31 maggio 2026

Carcere e trasparenza sulle pene e loro variabilità

Premesso che non ho nulla da dire agli scemi secondo cui "Quello deve marcire in carcere", perché già gli risponde la Costituzione italiana, trovo che le sentenze penali a volte figurino agli occhi dei cittadini italiani come farlocche a causa della poca chiarezza con cui vengono scritte, e a causa degli sconti di pena che sono materia poco conosciuta. Ecco dunque la classica frase da bar "Gli hanno dato 5 anni di carcere, ma sapendo come vanno le cose in Italia, quello fra 6 mesi è già libero...".

Oltre alla trasparenza sulla lunghezza della pena, sugli sconti di pena e sulla trasformazione di un periodo di reclusione con un periodo di servizi sociali esiste il problema, più concreto, della rimessa in libertà con un calcione a un tizio che magari possiede poco o niente, sa fare poco o niente e che quindi conosce un unico modo per sopravvivere: tornare a delinquere. Infatti spesso tutti i soldi se ne sono andati in risarcimenti e spese processuali, e durante gli anni di detenzione i contatti lavorativi sono andati persi.

Ed ecco che la frase da bar citata prima continua con "...e poi torna a delinquere, perché lo sa che non gli fanno nulla!".

Questo modo di pensare di tanta gente è oro per politici destronzi in cerca di voti con argomentazioni facili quanto superficiali, quando non campate in aria.

Servono riforme sull'imparzialità del giudizio di buona condotta, requisito per l'accorciamento delle pene, e sulla chiarezza delle sentenze.

Chi decide se il detenuto si comporta bene e dunque avrà uno sconto di pena? 

Attualmente ai detenuti con buona condotta (cioè detenuti che non creano problemi) viene applicato uno sconto di pena pari a 45 giorni ogni 6 mesi, e la decisione di applicare o no questo sconto viene presa ogni 6 mesi da un giudice, detto magistrato di sorveglianza.

Ma di fatto i mesi o gli anni in più o in meno che un detenuto sconterà in carcere vengono decisi, pur indirettamente, dall'équipe del carcere, detta GOT (Gruppo di Osservazione e Trattamento), composta da personale di polizia, educatori e presieduta dal direttore, la cui relazione il magistrato di sorveglianza prende per veritiera in toto. Dunque il personale del GOT possono senza problemi far passare per verità o falsità quello che vogliono; ad esempio gli agenti di custodia (il cui giudizio ha un peso enorme) possono scrivere un rapporto ingigantendo o minimizzando la gravità di una vicenda a seconda di antipatie o simpatie. Se una guardia decide di fare un rapporto disciplinare a un detenuto (magari per un bisticcio verbale ingigantito), quel rapporto blocca quasi automaticamente lo sconto di pena per quel semestre.

Se confrontiamo la vita dentro e fuori dal penitenziario emerge una violazione della Costituzione clamorosa. In uno stato di diritto, anche un solo giorno di privazione della libertà deve corrispondere a un reato previsto da una legge. Se fuori dal carcere un cittadino si comporta in modo maleducato o irrispettoso con un'autorità (come un vigile o un impiegato pubblico), non viene condannato a un mese e mezzo di cella. Se invece lo fa un detenuto, per quella stessa identica condotta che non costituisce reato, può essergli rifiutato lo sconto. Si becca cioè 45 giorni di carcere in più sulla base di una contestazione disciplinare di una guardia.

Il magistrato di sorveglianza decide nel suo ufficio, in base alle carte redatte dal personale del carcere, senza un'udienza pubblica, senza un avvocato che possa difendere il detenuto da eventuali bugie. Affinché possa farlo, deve essere presentato un ricorso.

Insomma, a meno di uno snervante ricorso vinto, lo sconto di pena relativo a quel semestre viene deciso, pur indirettamente, dal personale del carcere, secondo un regime con caratteristiche che per nulla si confanno a uno stato di diritto: un regime di arbitrio, favoritismi e vendette. Chi sta simpatico (o chi appartiene a una famiglia potente) esce più presto, chi sta antipatico più tardi.

Lo stato usa il meccanismo dello "sconto" anziché stabilire una pena base e aggiungere giorni in caso di cattiva condotta, e lo fa per un motivo psicologico, dato che l'essere umano è molto più motivato a collaborare se ha un premio da conquistare per ridurre il tempo di cella rispetto a che se avesse una pena fissa che può solo aumentare, che genererebbe molta più disperazione, passività e rabbia.
Ma se la leva psicologica della riduzione ha un senso, non ha alcun senso che venga gestita in un clima di eccessiva sottomissione. Il magistrato di sorveglianza deve lavorare in un contesto di parità fra le parti. Nel sistema che auspico, il meccanismo per garantire massima trasparenza e legalità funziona così:

- I membri del GOT documentano i fatti (es. "il detenuto ha partecipato alle attività lavorative", oppure "il detenuto ha aggredito un compagno").

- L'udienza semestrale si tiene in un'aula di tribunale pubblica, nella quale il detenuto è assistito dal suo avvocato, che può contestare da subito i rapporti delle guardie, portare prove (es. testimonianze, relazioni psicologiche esterne) per dare la sua versione dei fatti e dimostrare che un'accusa era falsa o ingigantita.

- Il giudice, in base alle versioni udite e documentate, decide quanti giorni di beneficio concedere. Se il detenuto si comporta male, a seconda della gravità del suo comportamento, gli viene negato un numero variabile di giorni, con un'ordinanza motivata e impugnabile.

Sentenze trasparenti e addio agli sconti totali 

Ecco perché sopra ho scritto "beneficio" e non "sconto di pena": per una trasparenza nei confronti dell'opinione pubblica, nel sistema che auspico il concetto stesso di "sconto di pena" scompare. La pena decretata dal giudice rimane tale dal primo all'ultimo giorno, ma è composta da due porzioni, scritte nella sentenza chiaramente: il tempo passato in carcere e tempo passato a lavorare o apprendere un nuovo mestiere.

Ad esempio, una sentenza per un reato grave dovrebbe avere una struttura del tipo:

"Il Tribunale condanna il reo alla pena complessiva di anni 12 di detenzione. Dispone che i primi 9 anni siano scontati in regime di reclusione ordinaria in carcere. Stabilisce che il primo anno di detenzione sia scontato interamente in cella senza benefici. A partire dal secondo anno, e per i restanti 8 anni della prima fase, il condannato ha il diritto di convertire le quote di buona condotta semestrale in permessi lavorativi esterni per un massimo di 45 giorni ogni 6 mesi, da spalmarsi lungo l'arco del semestre (con una media di circa 1 giorno di lavoro esterno ogni 4). Durante questi permessi il detenuto uscirà esclusivamente per l'orario di lavoro o apprendimento, mantenendo il carcere come propria abitazione e rientrandovi al termine di ogni turno. Dispone che gli ultimi 3 anni di pena siano scontati in regime obbligatorio di reinserimento lavorativo giornaliero: in questa fase finale il condannato continuerà ad abitare in carcere, ma svolgerà attività lavorativa o di apprendimento tutti i giorni. L'accesso, il quantitativo e il mantenimento dei permessi lavorativi (sia nella prima che nella seconda fase della pena) sono sottoposti a verifica del Giudice di Sorveglianza in udienza pubblica ogni sei mesi. In caso di accertata cattiva condotta, il Giudice disporrà la revoca parziale o totale dei soli giorni di lavoro relativi al periodo in esame, convertendoli in cella ordinaria in modo proporzionale alla gravità dell'infrazione commessa."

Nessun periodo di libertà in regalo (salvo incompatibilità dovuta a problemi di salute). In cella per la quota fissa della punizione e poi lavoro o apprendimento di un mestiere (in caso di rifiuto, quel periodo torna ad essere di carcerazione ordinaria). Così più probabilmente il detenuto produrrà un reddito, utile magari a risarcire le vittime e pagare le spese processuali, ed eviterà di delinquere di nuovo una volta varcato il cancello d'uscita.


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