05 novembre 2016

Essere contrari alle torture "gratuite" degli animali... e cioè?

Stamattina ho partecipato per qualche rigo a una discussione su Facebook su animali maltrattati e metodi su come ridurre la sofferenza di un pesce da parte di chi pratica la pesca cosiddetta "sportiva". Una persona è intervenuta specificando di essere contraria alla tortura gratuita.

Scrivo qui una riflessione sul concetto di "gratuito".

In questo caso con questa parola si intende "senza ricavarne un plausibile beneficio". Dunque il significato non è univoco, perché il concetto di "plausibile" è soggettivo.

Chi è a favore della pesca, o della caccia, o dello sfruttamento di animali necessario per produrre il latte pensa "mi sta bene provocare sofferenza a questi animali, e non la considero gratuita poiché dà a me un beneficio che ritengo plausibile, e cioè mi piace il loro sapore".
Chi pesca per sport pensa "mi sta bene provocare sofferenza ai pesci [puoi avere tutte le accortezze che vuoi, ma il pesce non se la gode di sicuro], e non la considero gratuita, perché dà a me un beneficio che ritengo plausibile, e cioè mi diverto a pescare".
Stessa cosa per chi organizza i combattimenti di galli o di cani. Basta togliere "mi piace il loro sapore" o "mi diverto a pescare" e sostituirli con "mi diverte vederli lottare".

Io ritengo non plausibile allevare animali in modo intensivo o pescare o cacciare, perché:

- non è indispensabile per sopravvivere (a meno che per situazioni di emergenza costituisca l'unico modo, ma in questo caso è plausibile anche il cannibalismo)

- non è indispensabile per godere di una sufficiente soddisfazione nel mangiare (è anche una questione di abitudine, e qui si potrebbe aprire un discorso sull'abituare i bambini a un certo tipo di alimentazione)

- il beneficio organolettico derivante dal mangiare animali e il divertimento nel pescare e sparare, qualunque essi siano (Mah!), sono sproporzionati rispetto alla sofferenza degli animali in questione.

Quindi secondo me sia l'allevamento intensivo, sia il consumo di latte e derivati, sia la pesca ai fini alimentari, sia la pesca ai fini di divertimento, sia la caccia (ricordo che se spari a un uccello o a un capriolo non sempre muore sul colpo) sono da considerare, con buona approssimazione, torture gratuite.

Nota: per quanto riguarda gli allevamenti non intensivi ai fini alimentari, ipotizzando una vita e una morte senza sofferenza degli animali, non mi sento spinto a mangiare carne comunque. Dopo che ho preso coscienza di quanto affetto può dare un bovino o un maiale o un agnello o un coniglio, l'idea di mangiarli mi mette esattamente lo stesso ribrezzo che mi metterebbe mangiare un gatto o un cane.
...E a proposito dei nostri amici gatti (carnivori) e cani (prevalentemente carnivori), come sfamarli?
Allevare bovini, maiali e polli per trasformarli in cibo solo dopo la loro morte naturale (o eutanasia quando versano in gravi condizioni di salute)?
Questo farebbe della carne un alimento super-costoso e inoltre non riusciremmo a sfamare tutti i cani e tutti i gatti presenti, ad esempio, in Italia.
Dunque una soluzione è la riduzione del numero di cani e gatti grazie alla loro sterilizzazione, e la raccomandazione di provare a dare ai cani gli appositi mangimi vegani (sì, esiste, e si tratta di alimenti che forniscono tutti i principi nutritivi necessari per il cane).
Per fortuna in futuro a costi analoghi a quelli che oggi ha la normale carne sarà disponibile sul mercato la carne sintetica.

04 novembre 2016

"L'inganno delle diete low-carb", il nuovo libro di Colin Campbell

Libro di Colin Campbell e Michael Greger
Le diete low-carb, come dice il termine stesso, sono quelle che prevedono una minimizzazione dei carboidrati e che propongono come alimenti principali i grassi e le proteine.

Fra le diete low-carb più conosciute ci sono:

- la dieta Atkins
- la dieta Zona
- la dieta South Beach

Un'altra variante è la "Paleo-dieta", che non è propriamente "low-carb" in quanto elimina solo una parte degli alimenti a alto contenuto di carboidrati, e cioè i cereali, mentre suggerisce l'introito di carboidrati con frutta, verdura e tuberi.

Tutte queste diete sono davvero salutari?

02 novembre 2016

L'esperimento di Milgram dimostra meno di ciò che si crede. In compenso non era necessario!

Una breve introduzione per chi non conosce l'esperimento dell'elettroshock simulato eseguito dallo psicologo statunitense Stanley Milgram nel 1962:

La storia dell'umanità passata e presente è piena di circostanze che la dicono lunga sull'esecuzione di crimini giustificati semplicemente dal fatto che bisognava seguire direttive provenienti da un'autorità.
Le persone comuni sostengono di solito di essere civili, e che si rifiuterebbero di obbedire a ordini crudeli. Dicono il vero?
Milgram volle verificarlo reclutando dei volontari, spiegando loro che con un macchinario dovevano infliggere delle scariche elettriche a dei falsi soggetti (che in realtà non le ricevevano, ma urlavano per simulare la loro sofferenza) ogni volta che avessero dato la risposta sbagliata a un quiz. L'esperimento è spiegato diffusamente a questa pagina di Wikipedia e documentato nel filmato che vedi qui sotto:



Fu poi eseguito di nuovo alla fine degli anni 2000 dal celebre mentalista, ipnotista e scrittore britannico Deren Brown...



...con gli stessi risultati.

A una prima osservazione si potrebbe essere sconcertati da quanto male è disposta a fare una persona (anche una persona comune, forse magari anche noi stessi) nella condizione in cui "debba" obbedire a una figura riconosciuta come autorità.

Ma...

Alcune osservazioni.

- Il soggetto credeva che il dolore fosse compensato da un lato positivo, e cioè il progresso della scienza, quella stessa che in futuro avrebbe potuto essere utile alla salute di tutti. Sì, anche chi commette stragi di massa pensa che questo sia necessario alla purificazione della razza, alla sacrosanta stabilità di una nazione o altre stupidaggini simili, ma sostenendo questo ci si ferma ancora prima: chi fa parte di una cerchia di persone civili potrebbe affermare non solo che disobbedirebbe a ordini di eseguire stragi, ma anche che prima ancora non si farebbe convincere che le motivazioni di quelle stragi siano valide. Per smentire questo ci vorrebbe non un esperimento in cui ti si ordina di torturare una persona, ma un esperimento in cui si tenta di portarti a pensare che è giusto, per determinati motivi, commettere una crudeltà che fino a oggi hai convintamente ritenuto sbagliata se e senza ma.
- Una cosa mi pare molto strana, soprattutto nella versione di pochi anni fa di questo esperimento. Com'è possibile che il soggetto non fosse al corrente del fatto che un esperimento del genere è illegale? Già. In Inghilterra come da noi in Italia è di sicuro illegale costringere una persona a subire torture contro la sua volontà. Il finto torturato diceva che voleva interrompere l'esperimento a causa dell'eccessivo dolore. Quindi chi è andato avanti con le (finte) scariche fino a 450 volt non so se si possa definire cattivo o no, ma mi pare essere di bassa estrazione culturale in quanto ignora una delle leggi più conosciute e banali.
Lo so che in certe situazioni alcuni particolari ci sfuggono e non ci si pone il dubbio. Ma qui non è questione di porsi il dubbio col normale spirito critico. È questione che scatti o no un campanello di allarme quando l'anomalia diventa troppo palese. Se hai un minimo di cultura, quando una qualunque persona di dice di tortuare un soggetto contro la sua volontà il campanello di allarme ti scatta e ti dice "Questo è per forza uno scherzo; è impossibile che uno scenziato non conosca una legge così banale e rischi di essere denunciato per sequestro di persona e sevizie. Siamo in Inghilterra, mica in Cambogia".
Ecco perché l'esperimento è fattibile solo con persone di una cultura bassa. Per farlo con persone di cultura alta o anche solo media le si dovrebbe portare in una nazione di cui ignorano le leggi.


- Riguardo alla similitudine fra i soggetti dell'esperimento e i soldati / poliziotti / guardie carcerarie etc dei paesi totalitari, sì, l'analogia sussiste, ma bisogna vedere in quale misura. Infatti l'esperimento non vuole dimostrare che l'autorità ti influenza, cosa che già tutti sapevamo. L'esperimento vuole dimostrare *quanto* un'autorità può influenzarti. Ha lo scopo di dirti "Vedi? Questo dimostra che se anche tu fossi stato un tedesco immerso nella cultura nazista avresti potuto far parte delle SS e avresti potuto eseguire gli ordini di sterminare centinaia di persone".
Ma un soggetto che ha preso parte a questo esperimento e che è arrivato a (credere di) infliggere la massima scarica elettrica al finto allievo potrebbe benissimo rispondere: "Eh no. Fino a quel punto certo non sarei arrivato. Sono stato disposto a dare scosse elettriche a una persona infliggendogli dolore contro la sua volontà, ma SOLO perché l'esperto che guidava l'esperimento mi ha garantito che non c'erano pericoli per la vita di quella persona, tant'è vero che prima di (credere di) infliggere le ultime scariche elettriche gli ho chiesto conferma più volte. Il solo fatto che andare avanti fosse necessario per la riuscita dell'esperimento certo non sarebbe stato sufficiente per convincermi a obbedire".
Per questo motivo credo che la dimostrazione portata dall'esperimento di Milgram sia suggestiva ma decisamente incompleta per dimostrare la suddetta tesi.


...Tesi che in realtà è evidentemente vera senza bisogno di esperimenti. Basterebbe semplicemente dire:


"Considerato che
  • Non può essere un caso che chi nasce in un certo luogo e ha una certa educazione si comporti in un certo modo
  • nel DNA non risulta esistere nessun gene della cattiveria
...se ne deduce che il comportamento crudele di una persona derivi per la maggior parte dall'educazione e dall'ambiente in cui è vissuto".

11 ottobre 2016

Ha fatto bene a sbagliare apposta il rigore che non c'era? Certo che sì!

In questo articolo di Eurosport.com pubblicato l'altro ieri Stefano Dolci ha reso onore a un ragazzo di 13 anni che, dovendo battere un rigore concesso erroneamente dall'arbitro, l'ha sbagliato apposta calciando la palla fuori.

Il suo allenatore si è mostrato d'accordo con lui, i giocatori della squadra avversaria l'hanno applaudito e il loro allenatore dopo la partita ha inviato a lui e ai suoi compagni un messaggio di grande apprezzamento.

Ci sono stati commentatori che hanno apprezzato il piccolo calciatore, altri che hanno fatto banali battute su giocatori di serie A dal comportamento opposto, altri che hanno sminuito la cosa osservando che quella squadra già stava vincendo (1 a 0), e poi...

...E poi c'è stato un commentatore che ha scritto una roba che dovrebbe far riflettere. Perché la roba che ha scritto è un esempio di cosa non si dovrebbe insegnare o divulgare nel mondo dello sport come in qualsiasi altro campo.

Ha scritto che il ragazzo non ha fatto bene, perché "Nel calcio gli errori dell'arbitro ci stanno, bisogna accettarli", e che dovendosi comportare come lui bisognerebbe fare lo stesso per ogni altro errore arbitrale, e si finirebbe per arbitrarsi da sé.

Questo commentatore non è l'unico a pensarla in questo modo. Lo si vede dai due "mi piace" che ha ottenuto, da altri commenti simili che ho letto e soprattutto dal modo in cui tante persone pensano e si comportano.

La mia non è una trita e ritrita critica alla disonestà, ma alla disonestà mischiata alla rassegnazione.

Il commentatore ha giustificato la sua tesi dicendo che se diamo ragione al ragazzo che ha fatto questo gesto di onestà allora saremmo costretti a essere onesti sempre. Che sciagura! Che condanna orrenda e che mondo invivibile, essere onesti sempre!
Io invece, guarda un po', non vedo assolutamente il problema. Ci sono momenti in cui il potere è in mano a qualcun altro (ad esempio quando l'arbitro fischia contro di te), e ci sono momenti in cui il potere è nelle tue mano (ad esempio quando l'arbitro fischia a favore della tua squadra e tu stai per battere un rigore). L'etica vuole che quando il potere è nelle tue mani, tu lo usi secondo giustizia.

E allora, ricordando gli esempi portati da questo commentatore, bisognerebbe fare lo stesso con i falli laterai invertiti, calci d'angolo inesistenti, etc?

Certo che sì. Certo che l'onestà andrebbe applicata sempre. In questo può vedere una complicazione solo chi all'onestà non ha fatto abbastanza l'abitudine, e tristemente ritiene che in certi casi possa essere troppa.

Se poi si vede che a favore dell'altra squadra ci sono stati errori arbitrali non seguiti dallo stesso fair-play e si ritiene che errori analoghi a favore nostro li compensino, questo è un altro discorso. L'importante è avere un'etica integra, cioè che ci suggerisce lo stesso comportamento che riterremmo accettabile nel caso fossimo dall'altra parte della barricata... Oh, pardon, mi è venuto da scrivere "barricata" per via del contesto a cui mi ha fatto pensare la rassegnata mentalità di quel commentatore che accetta la disonestà come necessaria. Volevo semplicemente dire "nel caso fossimo l'altra persona", ecco.

E tu, quando ti viene concesso un rigore che non c'è, lo sbagli apposta? Spero di sì per te, per le persone che ti stanno accanto ogni giorni e per quelle che incontri per caso. Lo spero non solo per l'esito dei singoli episodi, ma perché sia la disonestà che l'onestà, è bene prenderne coscienza, sono contagiose. E per il bene di tutti, fra le due è decisamente meglio diffondere la seconda.

Aggiunta del 13 aprile 2018:

Un episodio simile è avvenuto qualche giorno fa: un piccolo calciatore di 8 anni, portiere dell'A.S.D. Borogvercelli, ha detto all'arbitro di non annullare il goal che aveva appena subito, in quando valido. Il bimbo è stato per questo premiato dal Questore di Vercelli durante una cerimonia ufficiale.

08 ottobre 2016

La Possipatia

L'empatia è provare dei sentimenti che, per quanto intensi e coinvolgenti, comunque a un qualche livello percepiamo come originari dell'esperienza di qualcun altro, a cui la nostra percezione sta "facendo visita".

C'è poi la capacità di capire e percepire che le cose vissute dagli altri potrebbero capitare anche a noi. Questa, rispetto all'empatia, è una capacità forse più rara e superiore.

Più che "visitare" il mondo di un'altra persona, consiste nel lasciare che il mondo di un'altra persona visiti l'interezza di noi, e cioè non solo i nostri sentimenti, ma il nostro senso di possibile realtà da vivere.

Pensando ai concetti di possibilità e percezione, come potremmo chiamarla?

Possipatia?

Possipatia.

Forse non suona granché bene solo perché non siamo abituati a sentirlo.
Comunque se hai qualche suggerimento con altri neologismi o con parole già esistenti che magari mi sono sfuggite, scrivilo pure nello spazio dedicato ai commenti.