbe interessarti se condividi gli intenti dell'iniziativa Umanitàmtàm.

E lui:

non so nemmeno cosa sia
E non ho voglia di saperlo, visto che per me è SPAM
 

Nota: non solo era stato lui a chiedermi di entrare nella lista dei miei amici (da cui oggi ovviamente l'ho calciato via): in passato, senza il mio consenso, mi aveva scritto proponendomi di acquistare un suo corso. Un corso di cosa? Un corso di comunicazione.

Non ridere. È una cosa brutta.
 
Una volta esistevano:

- l'utente che non si rendeva conto che fare spam è maleducato

- l'utente con più esperienza, che magari ogni tanto tentava di educare gli altri a non fare spam.

Col tempo è nato un terzo tipo di utente web: quello che bacchetta gli altri accusandoli di fare spam anche quando spam non è. E che, nei casi più matti, considera spam anche solo il tipo di invito "soft" su descritto.

Tutto ciò mi spinge a scrivere il seguito dell'articolo pubblicato 3 anni fa su cosa non è spam, in cui parlavo dei messaggi di posta elettronica. Qui parlerò di cosa non è spam su Facebook.

Premessa: per quanto possa stranamente sfuggire a qualcuno, c'è differenza fra essere amici oppure no (anche su Facebook). Se mi chiedi l'amicizia, significa che vuoi essere mio amico. Mi spiace se ti senti offeso da questa spiegazione super-banale, ma non è colpa mia se non è chiaro a tutti.

SE NON SIAMO AMICI

Se non siamo amici e io ti contatto per invitarti a fare una qualunque cosa che comporta un mio vantaggio (comprare un prodotto/servizio, spendere tempo o denaro a favore di una mia associazione, visitare una mia pagina web per dirmi cosa ne pensi, votarmi per un concorso online di poesie, venire a una manifestazione, votarmi come sindaco, etc), quello è spam. Non solo. È spam anche se ti contatto per chiederti di spendere una piccolissima quantità di tempo o denaro per una buona causa, nonostante io non ci guadagni nulla.

Infatti se tutti si sentissero autorizzati a contattare chiunque per proporre quella o quell'altra cosa, affogheremmo in un mare di messaggi che ci farebbe perdere un sacco di tempo, perché è vero che leggere un messaggio è cosa breve, ma è anche vero che sarebbero tantissimi.

Ecco perché non tutti, ma solo gli amici, possono sentirsi autorizzati a contattarti per comunicarti certe cose. Gli amici che hai sono persone selezionate, che sei disposto ad ascoltare. E sono in numero minore rispetto al numero delle persone che dispongono di una connessione Internet.

Forse stai pensando "Ma oggi giorno su Facebook si hanno centinaia o migliaia di amici, molti dei quali non si conoscono neanche!". E chi ti ha detto di accettare la loro amicizia, scusa? Accettare su Facebook l'amicizia dei non-amici significa fare un uso improprio di Facebook. Ne ho parlato nell'articolo intitolato Vuoi essere mio amico? Ne sei sicuro?.

SE SIAMO AMICI

Nota: prima di proseguire è altamente consigliato aver letto l'articolo Aspiranti amici per venderti qualcosa, una piaga di Facebook.

Se siamo amici e io ti contatto per chiederti un aiuto (un consiglio non professionale, un po' del tuo tempo per parlare e sfogarmi nel caso stia vivendo un momento di disagio, un prestito in denaro, o anche un aiuto economico a fondo perduto per me che per qualche motivo sono in difficoltà, o un contributo per una buona causa che sto promuovendo, etc), non è spam. È una delle cose che normalmente un amico può sentirsi autorizzato a fare, acconsentendo a che l'altro possa sentirsi autorizzato a fare lo stesso in una situazione analoga.

Se siamo amici e io ti contatto per fare due chiacchiere solo per il piacere di fare due chiacchiere, questo ovviamente non è spam.

Se siamo amici e io ti contatto per invitarti a cliccare "Mi piace" su una pagina Facebook (mia o di qualcun altro), pensando davvero che quel "Mi piace" possa dare un beneficio a te e non solo al proprietario della pagina, quello non è spam. È un suggerimento. È condivisione. Cosa che con gli amici è normale fare.

Se siamo amici e io ti contatto per proporti un acquisto di gruppo che fa risparmiare entrambi, quello, come potrai facilmente intuire, non è spam.
 
Se siamo amici e io, senza che tu mi abbia autorizzato a farlo, ti contatto per venderti qualcosa, quello è spam? Dipende. Se ti propongo di acquistare un mio prodotto o servizio a un prezzo maggiore di quello di costo (cioè volendoci guadagnare), la risposta è sì, è spam. Ne ho parlato nel mio articolo intitolato È spam? Ma dai! Siamo amici!.
Se invece ti propongo un prodotto o servizio il cui prezzo non dipende da me perché non decido io la struttura della cosa (tipico esempio è il multilevel marketing), allora non è spam a patto che davvero la cosa possa ragionevolmente interessare te oltre che me. Per stabilirlo occorre una certa onestà intellettuale, anche verso sé stessi; in altre parole occorre non raccontarsela (ciò che rappresenta un'opportunità fantastica, straordinaria, etc, per me non significa che lo rappresenti per te, perché no, non siamo tutti uguali).

Certo, esistono vari tipi di amicizia, ed esiste l'intelligenza di chiedere o non chiedere qualcosa di più o meno impegnativo a seconda del grado di intimità che si ha con quella persona. Altra buona cosa da chiedersi, se non si è amici intimi, può essere: "Non sentendo questa persona da X anni, è plausibile o è troppo da faccia tosta contattarlo per chiedergli Y?".

Ad esempio io ho selezionato i FB-friend a cui inviare un invito "soft" con la semplice notifica, distinguendoli da quelle a cui credo vada bene inviare anche un messaggio in chat, senza la pretesa di indovinarci al 100%. Altri, invece, non li ho contattati proprio.

Certo è che se hai chiesto tu a me l'amicizia e poi parli di spam dopo che ti ho ivitato a cliccare "Mi piace" su una pagina Facebook, non hai ben chiari gli argomenti amicizia, spam e Facebook. Invece vai quasi bene per fare corsi di comunicazione, ma col raddoppio della Z al posto della I.

17 maggio 2018

Quando una medicina è scientifica?


Credo sia sbagliato limitare le possibilità di cura della salute ai soli metodi che fanno parte dell'Evidence Based Medicine (EMB), cioè di cui è stata validata l'efficacia scientificamente con forte evidenza. Ritengo infatti che anche l'esperienza del professionista della salute e del paziente siano importanti per decidere se un metodo funziona; com'è noto, in certi casi decretare la validità scientifica di un metodo è assai arduo ad esempio a causa della varietà delle caratteristiche dei pazienti e della dipendenza dell'efficacia a seconda dell'operatore.

Questo non impedisce di avere chiaro cosa è scienza e cosa non lo è.

In questo articolo spiegherò alcuni importanti aspetti della medicina scientifica, che spesso con una stortura linguistica dispregiativa viene detta "medicina ufficiale" dai fautori di quella o quell'altra medicina alternativa, che più chiaramente potrebbe esser chiamata "medicina non scientifica" (locuzione che io non uso per dare una connotazione dispregiativa, ma giusto per onestà).
Discutendo della cosiddetta "medicina ufficiale" (o anche "medicina allopatica", termine usato spesso dagli omeopati), saltano fuori varie domande ed esclamazioni, tipo quelle qui di seguito, a cui proverò a dare una risposta.

Nota: quando al punto 7 parlerò di fasi (fase 6, fase 1-3) mi riferisco alle fasi della sperimentazione di un farmaco; se non le conosci puoi leggere la pagina che le spiega sul sito dell'Agenzia Italiana del Farmaco: Come nasce un farmaco.

1) Chi lo decide cosa è scientifico e cosa no?

Lo decide il fatto che sia stato applicato oppure no il metodo scientifico, che in ogni disciplina ha dei precisi criteri che consentono di stabilire l'evidenza di una correlazione causa-effetto.
In medicina un metodo di cura è considerato scientificamente valido se ciò emerge con forte evidenza dai risultati di ricerche condotte su un campione di popolazione sufficientemente omogeneo, con una corretta analisi statistica dei risultati, e con altri criteri utili ad evitare i bias, e cioè errori di interpretazione dei dati che facilmente un inesperto potrebbe commettere.

2) Ma se una cosa funziona... funziona! Che bisogno c'è di tante ricerche?

Il bisogno di tante ricerche è il bisogno di capire se funziona con una percentuale abbastanza alta di persone (e non con una su venti, ad esempio, di cui è più facile essere impressionati tralasciando gli altri 19 casi), e di capire se funziona per le due caratteristiche oppure come placebo.

3) Ma se anche fosse un placebo che importa? Basta che funzioni!

Nessuno demonizza i placebo, che spesso ha senso utilizzare. I placebo vengono somministrati in alcuni casi, ad esempio nelle case di riposo o negli ospedali. Accade nei casi in cui si sospetta che un dolore sia dovuto all'atteggiamento del paziente di un paziente che sta vivendo una fase psicologica particolarmente difficile. Probabilmente più spesso si dovrebbe iniziare una terapia con un placebo, per capire se davvero c'è bisogno di un principio attivo per migliorare un dolore, e non solo nei suddetti ambiti.
Detto questo, se si discute della validità di uno specifico metodo di cura, si discute della sua validità insita nelle sue caratteristiche, altrimenti tanto vale cambiare argomento e discutere genericamente del modo migliore di presentare un placebo al paziente per avere su di lui la maggior efficacia psicologica possibile.

Fra operatori della salute e aziende occorre chiarezza per questioni di tempo, di soldi e di sapere quello che si sta facendo: non è giusto che tu mi persuada a studiare complicate procedure di un certo metodo di cura se in realtà tutto quello che alla fine avrò imparato e i tre giorni e 500 euro che avrò speso per il tuo corso sono sostituibili spendendo zero euro, inventandomi una cosa a caso e sapendo quello che faccio invece di illudermi sul meccanismo di guarigione.
E dal punto di vista del paziente, pur essendo etica (in alcuni casi) la somministrazione del placebo, il prezzo dovrebbe essere esclusivamente commisurato alla sua produzione, che è molto economica, e all'efficacia psicologica derivante dal prezzo non irrisorio, ma senza esagerare.

Tornando ai metodi di cura che funzionano per le loro caratteristiche e non come placebo, questi esistono perché spesso il placebo non basta e c'è l'esigenza di qualcosa che funzioni di più, specialmente nelle patologie gravi.

Per questo motivo la ricerca scientifica in campo medico tipicamente consiste nell'attribuire validità a un metodo di cura quando questo risulti maggiormente efficace rispetto alla sua non applicazione e rispetto al placebo. Il ricercatore, effettuati i test coi vari gruppi di pazienti, trascrive i risultati e le conclusioni e le invia a una rivista scientifica. I revisori della rivista scientifica hanno il compito di analizzare gli studi inviati, decidere se sono stati condotti in maniera corretta e, in base questo, decidere la loro eventuale pubblicazione. Esistono anche riviste che pubblicano qualunque cosa, anche gli studi di bassissima qualità (le cosiddette riviste predatorie, che si fanno pagare dagli autori per pubblicare, e che non hanno alcuna attendibilità). Fortunatamente chi è addentro al mondo della ricerca scientifica sa quali sono e se ne tiene alla larga (accade talvolta che le riviste vengano testate con l'invio di articoli pieni di errori metodologici, per vedere se questi vengono bocciati o accettati; un interessante esperimento fu condotto nel 2013 dal biologo e giornalista John Bohannon, con risultati sconfortanti, non solo per quanto riguarda le riviste Open Access). I revisori delle riviste più prestigiose, invece, operano una selezione molto severa prima di decidere per la pubblicazione di uno studio.

4) Ma che valore hanno gli studi scientifici? Ogni tanto si sente dire che uno studio è stato smentito da uno studio scientifico successivo!

Infatti non è così semplice. Può darsi che, secondo le conclusioni della ricerca, il metodo di cura preso in esame risulti efficace, ma è importante sapere con quale evidenza lo è. A seconda della qualità dello studio, l'evidenza può essere più o meno alta.
Inoltre un solo studio non basta affinché si possa considerare quel metodo di cura efficace. Per una maggiore sicurezza occorrono più studi, i cui risultati siano concordi (ne parla la dott.ssa Roberta Villa nel suo video "C'è scritto su Pubmed"). A questo servono gli studi detti "rassegne" e "revisioni sistematiche", i cui autori rileggono di nuovo gli studi pubblicati negli anni nelle varie riviste di buona qualità, effettuano nuove revisioni, selezionano gli studi le cui conclusioni hanno una forte evidenza e, dopo aver messo insieme tutti i dati, elaborano conclusioni certo più affidabili di una singola ricerca (questo dovrebbe chiarire che per dare credito a una tesi non è sufficiente aver trovato un articolo su Pubmed che la afferma: Pubmed non è altro che un indice di tutti gli articoli pubblicati in una grande quantità di riviste scientifiche, ottime e mediocri).

Ecco che chi sceglie di fare il ricercatore in ambito scientifico accetta che, salvo rare eccezioni, il suo lavoro sarà una pur importantissima goccia nell'oceano, e che se quel metodo di cura si rivelerà efficace e verrà messo sul mercato, il proprio nome e cognome si perderà fra quelli del suo gruppo di lavoro, gruppo che a sua volta si perderà nell'elenco dei nomi dei ricercatori degli altri gruppi di lavoro che avranno condotto altri studi scientifici.
Potrà dunque condurre quel mestiere se accetta serenamente che, per la sua importantissima missione, non ci sarà gloria e fama. E sapendo anche che il suo lavoro di mesi potrebbe addirittura rivelarsi inutile perché verrà fermato prima, nel caso in cui non passerà il vaglio dei revisori della rivista scientifica. In questo caso dovrà fare ammenda e proporsi di condurre i propri studi in maniera corretta, imparando dai propri errori.

5) Ma ci sono ricerche falsate su alcuni farmaci che vengono comunque pubblicate da riviste scientifiche il cui staff è colluso con le case farmaceutiche!

Indipendentemente dalla buona fede o dalla malafede di ricercatori e revisori, se uno studio dalle conclusioni fuorvianti viene pubblicato su una rivista scientifica, per fortuna è comunque possibile sbugiardarlo conducendone un altro successivamente.
Vedi su: un'evidenza per essere considerata forte ha bisogno non di un solo studio, ma di più studi, e inoltre necessita l'assenza o la poca presenza di studi dalle conclusioni opposte.
Da notare poi che una casa farmaceutica dovrebbe pensarci due volte prima di operare una truffa nei confronti del mondo scientifico, perché una volta scoperta la sua reputazione ci rimette molto, e con essa anche le sue entrate. Conviene assai di più scoprire, produrre e vendere farmaci che funzionano davvero.

6) Ma se presenti uno studio secondo da cui risulta che un rimedio naturale ed economico funziona meglio di un farmaco nessuna rivista scientifica te lo pubblicherà, perché sono tutte colluse con le case farmaceutiche!

Sì invece. Come ho detto, esistono riviste scientifiche di pessima qualità che pubblicano di tutto (basta pagare). Se invece stai parlando di riviste scientifiche che selezionano gli articoli in maniera rigorosa, e affermi che questa selezione blocca studi che possano ledere gli interessi di una qualche azienda, portami un esempio. Citami uno studio condotto in maniera corretta, che si è visto rifiutare la pubblicazione. In attesa della tua risposta, ti ricordo che il rifiuto di una pubblicazione è sempre accompagnato da motivazioni, che devono riguardare criteri ben precisi e poco soggetti a interpretazioni.

7) Ma ci sono stati farmaci che sono stati messi in commercio e poi sono stati ritirati perché facevano enormi danni! Come la mettiamo? Anche quelli erano stati validati scientificamente!

Uno dei problemi della sperimentazione dei farmaci (in particoalre della fase 6) è che molti effetti collaterali si scoprono a distanza di mesi o anni; alcuni farmaci e/o piani di cura vengono ritirati dal commercio perché hanno sortito effetti collaterali non riscontrabili nel breve termine (fasi 1-3) oppure perché non si sono dimostrati migliori rispetto a cure più vecchie e testate. Chi non capisce questo frettolosamente deduce una collusione tra ditte farmaceutiche e ricercatori. Ma non si tratta di collusione, né di un errore del metodo di ricerca: è fondamentalmente un problema tempistico.
Come per ogni altra scienza non esatta, chi si occupa di ricerca medica non ha problemi ad ammettere di esser giunto a conclusioni errate, dunque rettificare e far migliorare sempre più il bagaglio di conoscenze a disposizione e a beneficio di tutti.
La validazione scientifica della bontà di un metodo di cura fornisce un'affidabilità alta, ma non assoluta. È il prezzo da pagare se vogliamo che continui a esistere una scienza che migliora e salva vite più di quanto lo faccia il placebo, e che statisticamente apporta benefici in quantità molto, molto maggiore rispetto ai danni.
Come in svariati altri ambiti, insomma vale il non dover buttare il bambino con l'acqua sporca. Anche ai migliori calciatori capita ogni tanto di fare qualche errore, che se rimane sporadico non costituisce un motivo di licenziamento. Se non ti va bene questo esempio perché non riguarda la salute delle persone, pensa alle norme di sicurezza sul lavoro, che sono fatte con la realistica speranza di minimizzare i rischi di incidenti. Ripeto: minimizzare i rischi. Questo ci si aspetta. Ridurli a zero è un obiettivo a cui non siamo riusciti ad arrivare, neanche quando queste norme vengono rispettate completamente. Questo non è un buon motivo per mettere al bando qualunque costruzione di ponti, edifici, etc.
 
8) Ma un essere umano non è una statistica! Se per colpa di un farmaco dannoso muore una persona a cui vuoi bene, vedrai quanto poco te ne importa delle statistiche!

Certamente si tende a dare più importanza agli eventi che ci riguardano da vicino e agli eventi che ci emozionano. Ma per dare giudizi obiettivi e razionali non ci si può basare sull'emozione del momento. Se un mio amico muratore è morto cadendo da una impalcatura per via di standard di sicurezza sul lavoro non rispettati per colpa della ditta edile per cui lavorava, può darsi che il mio istinto del momento mi suggerisca di dare sfogo alla mia rabbia e con una palla da demolizione distruggere l'edificio in questione e l'abitazione del suo datore di lavoro. Il che ovviamente non sarebbe la cosa giusta da fare. Analogamente, quando muore una persona per cause iatrogene accertate certo non è un buon motivo per squalificare il metodo scientifico, che già si sapeva essere imperfetto. Solo che quando la medicina fa accadere qualcosa di brutto, ciò fa molto più rumore rispetto ai molti più casi in cui ha fatto qualcosa di buono.
Riassumendo: una persona non è una statistica, ma in mancanza della sfera magica dobbiamo accontentarci di una scienza inesatta, basata sulla statistica. Perché senza sarebbe molto peggio.

9) Secondo la scienza la chemioterapia funziona perché salva tante vite. E i milioni di persone che hanno fatto la chemioterapia e sono morte lo stesso, non le consideriamo?

Premetto che non c'è motivo di parlare specificamente di chemioterapia (se ne parla di più solo perché è particolarmente fastidiosa e perché spesso non sortisce una guarigione, ma solo un allungamento della vita). Inoltre è superficiale parlare solo di morte o guarigione, senza considerare i dati su aumento di sopravvivenza, probabilità di recidive e qualità di vita. 
Dunque, parlando in generale di metodi di cura imperfetti (chemioterapia compresa ma non solo), e in generale di risultati migliorativi (guarigione completa ma non solo), la risposta è sì, i milioni di pazienti che muoiono dopo aver usato un certo metodo di cura vengono ovviamente presi in considerazione. Nel prenderli in considerazione occorre, attenzione, evitare di cadere nell'errore di chi dice "Rispetto a tutti i malati di questa malattia, è alta o bassa la percentuale di chi ha un beneficio grazie a questa cura? Se è bassa, significa che quel metodo è da scartare". Il confronto utile da fare è di un altro tipo: occorre mettere a confronto i pazienti che hanno fatto uso di quel metodo con quelli che non ne hanno fatto uso. In base a questo confronto ci si chiede: quali, fra questi due gruppi, hanno riscontrato più frequentemente miglioramenti? Se "solo" il 15% dei pazienti che hanno usato quel metodo ha ottenuto risultati migliorativi, a fronte di un 4% dei pazienti che non ne hanno fatto uso, allora quel metodo, che non è certo la panacea, è da considerarsi meglio di niente e quindi da usare.
Parlando in particolare di tumori e chemioterapia, lo so che al momento per certi tipi di tumore la chemioterapia ha risultati poco soddisfacenti. Ma quando viene somministrata, e cioè quando c'è ragione di pensare che potrà arrecare più beneficio che danno, di solito fa più beneficio che danno.
Sì. Di solito, non sempre. Perché la medicina, lo ripeto, è una scienza inesatta. Questo non significa che faccia le cose a caso.

Grazie alla dott.ssa Laura Ferrari, specializzanda in oncologia ed ematologia, per la revisione di questo articolo.

Aggiornamento 25 novembre 2018:

Finalmente la scienza ha riconosciuto l'efficacia di X! Ora sì che è scienza!
Spesso, no. Finalmente un bel niente. Non c'è nessuna buona notizia. Solo bugie acchiappapolli. Acchiappa lettori di titoli, acchiappa gente che non ha chiaro il concetto di scienza.

Lo dico in occasione di un blog post che ho letto oggi su Facebook, linkato da una mia amica.

L'articolo aveva un titolo del tipo "La scienza riconosce la validità di [metodica che non specifico qui perché non è importante]".

Avrei potuto pensare "Ehi! È stato pubblicato uno studio scientifico sull'efficacia di quella disciplina!".
Avrei potuto pensarlo se quell'articolo non avesse avuto un indirizzo web e un titolo che si fanno riconoscere come tipici del cazzaroblogghista di turno, agli occhi di chiunque abbia un minimo di esperienza di navigazione e spirito critico.
Ho visitato l'articolo, perché ero curioso di sapere se anche questa volta a pensar male ci s'indovina e indovinate un po'... Ci si è indovinato anche stavolta.

Nell'articolo non viene citato nessun elemento che giustifichi quanto scritto nel titolo, cioè non viene citato nessuno studio scientifico a supporto della metodica menzionata. Viene solamente citato una pagina web del sito di un policlinico universitario; alla di tale articolo c'è scritto che fra i servizi erogati dai professionisti della salute che lavorano in tale policlinico c'è anche quella metodica. Tutto qui.

Possibili obiezioni:

Ma il Treccani definisce "scienza" come  "Insieme delle discipline fondate essenzialmente sull’osservazione, l’esperienza, il calcolo, o che hanno per oggetto la natura e gli esseri viventi, e che si avvalgono di linguaggi formalizzati" ! Quindi se la disciplina X viene studiata con macchinari e misurazioni, posso dire che è scientifica!

No. Quel paragrafo iniziale della definizione del Treccani dà una definizione generale sulla scienza. Dice cosa essa è, senza entrare specificamente nel merito dei requisiti che devono avere quelle osservazioni, quelle esperienze, quei calcoli affinché di scienza si possa parlare. Se così non fossse, in base a quella definizione si potrebbe dire di una qualunque disciplina inventata a caso, senza alcuna dimostrazione di efficacia, fatta con calcoli completamente fuorvianti e conclusioni incoerenti, che fa parte della scienza.
 
Ma se la tale disciplina è praticata da un eminente professionista della salute / dal personale sanitario del tale policlinico universitario... allora è scientifica!

Deduzione errata. Fra i concetti fondamentali del metodo scientifico c'è il non principio di autorità. Il fatto che una disciplina venga praticata da un certo tipo di persone con una certa qualifica non autorizza a dire che sia scientificamente validata la sua efficacia.

Ma io non parlavo di metodo scientifico... parlavo di scienza, in generale!

Senza metodo scientifico non si può chiamare scienza. Se si è onesti si può parlare al massimo di disciplina, metodo, osservazione, narrazione, interesse, arte, etc. La scienza, nell'evo moderno, è una cosa ben precisa e utilizzare questa parola a sproposito genera confusione e disinformazione.
Se ti interessa davvero sapere cosa è scienza e cosa non lo è, puoi leggere ad esempio la pagina di Wikipedia dedicata al metodo scientifico.

15 maggio 2018

Farsi ammazzare inutilmente... Perché?

Inaugurazione capitale - Mauro Biani
Sono dei violenti e degli assassini, non c'è dubbio. Detto questo:

- Lo sai che sono dei violenti e degli assassini

- Lo sai che non si fanno scrupoli a spararti

- Lo sai che possono farlo impunemente

- Lo sai che hanno pure una scusa, e diranno che hai iniziato tu a tirare i sassi e a incendiare copertoni

- Lo sai che neanche una grande fetta dell'opinione pubblica ti darà ragione, perché a X voci "sono dei violenti" ci saranno sempre X+1 voci che diranno "ma hanno iniziato i manifestanti"

- Lo sai che se fai il martire non risolvi nulla, anzi, ottieni l'effetto contrario, perché tirando quel sasso o anche manifestando pacificamente, ma vicino a chi tira i sassi non ottieni nulla, neanche politicamente.

...Ma allora perché vai a manifestare per farti ammazzare?
Se davvero vuoi dare la tua vita per una buona causa, fa' che la tua vita sia più lunga. Rimani vivo, e lotta in altro modo.

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