17 maggio 2018

Quando una medicina è scientifica?


Credo sia sbagliato limitare le possibilità di cura della salute ai soli metodi che fanno parte dell'Evidence Based Medicine (EMB), cioè di cui è stata validata l'efficacia scientificamente con forte evidenza. Ritengo infatti che anche l'esperienza del professionista della salute e del paziente siano importanti per decidere se un metodo funziona; com'è noto, in certi casi decretare la validità scientifica di un metodo è assai arduo ad esempio a causa della varietà delle caratteristiche dei pazienti e della dipendenza dell'efficacia a seconda dell'operatore.

Questo non impedisce di avere chiaro cosa è scienza e cosa non lo è.

In questo articolo spiegherò alcuni importanti aspetti della medicina scientifica, che spesso con una stortura linguistica dispregiativa viene detta "medicina ufficiale" dai fautori di quella o quell'altra medicina alternativa, che più chiaramente potrebbe esser chiamata "medicina non scientifica" (locuzione che io non uso per dare una connotazione dispregiativa, ma giusto per onestà).
Discutendo della cosiddetta "medicina ufficiale" (o anche "medicina allopatica", termine usato spesso dagli omeopati), saltano fuori varie domande ed esclamazioni, tipo quelle qui di seguito, a cui proverò a dare una risposta.

Nota: quando al punto 7 parlerò di fasi (fase 6, fase 1-3) mi riferisco alle fasi della sperimentazione di un farmaco; se non le conosci puoi leggere la pagina che le spiega sul sito dell'Agenzia Italiana del Farmaco: Come nasce un farmaco.

1) Chi lo decide cosa è scientifico e cosa no?

Lo decide il fatto che sia stato applicato oppure no il metodo scientifico, che in ogni disciplina ha dei precisi criteri che consentono di stabilire l'evidenza di una correlazione causa-effetto.
In medicina un metodo di cura è considerato scientificamente valido se ciò emerge con forte evidenza dai risultati di ricerche condotte su un campione di popolazione sufficientemente omogeneo, con una corretta analisi statistica dei risultati, e con altri criteri utili ad evitare i bias, e cioè errori di interpretazione dei dati che facilmente un inesperto potrebbe commettere.

2) Ma se una cosa funziona... funziona! Che bisogno c'è di tante ricerche?

Il bisogno di tante ricerche è il bisogno di capire se funziona con una percentuale abbastanza alta di persone (e non con una su venti, ad esempio, di cui è più facile essere impressionati tralasciando gli altri 19 casi), e di capire se funziona per le due caratteristiche oppure come placebo.

3) Ma se anche fosse un placebo che importa? Basta che funzioni!

Nessuno demonizza i placebo, che spesso ha senso utilizzare. I placebo vengono somministrati in alcuni casi, ad esempio nelle case di riposo o negli ospedali. Accade nei casi in cui si sospetta che un dolore sia dovuto all'atteggiamento del paziente di un paziente che sta vivendo una fase psicologica particolarmente difficile. Probabilmente più spesso si dovrebbe iniziare una terapia con un placebo, per capire se davvero c'è bisogno di un principio attivo per migliorare un dolore, e non solo nei suddetti ambiti.
Detto questo, se si discute della validità di uno specifico metodo di cura, si discute della sua validità insita nelle sue caratteristiche, altrimenti tanto vale cambiare argomento e discutere genericamente del modo migliore di presentare un placebo al paziente per avere su di lui la maggior efficacia psicologica possibile.

Fra operatori della salute e aziende occorre chiarezza per questioni di tempo, di soldi e di sapere quello che si sta facendo: non è giusto che tu mi persuada a studiare complicate procedure di un certo metodo di cura se in realtà tutto quello che alla fine avrò imparato e i tre giorni e 500 euro che avrò speso per il tuo corso sono sostituibili spendendo zero euro, inventandomi una cosa a caso e sapendo quello che faccio invece di illudermi sul meccanismo di guarigione.
E dal punto di vista del paziente, pur essendo etica (in alcuni casi) la somministrazione del placebo, il prezzo dovrebbe essere esclusivamente commisurato alla sua produzione, che è molto economica, e all'efficacia psicologica derivante dal prezzo non irrisorio, ma senza esagerare.

Tornando ai metodi di cura che funzionano per le loro caratteristiche e non come placebo, questi esistono perché spesso il placebo non basta e c'è l'esigenza di qualcosa che funzioni di più, specialmente nelle patologie gravi.

Per questo motivo la ricerca scientifica in campo medico tipicamente consiste nell'attribuire validità a un metodo di cura quando questo risulti maggiormente efficace rispetto alla sua non applicazione e rispetto al placebo. Il ricercatore, effettuati i test coi vari gruppi di pazienti, trascrive i risultati e le conclusioni e le invia a una rivista scientifica. I revisori della rivista scientifica hanno il compito di analizzare gli studi inviati, decidere se sono stati condotti in maniera corretta e, in base questo, decidere la loro eventuale pubblicazione. Esistono anche riviste che pubblicano qualunque cosa, anche gli studi di bassissima qualità (le cosiddette riviste predatorie, che si fanno pagare dagli autori per pubblicare, e che non hanno alcuna attendibilità). Fortunatamente chi è addentro al mondo della ricerca scientifica sa quali sono e se ne tiene alla larga (accade talvolta che le riviste vengano testate con l'invio di articoli pieni di errori metodologici, per vedere se questi vengono bocciati o accettati; un interessante esperimento fu condotto nel 2013 dal biologo e giornalista John Bohannon, con risultati sconfortanti, non solo per quanto riguarda le riviste Open Access). I revisori delle riviste più prestigiose, invece, operano una selezione molto severa prima di decidere per la pubblicazione di uno studio.

4) Ma che valore hanno gli studi scientifici? Ogni tanto si sente dire che uno studio è stato smentito da uno studio scientifico successivo!

Infatti non è così semplice. Può darsi che, secondo le conclusioni della ricerca, il metodo di cura preso in esame risulti efficace, ma è importante sapere con quale evidenza lo è. A seconda della qualità dello studio, l'evidenza può essere più o meno alta.
Inoltre un solo studio non basta affinché si possa considerare quel metodo di cura efficace. Per una maggiore sicurezza occorrono più studi, i cui risultati siano concordi (ne parla la dott.ssa Roberta Villa nel suo video "C'è scritto su Pubmed"). A questo servono gli studi detti "rassegne" e "revisioni sistematiche", i cui autori rileggono di nuovo gli studi pubblicati negli anni nelle varie riviste di buona qualità, effettuano nuove revisioni, selezionano gli studi le cui conclusioni hanno una forte evidenza e, dopo aver messo insieme tutti i dati, elaborano conclusioni certo più affidabili di una singola ricerca (questo dovrebbe chiarire che per dare credito a una tesi non è sufficiente aver trovato un articolo su Pubmed che la afferma: Pubmed non è altro che un indice di tutti gli articoli pubblicati in una grande quantità di riviste scientifiche, ottime e mediocri).

Ecco che chi sceglie di fare il ricercatore in ambito scientifico accetta che, salvo rare eccezioni, il suo lavoro sarà una pur importantissima goccia nell'oceano, e che se quel metodo di cura si rivelerà efficace e verrà messo sul mercato, il proprio nome e cognome si perderà fra quelli del suo gruppo di lavoro, gruppo che a sua volta si perderà nell'elenco dei nomi dei ricercatori degli altri gruppi di lavoro che avranno condotto altri studi scientifici.
Potrà dunque condurre quel mestiere se accetta serenamente che, per la sua importantissima missione, non ci sarà gloria e fama. E sapendo anche che il suo lavoro di mesi potrebbe addirittura rivelarsi inutile perché verrà fermato prima, nel caso in cui non passerà il vaglio dei revisori della rivista scientifica. In questo caso dovrà fare ammenda e proporsi di condurre i propri studi in maniera corretta, imparando dai propri errori.

5) Ma ci sono ricerche falsate su alcuni farmaci che vengono comunque pubblicate da riviste scientifiche il cui staff è colluso con le case farmaceutiche!

Indipendentemente dalla buona fede o dalla malafede di ricercatori e revisori, se uno studio dalle conclusioni fuorvianti viene pubblicato su una rivista scientifica, per fortuna è comunque possibile sbugiardarlo conducendone un altro successivamente.
Vedi su: un'evidenza per essere considerata forte ha bisogno non di un solo studio, ma di più studi, e inoltre necessita l'assenza o la poca presenza di studi dalle conclusioni opposte.
Da notare poi che una casa farmaceutica dovrebbe pensarci due volte prima di operare una truffa nei confronti del mondo scientifico, perché una volta scoperta la sua reputazione ci rimette molto, e con essa anche le sue entrate. Conviene assai di più scoprire, produrre e vendere farmaci che funzionano davvero.

6) Ma se presenti uno studio secondo da cui risulta che un rimedio naturale ed economico funziona meglio di un farmaco nessuna rivista scientifica te lo pubblicherà, perché sono tutte colluse con le case farmaceutiche!

Sì invece. Come ho detto, esistono riviste scientifiche di pessima qualità che pubblicano di tutto (basta pagare). Se invece stai parlando di riviste scientifiche che selezionano gli articoli in maniera rigorosa, e affermi che questa selezione blocca studi che possano ledere gli interessi di una qualche azienda, portami un esempio. Citami uno studio condotto in maniera corretta, che si è visto rifiutare la pubblicazione. In attesa della tua risposta, ti ricordo che il rifiuto di una pubblicazione è sempre accompagnato da motivazioni, che devono riguardare criteri ben precisi e poco soggetti a interpretazioni.

7) Ma ci sono stati farmaci che sono stati messi in commercio e poi sono stati ritirati perché facevano enormi danni! Come la mettiamo? Anche quelli erano stati validati scientificamente!

Uno dei problemi della sperimentazione dei farmaci (in particoalre della fase 6) è che molti effetti collaterali si scoprono a distanza di mesi o anni; alcuni farmaci e/o piani di cura vengono ritirati dal commercio perché hanno sortito effetti collaterali non riscontrabili nel breve termine (fasi 1-3) oppure perché non si sono dimostrati migliori rispetto a cure più vecchie e testate. Chi non capisce questo frettolosamente deduce una collusione tra ditte farmaceutiche e ricercatori. Ma non si tratta di collusione, né di un errore del metodo di ricerca: è fondamentalmente un problema tempistico.
Come per ogni altra scienza non esatta, chi si occupa di ricerca medica non ha problemi ad ammettere di esser giunto a conclusioni errate, dunque rettificare e far migliorare sempre più il bagaglio di conoscenze a disposizione e a beneficio di tutti.
La validazione scientifica della bontà di un metodo di cura fornisce un'affidabilità alta, ma non assoluta. È il prezzo da pagare se vogliamo che continui a esistere una scienza che migliora e salva vite più di quanto lo faccia il placebo, e che statisticamente apporta benefici in quantità molto, molto maggiore rispetto ai danni.
Come in svariati altri ambiti, insomma vale il non dover buttare il bambino con l'acqua sporca. Anche ai migliori calciatori capita ogni tanto di fare qualche errore, che se rimane sporadico non costituisce un motivo di licenziamento. Se non ti va bene questo esempio perché non riguarda la salute delle persone, pensa alle norme di sicurezza sul lavoro, che sono fatte con la realistica speranza di minimizzare i rischi di incidenti. Ripeto: minimizzare i rischi. Questo ci si aspetta. Ridurli a zero è un obiettivo a cui non siamo riusciti ad arrivare, neanche quando queste norme vengono rispettate completamente. Questo non è un buon motivo per mettere al bando qualunque costruzione di ponti, edifici, etc.
 
8) Ma un essere umano non è una statistica! Se per colpa di un farmaco dannoso muore una persona a cui vuoi bene, vedrai quanto poco te ne importa delle statistiche!

Certamente si tende a dare più importanza agli eventi che ci riguardano da vicino e agli eventi che ci emozionano. Ma per dare giudizi obiettivi e razionali non ci si può basare sull'emozione del momento. Se un mio amico muratore è morto cadendo da una impalcatura per via di standard di sicurezza sul lavoro non rispettati per colpa della ditta edile per cui lavorava, può darsi che il mio istinto del momento mi suggerisca di dare sfogo alla mia rabbia e con una palla da demolizione distruggere l'edificio in questione e l'abitazione del suo datore di lavoro. Il che ovviamente non sarebbe la cosa giusta da fare. Analogamente, quando muore una persona per cause iatrogene accertate certo non è un buon motivo per squalificare il metodo scientifico, che già si sapeva essere imperfetto. Solo che quando la medicina fa accadere qualcosa di brutto, ciò fa molto più rumore rispetto ai molti più casi in cui ha fatto qualcosa di buono.
Riassumendo: una persona non è una statistica, ma in mancanza della sfera magica dobbiamo accontentarci di una scienza inesatta, basata sulla statistica. Perché senza sarebbe molto peggio.

9) Secondo la scienza la chemioterapia funziona perché salva tante vite. E i milioni di persone che hanno fatto la chemioterapia e sono morte lo stesso, non le consideriamo?

Premetto che non c'è motivo di parlare specificamente di chemioterapia (se ne parla di più solo perché è particolarmente fastidiosa e perché spesso non sortisce una guarigione, ma solo un allungamento della vita). Inoltre è superficiale parlare solo di morte o guarigione, senza considerare i dati su aumento di sopravvivenza, probabilità di recidive e qualità di vita. 
Dunque, parlando in generale di metodi di cura imperfetti (chemioterapia compresa ma non solo), e in generale di risultati migliorativi (guarigione completa ma non solo), la risposta è sì, i milioni di pazienti che muoiono dopo aver usato un certo metodo di cura vengono ovviamente presi in considerazione. Nel prenderli in considerazione occorre, attenzione, evitare di cadere nell'errore di chi dice "Rispetto a tutti i malati di questa malattia, è alta o bassa la percentuale di chi ha un beneficio grazie a questa cura? Se è bassa, significa che quel metodo è da scartare". Il confronto utile da fare è di un altro tipo: occorre mettere a confronto i pazienti che hanno fatto uso di quel metodo con quelli che non ne hanno fatto uso. In base a questo confronto ci si chiede: quali, fra questi due gruppi, hanno riscontrato più frequentemente miglioramenti? Se "solo" il 15% dei pazienti che hanno usato quel metodo ha ottenuto risultati migliorativi, a fronte di un 4% dei pazienti che non ne hanno fatto uso, allora quel metodo, che non è certo la panacea, è da considerarsi meglio di niente e quindi da usare.
Parlando in particolare di tumori e chemioterapia, lo so che al momento per certi tipi di tumore la chemioterapia ha risultati poco soddisfacenti. Ma quando viene somministrata, e cioè quando c'è ragione di pensare che potrà arrecare più beneficio che danno, di solito fa più beneficio che danno.
Sì. Di solito, non sempre. Perché la medicina, lo ripeto, è una scienza inesatta. Questo non significa che faccia le cose a caso.

Grazie alla dott.ssa Laura Ferrari, specializzanda in oncologia ed ematologia, per la revisione di questo articolo.

Aggiornamento 25 novembre 2018:

Finalmente la scienza ha riconosciuto l'efficacia di X! Ora sì che è scienza!
Spesso, no. Finalmente un bel niente. Non c'è nessuna buona notizia. Solo bugie acchiappapolli. Acchiappa lettori di titoli, acchiappa gente che non ha chiaro il concetto di scienza.

Lo dico in occasione di un blog post che ho letto oggi su Facebook, linkato da una mia amica.

L'articolo aveva un titolo del tipo "La scienza riconosce la validità di [metodica che non specifico qui perché non è importante]".

Avrei potuto pensare "Ehi! È stato pubblicato uno studio scientifico sull'efficacia di quella disciplina!".
Avrei potuto pensarlo se quell'articolo non avesse avuto un indirizzo web e un titolo che si fanno riconoscere come tipici del cazzaroblogghista di turno, agli occhi di chiunque abbia un minimo di esperienza di navigazione e spirito critico.
Ho visitato l'articolo, perché ero curioso di sapere se anche questa volta a pensar male ci s'indovina e indovinate un po'... Ci si è indovinato anche stavolta.

Nell'articolo non viene citato nessun elemento che giustifichi quanto scritto nel titolo, cioè non viene citato nessuno studio scientifico a supporto della metodica menzionata. Viene solamente citato una pagina web del sito di un policlinico universitario; alla di tale articolo c'è scritto che fra i servizi erogati dai professionisti della salute che lavorano in tale policlinico c'è anche quella metodica. Tutto qui.

Possibili obiezioni:

Ma il Treccani definisce "scienza" come  "Insieme delle discipline fondate essenzialmente sull’osservazione, l’esperienza, il calcolo, o che hanno per oggetto la natura e gli esseri viventi, e che si avvalgono di linguaggi formalizzati" ! Quindi se la disciplina X viene studiata con macchinari e misurazioni, posso dire che è scientifica!

No. Quel paragrafo iniziale della definizione del Treccani dà una definizione generale sulla scienza. Dice cosa essa è, senza entrare specificamente nel merito dei requisiti che devono avere quelle osservazioni, quelle esperienze, quei calcoli affinché di scienza si possa parlare. Se così non fossse, in base a quella definizione si potrebbe dire di una qualunque disciplina inventata a caso, senza alcuna dimostrazione di efficacia, fatta con calcoli completamente fuorvianti e conclusioni incoerenti, che fa parte della scienza.
 
Ma se la tale disciplina è praticata da un eminente professionista della salute / dal personale sanitario del tale policlinico universitario... allora è scientifica!

Deduzione errata. Fra i concetti fondamentali del metodo scientifico c'è il non principio di autorità. Il fatto che una disciplina venga praticata da un certo tipo di persone con una certa qualifica non autorizza a dire che sia scientificamente validata la sua efficacia.

Ma io non parlavo di metodo scientifico... parlavo di scienza, in generale!

Senza metodo scientifico non si può chiamare scienza. Se si è onesti si può parlare al massimo di disciplina, metodo, osservazione, narrazione, interesse, arte, etc. La scienza, nell'evo moderno, è una cosa ben precisa e utilizzare questa parola a sproposito genera confusione e disinformazione.
Se ti interessa davvero sapere cosa è scienza e cosa non lo è, puoi leggere ad esempio la pagina di Wikipedia dedicata al metodo scientifico.

15 maggio 2018

Farsi ammazzare inutilmente... Perché?

Inaugurazione capitale - Mauro Biani
Sono dei violenti e degli assassini, non c'è dubbio. Detto questo:

- Lo sai che sono dei violenti e degli assassini

- Lo sai che non si fanno scrupoli a spararti

- Lo sai che possono farlo impunemente

- Lo sai che hanno pure una scusa, e diranno che hai iniziato tu a tirare i sassi e a incendiare copertoni

- Lo sai che neanche una grande fetta dell'opinione pubblica ti darà ragione, perché a X voci "sono dei violenti" ci saranno sempre X+1 voci che diranno "ma hanno iniziato i manifestanti"

- Lo sai che se fai il martire non risolvi nulla, anzi, ottieni l'effetto contrario, perché tirano quel sasso o anche manifestando pacificamente, ma vicino a chi tira i sassi non ottieni nulla, neanche politicamente.

...Ma allora perché vai a manifestare per farti ammazzare?
Se davvero vuoi dare la tua vita per una buona causa, fa' che la tua vita sia più lunga. Rimani vivo, e lotta in altro modo.

Su un argomento simile: Celerini, manifestanti, violenza e ovvietà

10 maggio 2018

No, quell'obiettivo non è "sfidante". Chi t'ha detto nulla?

Stamattina la pagina Facebook dell'Accademia della Crusca ha linkato un articolo del 2013 del sito dell'associazione intitolato "Una questione sfidante".

In tale articolo l'autrice parla di un recente uso della parola "sfidante", il cui significato non è "che sfida", ma "che pone delle sfide". Ecco cosa dice di questo significato:

"[...] se ne osserva una progressiva diffusione nell’uso che potrebbe portare a una sua affermazione nella lingua italiana."

Sigh. Nessuna condanna. Anzi. Prosegue così:

"E inoltre, se vi si riesce a valorizzare l’aspetto positivo, la parola sfidante potrebbe forse aiutarci a vedere in ogni situazione difficile anche una sfida e una possibilità di miglioramento e di crescita."

Ci sono tante parole che possono aiutarci a valorizzare quella o quell'altra cosa. Il bisogno di farlo non è certo giustificato dalla storpiatura del significato di una parola con l'importazione dall'inglese non solo di sostantivi e aggettivi (cosa che entro un certo limite è anche accettabile), ma anche delle regole sintattiche. Altrimenti, siccome in inglese si dice "to have a shower" e "to take a chance", sarebbe legittimo dire in italiano "avere una doccia" e "prendere delle scelte" (non avrai mica pensato che "prendere delle scelte" è normale, vero?). Sarebbe legittimo tradurre tutto letteralmente, sempre.

Le traduzioni letterali possono dare origine a errori comprensibili e perdonabili quando stai parlando una lingua straniera: non sai come si costruisce un certo tipo di frase, e azzardi l'applicazione di regole italiane alla lingua inglese sperando che vadano bene, salvo poi essere corretto.
Ma quando parli LA TUA lingua... quella la devi conoscere! Non puoi fare volontariamente errori di costruzione per il fatto che in inglese si parla in quel modo lì!

Dire che una certa cosa è "sfidante" è un errore perdonabile per un inglese che sta imparando a parlare italiano, non per un italiano che...

...che...

...che vuole fare il ganzo.

Sì, perché proprio come per la storia del "piuttosto che" con funzione disgiuntiva, l'errore di cui sto parlando non è dovuto all'ignoranza, ma alla convinzione di essere ganzi, perché si usa la lingua in maniera nuova. Tipico dei contesti aziendali e dello sviluppo personale. Guarda come ti stupisco. Guarda come cambio il mondo con la mia visione (VISIONE???).

No, ragazzo. Guardo come sei un asino.

Una cosa può essere irritante perché ti irrita, ed è plausibile che qualcuno o qualcosa possa irritare anche passivamente, quando ad esempio viene guardata.
Ma non è così per "sfidante". La sfida è intesa, in qualche modo, come attiva. Sfidante è qualcuno che ti sfida perché decide di farlo. Non qualcuno che, senza volerlo, ti appare come un tizio che ti sfida, per il fatto che nella tua testa costruisci in qualche modo quell'immagine, quel contesto, e di conseguenza ti atteggi. E fatto che si tratti di un persona, di una cosa o di una impresa è irrilevante.

Un libro che devi studiare non è sfidante. È li, sul tavolo. Non ti ha chiesto nulla. Se dici che è sfidante mi ricordi la scena comica di Sordi quando diceva agli spaghetti che se li mangiava perché l'avevano provocato.
E, volo pindarico ma non troppo (vedi in fondo), a proposito di provocare, mi viene in mente chi commenta una violenza sessuale dicendo che quella donna era vestita in maniera "provocante" (lo so, qui "provocante" è usato correttamente, perché si attribuisce a una persona, che può anche vestirsi in un certo modo per provocare, ma capirai il senso di questa digressioncina in fondo all'articolo).

A guidare l'evoluzione della lingua italiana, plausibilmente fatta di neologismi italiani o stranieri e di inclusione nel vocavolario di espressioni popolari, non può essere una cattiva traduzione.

La parola "challenging" non ha un esatto corrispettivo italiano. E ne sono contento. Credo sia giusto non esista una parola che serve a esprimere il fatto che ti immagini che il libro che devi studiare ti stia sfidando. Se nella tua testa hai creato questa immagine - cosa abbastanza bislacca, dato che il libro sta lì sul tavolo e non ti ha chiesto nulla - non mi sembra più bislacca o inaccettabile la necessità di spiegarlo con una piccola perifrasi, dicendo che "rappresenta per te una sfida".

Altrimenti c'è sempre "stimolante", aggettivo che denota il tuo entusiasmo ed evita di richiamare per forza quelle fesserie declamate dai guru aziendali o dello sviluppo personale tipo che devi immaginare di fare le cose per fare un dispetto a chi ti dice che non puoi farcela, e quindi è una sfida, e bla bla bla, musica di Rocky e alla fine vinci contro i distruttori di sogni che ti dicevano che non ce la potevi fare.
 
Un consiglio: fai quello che devi fare, senza trasformare in mostri antagonisti le tue imprese, né la lingua italiana.

10 aprile 2018

Picture Resizer ridimensiona velocemente le immagini (anche tante insieme)


Picture Resizer
Anche se oggi lo spazio occupato dalle immagini è percepito da molti come irrisorio o comunque non preoccupante per via della grande capienza degli hard disk, trovo sbagliato archiviare immagini che non hanno motivo di occupare 4 o 10 volte lo spazio che dovrebbero occupare, data la loro qualità e data la grandezza dello schermo su cui sono destinate a essere visualizzate.

...Anche perché quello "spazio irrisorio" occupato dalle immagini, negli anni diventa una quantità di spazio importante, e allora sì che occupare il quadruplo o il decuplo di quanto opportuno è un problema.

Picture Resizer è un programma per Windows che, con le opportune impostazioni, ti permette con pochissimi clic di portare un'immagine, o anche un gruppo di immagini tutte insieme, alle dimensioni desiderate.

Questo, fra l'altro, è utile anche quando dobbiamo inviare via email delle immagini, ma non prima di averle ridotte, in quanto troppo pesanti.

Uso Picture Resizer da molti anni, durante i quali mi sono così risparmiato chissà quante ore di lavoro manuale che sarebbe consistito nell'aprire ciascuna foto con un programma di editing, andare su "modifica", etc.

Il software, che è un singolo file EXE, è scaricabile da ww.rw-designer.com.
Ci sono due modi di usarlo: trascinando le icone dei file dell'immagine (o delle immagini) sopra all'icona dell'EXE (sì, come fosse una cartella), oppure da riga di comando. Io ho scelto quest'ultima opzione, che può sembrare a prima vista poco user-friendly, ma una volta creato un collegamento col comando relativo alle impostazioni desiderate, l'uso è velocissimo.

Spiego comunque entrambe le modalità.

Nota per i meno esperti di Windows: la scritta che compare sotto l'icona di un file presenta un nome e un'estensione, che compare dopo il punto (nel caso di specie ".exe"), oppure il punto e l'estensione non compaiono proprio; dipende dall'apposita impostazione di Windows. Semplicemente, se non visualizzi la scritta che indica l'estensione ".exe", non preoccupartene.

Un'altra nota importante, che riguarda l'archiviazione di foto-ricordo: la cosa migliore da fare prima di ridimensionare una foto è valutare se ci sono elementi da scartare con un ritaglio. Ritagliare una foto eliminando gli elementi che non sono importanti (o che sono addirittura di disturbo) significa ottenere, a parità di ridimensionamento, dettagli maggiori dei soggetti che rimarranno.

Quanto devi ridimensionare una foto-ricordo? Dipende dall'importanza che dai ai vari dettagli. Se stai guardando la foto a tutto schermo in uno schermo abbastanza grande e sai che vedendola così non avrai motivo di fare uno zoom per osservarne i particolari, allora esegui un ridimensionamento tale affinché la visualizzazione a tutto schermo corrisponda alla visualizzazione senza zoom, e cioè 1:1.
Se invece nella foto sono presenti particolari che in futuro potresti voler vedere meglio zoomando (e la qualità della foto lo consente), allora considera un ridimensionamento minore. Oppure puoi creare due versioni della stessa foto: una delle due sarà ritagliata e raffigurerà solo la parte ingrandita che ritieni interessante.

In ogni caso, comunque, ricorda:

PRIMA RITAGLIA la foto (se necessario), POI RIDIMENSIONALA.

Ed ecco finalmente come usare Picture Resizer...

Modalità "Windows"

- Dopo aver scaricato il programma (che, ripeto, è un semplice file EXE), mettilo in una cartella.
- Seleziona tutte le immagini da ridimensionare e trascinale sull'EXE (come se l'EXE fosse una cartella in cui volessi mettere questi file)
- Ecco fatto. Il programma creerà nella stessa cartella una versione ridimensionata di ogni immagine. Il nome delle immagini create saranno basate sul nome originale, con l'aggiunta di un trattino e un suffisso che indica le dimensioni. Ad esempio, la versione ridimensionata dell'immagine Foto.jpg si chiamerà Foto-400.jpg, dove "400" indica la larghezza dell'immagine.

Come si intuisce dal nome del file EXE così come si presenta subito dopo il suo download dal sito, e cioè "PhotoResize400.exe", e dalla scelta dell'esempio fatto sopra, la misura dei file ridimensionati dipende proprio dal nome dell'EXE stesso.
Puoi rinominare il file per ottenere immagini con le caratteristiche desiderate in termini di dimensioni massime o minime di base o altezza, qualità di compressione, etc.
Trovi alla pagina http://www.rw-designer.com/picture-resize il form "Renaming wizard" in cui puoi variare i parametri; a seconda dei parametri scelti, in basso, alla voce "Rename to" troverai il nome che dovrai dare al file EXE.

In teoria non c'è un numero massimo di immagini da rinominare tutte in ina volta, ma possono esserci problemi se i file sono molti e al tempo stesso il file EXE è posizionato in una cartella troppo profonda (e ti ricordo che la cartella "Desktop" potrebbe essere alquanto profonda).

Modalità da riga di comando

Se hai già deciso che tutte le foto che conserverai nel tuo HD dovranno avere certe dimensioni e una certa compressione, puoi creare all'interno di una cartella un collegamento che consista nel comando appositamente preconfezionato, e dunque far sì che, per ottenere il ridimensionamento, sia sufficiente trascnare le foto in quella cartella e fare clic sul collegamento stesso.

Ecco come ho fatto:

- Per fare un po' di "ordine" ho rinominato il file scaricato togliendo "400", dunque il nome risultante è "photoresize.exe"
- L'ho messo nella cartella C:\
- Ho creato la cartella "C:\foto_rid"

Poi...

Scrittura della riga di comando

Ho deciso che per la maggior parte delle mie foto vanno benissimo le dimensioni 1280x1024 pixel, dunque ho creato una riga di comando indicando con questo e altri parametri, scelti fra quelli indicati a questa pagina

La riga di comando così creata è:

C:\PhotoResize.exe -F1280x1024 -q91 -o -s -m -i C:\foto_rid

Riporto qui sotto una legenda dei parametri che ho scelto. Nota: come si legge dal link suddetto, alcuni sono parametri "di inversione", cioè determinano l'opzione contraria rispetto a quello che si desumerebbe dal nome del file EXE. Nel mio caso, poiché il file EXE è senza parametri (semplicemente "PhotoResize.exe"), ognuno dei parametri descritti qui sotto, quando aggiunto alla riga di comando significa che la relativa opzione verrà attivata.

- C:\PhotoResize.exe indica che C:\ è la cartella in cui ho scelto di posizionare il file EXE
"-F" significa che le dimensioni indicate in seguito (base e altezza separate da una "x") sono quelle massime;
"-q91" indica la qualità di compressione, che va da 0 a 100;
"-o" indica che non dovrò premere Invio per chiudere la finestra dopo l'operazione
"-s" indica di non processare le immagini le cui dimensioni sono già minori rispetto a quelle specificate
"-m" indica che gli stessi metadata delle immagini originarie (cioè i dati come ad es. data di scatto della foto, data dell'ultima modifica, etc) devono essere attribuiti alle nuove immagini create
"-i" indica di eliminare i file originali e di attribuire il loro nome ai nuovi file creati

Creazione di un'icona-collegamento alla riga di comando

- Nella cartella "C:\foto_rid" ho cliccato col tasto destro e ho scelto "Nuovo" e poi "Collegamento"- Nell'apposito spazio sotto a "Immettere il percorso per il nuovo collegamento" ho incollato la riga di comando suddetta
- Ho cliccato su "Avanti"
- Come nome al collegamento, che sarebbe comparso sotto l'icona che stavo creando, ho scelto "Riduz entro 1280x1024".
- Ho cliccato su "Fine".

La cartella "C:\foto_rid" è quindi il mio "laboratorio" in cui metto temporaneamente le immagini che voglio ridimensionare. Una volta trascinati qui mi basta fare doppio clic sull'icona del collegamento, e in pochi secondi i file vengono elaborati, e cioè le immagini vengono ridimensionate.

Poi nella stessa cartella ho deciso di creare un'altra icona-collegamento, che mi serve sempre per ridimensionare le foto, ma ottenendo immagini più grandi, e cioè di 2048x1638 pixel.

La relativa riga di comando, del tutto analoga alla precedente, è

C:\PhotoResize.exe -F2048x1638 -q91 -o -s -m -i C:\foto_rid

Come nome per il nuovo collegamento ho scelto "Riduz entro 2048x1638".

Ho poi creato sul desktop un collegamento alla cartella "C:\foto_rid".

Ed ecco impostata la mia comoda cartella-laboratorio con cui posso velocemente ridimensionare le foto inutilmente pesanti.

09 aprile 2018

Diego Armando Maradona è un eroe dannoso

Questo articolo è ricavato dai commenti di Frank Merenda in questa discussione di qualche anno fa sul sui gruppo Facebook dedicato al marketing e alla vendita. Non seguo più regolarmente come una volta questo gruppo, ma ci tenevo a che non cadessero nell'oblìo alcune spiegazioni che Frank dette sul blasonato calciatore Diego Armando Maradona (sì, a volte le discussioni si discostavano un po' dall'argomento principale del gruppo). Adesso che sono incappato in questa immagine ho deciso che era il momento di adattare quei contenuti a un articolo e pubblicarlo.

La storia di Diego Armando Maradona è il contrario esatto di quella di leggende come Michael Jordan, ragazzo che grazie al suo talento esce dal ghetto per fare una vita diversa da quella delinquenziale dei "fratelli" che non ce la fanno.

Maradona invece è un giocatore che invece entra nel ghetto delinquenziale (Forcella e dintorni), ne assorbe i comportamenti e nonostante ciò ha successo nello sport che pratica.
Migliaia di napoletani si innamorarono di  Maradona perché si fece completamente inglobare dalla cultura del posto in tutto e per tutto, senza rifiutarne nessun aspetto, neanche quello criminale.
Per molti diventò un esempio: giocatore vincente e al tempo stesso paracamorrista delinquentello.
Una persona pulita, onesta, che si fosse allenata e avesse vinto il doppio col Napoli (magari senza vendersi uno scudetto al Milan), non sarebbe stato altrettanto amato.
 
La "storia mitologica" di Maradona vuole che lui sia comparso in una squadra di gioicatorucoli, che poi avrebbe vinto solo grazie a lui. Non è così. Apportò sì un enorme valore aggiunto al Napoli, ma è anche vero che molti giocatori di quel Napoli quando cambiarono squadra (alcuni relativamente in tarda età) rimasero dei fuoriclasse che fecero molto bene nelle squadre successive. Stessa cosa per la nazionale Argentina nella quale Maradona giocò, in cui c'erano talenti di tutto rispetto.

Tanti tifosi napoletani hanno detto che Higuain "si è venduto" alla Juventus. Nessuno si è mai provato a dire, però, che Maradona si è venduto alla camorra e alla camorra ha venduto la città che lo considerava come un dio.

Città a cui avrebbe potuto passare un messaggio importante, tipo:

"Ho cominciato da zero, sono cresciuto impegnandomi, sono arrivato da voi a Napoli per vincere e stiamo vincendo. Purtroppo io e il resto della squadra siamo circondati e costantemente contattati da persone inqualificabili dai cui sporchi affari vogliamo stare ben lontani. Non per questo ce ne andremo: rimarremo e giocheremo per vincere, ma SOLO per i napoletani onesti, che sono la maggioranza. Se volete bene a me e alla nostra squadra, scegliete anche voi di mostrare una immagine di Napoli vincente, pulita e fatta di brave persone. E ai ragazzi delle periferie dico: state con noi, evitate i delinquenti. Studiate, crescete e cambiate la storia della vostra vita."

Così avrebbe potuto essere un eroe degno di questo nome e fare la vera differenza a Napoli e per i napoletani.

Preferì vendersi, andare ai festini camorristi a pippare cocaina e unirsi a quella gente.

Per questo la storia di Maradona è la storia di un uomo che ha vinto sul campo (non tutto quello che avrebbe potuto vincere se si fosse allenato in proporzione agli anni che è rimasto a Napoli) e ha voluto essere un perdente per tutto il resto: ha buttato via un'occasione per dare ed essere uno straordinario esempio positivo e ha colto l'occasione per dare e incarnare un deplorevole esempio negativo.

Un esempio negativo che non è certo caduto nel vuoto, e ha fatto davvero danno nella cultura napoletana. È anche a causa sua che molte persone senza i riferimenti necessari per crescere onestamente assimilano il successo ai comportamenti delinquenziali e alla connivenza e alla collusione con la camorra.

Niente a che vedere con personaggi realmente grandi nello sport e nella vita.