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18 giugno 2018

Il maledetto uso improprio dei due punti

Due punti - uso improprio
Quella mattina del 2005, nella casa di riposo in cui lavoravo, una mia collega era assente. Aveva lasciato un biglietto con scritte alcune cose ci chiedeva di fare al posto suo. Nel biglietto c'era scritto

"Buongiorno: [...]"

Il seguito non lo ricordo. Ma pazienza, perché questo frammento è l'unica cosa importante adesso. Lo trovai divertente. Buongiorno seguito da due punti era divertente, perché dava l'idea che subito, subitissimo dopo la parola "buongiorno" dovevamo concentrarci nella lettura delle cose da fare. Insomma, sembrava che la collega, dicendo "Buongiorno" ci stesse mettendo una mano sulla testa accennando un'affettuosa carezza che una frazione di secondo si trasformava in una spinta per dirigere gentilmente il nostro sguardo sui compiti da eseguire.

Questo è l'unico uso improprio dei due punti che ho trovato divertente in via mia. Tutti gli altri siano maledetti.

In particolare quello che ho letto stamattina... Accademia della Crusca, tu quoque!

Stamattina sulla pagina Facebook della Crusca è stato condiviso questo articolo di Luca Serianni, pubblicato sul sito nel 2014.

...In cui ho letto:

"Un ERRORE DI ORTOGRAFIA non comporta un'incriminazione: però può compromettere il buon esito [...]"

Ecco.

Era da tanto che volevo gridare al mondo la mia rabbia per il volontario uso improprio dei due punti. Adesso che mi accorgo della presenza di questa deplorevole condotta anche in un articolo della prestigiosa istituzione che da secoli si occupa di lingua italiana, non voglio più rimandare.

Il significato dei due punti non è un generico "ora ti dico qualcosa in più".

Il fatto che io ti dica qualcosa in più era già ovvio. Lo capisci semplicemente dal fatto che sto continuando a scrivere o parlare.

Il significato dei due punti è

"adesso giustifico con una spiegazione ciò che ti ho appena detto".


Purtroppo, in frequenti casi come quello esemplificato (spero vivamente l'articolo sul sito della Crusca verrà corretto in seguito al mio commento su Facebook), i due punti vengono usati in sostituzione di virgola o punto e virgola.

Quest'uso dei due punti è stato inventato dai giornalisti e dai blogger per aumentare le probabilità che il lettore prosegua la lettura anziché interromperla. Fra questo e l'uso di "piuttosto che" come disgiuntivo non so quale dei due mi fa imbufalire di più.

Una volta anche ai bambini e ai ragazzini della scuola dell'obbligo veniva chiaramente insegnato che (spiegazione semplificata, ed esempio non esaustivo) non si mettono i due punti dopo un "ma" o dopo un "però". Adesso invece viene fatto, e finora non ho notato nessuno che ci faccia caso.

BASTA.

Cessate e fate cessare questo scempio.

Aggiornamento

L'amministratrice della pagina FB dell'Accademia della Crusca non l'ha presa bene e inoltre pensa che l'errore di cui ho parlato non esista. Sigh.
Altra cosa: nella discussione che è seguita nello spazio dedicato ai commenti, un po' per caso mi è venuto in mente che...

ho letto più votle altri titoli di giornale nei quali è presente l'errore opposto!
Cioè vengono sostituiti i due punti con la virgola. Oltre che omesse le virgolette. Lo fanno i giornalisti quando citano (o storpiano con riassunti mutanti) le frasi di qualcuno. Ad esempio:
 

Berlusconi, Mangano eroe
 

invece che
 

Berlusconi: "Mangano è un eroe"
 

Bleah, anche qui.

10 maggio 2018

No, quell'obiettivo non è "sfidante". Chi t'ha detto nulla?

Stamattina la pagina Facebook dell'Accademia della Crusca ha linkato un articolo del 2013 del sito dell'associazione intitolato "Una questione sfidante".

In tale articolo l'autrice parla di un recente uso della parola "sfidante", il cui significato non è "che sfida", ma "che pone delle sfide". Ecco cosa dice di questo significato:

"[...] se ne osserva una progressiva diffusione nell’uso che potrebbe portare a una sua affermazione nella lingua italiana."

Sigh. Nessuna condanna. Anzi. Prosegue così:

"E inoltre, se vi si riesce a valorizzare l’aspetto positivo, la parola sfidante potrebbe forse aiutarci a vedere in ogni situazione difficile anche una sfida e una possibilità di miglioramento e di crescita."

Ci sono tante parole che possono aiutarci a valorizzare quella o quell'altra cosa. Il bisogno di farlo non è certo giustificato dalla storpiatura del significato di una parola con l'importazione dall'inglese non solo di sostantivi e aggettivi (cosa che entro un certo limite è anche accettabile), ma anche delle regole sintattiche. Altrimenti, siccome in inglese si dice "to have a shower" e "to take a chance", sarebbe legittimo dire in italiano "avere una doccia" e "prendere delle scelte" (non avrai mica pensato che "prendere delle scelte" è normale, vero?). Sarebbe legittimo tradurre tutto letteralmente, sempre.

Le traduzioni letterali possono dare origine a errori comprensibili e perdonabili quando stai parlando una lingua straniera: non sai come si costruisce un certo tipo di frase, e azzardi l'applicazione di regole italiane alla lingua inglese sperando che vadano bene, salvo poi essere corretto.
Ma quando parli LA TUA lingua... quella la devi conoscere! Non puoi fare volontariamente errori di costruzione per il fatto che in inglese si parla in quel modo lì!

Dire che una certa cosa è "sfidante" è un errore perdonabile per un inglese che sta imparando a parlare italiano, non per un italiano che...

...che...

...che vuole fare il ganzo.

Sì, perché proprio come per la storia del "piuttosto che" con funzione disgiuntiva, l'errore di cui sto parlando non è dovuto all'ignoranza, ma alla convinzione di essere ganzi, perché si usa la lingua in maniera nuova. Tipico dei contesti aziendali e dello sviluppo personale. Guarda come ti stupisco. Guarda come cambio il mondo con la mia visione (VISIONE???).

No, ragazzo. Guardo come sei un asino.

Una cosa può essere irritante perché ti irrita, ed è plausibile che qualcuno o qualcosa possa irritare anche passivamente, quando ad esempio viene guardata.
Ma non è così per "sfidante". La sfida è intesa, in qualche modo, come attiva. Sfidante è qualcuno che ti sfida perché decide di farlo. Non qualcuno che, senza volerlo, ti appare come un tizio che ti sfida, per il fatto che nella tua testa costruisci in qualche modo quell'immagine, quel contesto, e di conseguenza ti atteggi. E fatto che si tratti di un persona, di una cosa o di una impresa è irrilevante.

Un libro che devi studiare non è sfidante. È li, sul tavolo. Non ti ha chiesto nulla. Se dici che è sfidante mi ricordi la scena comica di Sordi quando diceva agli spaghetti che se li mangiava perché l'avevano provocato.
E, volo pindarico ma non troppo (vedi in fondo), a proposito di provocare, mi viene in mente chi commenta una violenza sessuale dicendo che quella donna era vestita in maniera "provocante" (lo so, qui "provocante" è usato correttamente, perché si attribuisce a una persona, che può anche vestirsi in un certo modo per provocare, ma capirai il senso di questa digressioncina in fondo all'articolo).

A guidare l'evoluzione della lingua italiana, plausibilmente fatta di neologismi italiani o stranieri e di inclusione nel vocavolario di espressioni popolari, non può essere una cattiva traduzione.

La parola "challenging" non ha un esatto corrispettivo italiano. E ne sono contento. Credo sia giusto non esista una parola che serve a esprimere il fatto che ti immagini che il libro che devi studiare ti stia sfidando. Se nella tua testa hai creato questa immagine - cosa abbastanza bislacca, dato che il libro sta lì sul tavolo e non ti ha chiesto nulla - non mi sembra più bislacca o inaccettabile la necessità di spiegarlo con una piccola perifrasi, dicendo che "rappresenta per te una sfida".

Altrimenti c'è sempre "stimolante", aggettivo che denota il tuo entusiasmo ed evita di richiamare per forza quelle fesserie declamate dai guru aziendali o dello sviluppo personale tipo che devi immaginare di fare le cose per fare un dispetto a chi ti dice che non puoi farcela, e quindi è una sfida, e bla bla bla, musica di Rocky e alla fine vinci contro i distruttori di sogni che ti dicevano che non ce la potevi fare.
 
Un consiglio: fai quello che devi fare, senza trasformare in mostri antagonisti le tue imprese, né la lingua italiana.

05 marzo 2018

Come pronunciare "Media" (inteso come mezzi di comunicazione di massa)

media - termine italiano di derivazione inglese
Nota: per semplicità in questo articolo scriverò la parola "media" in nero intendendola come pronunciata col suono "e" di "Empoli" e in blu intendendola come pronunciata col suono "i" Imola.

Stamattina ho visto su Facebook un post il cui autore si diceva contrario all'anglofonizzazione di alcune parole neolatine:

[...] Non si dice PLAS, ma PLUS,
non MIDIA, ma MEDIA,
non PRIMIUM, ma PREMIUM.
È latino, è nostro! [emoticon con occhiali da sole e del braccio che mostra il bicipite]
Perché regalarlo agli inglesi? [al posto di "inglesi" per la verità era raffigurata la bandiera inglese]


Ma in realtà no si tratta di regalare. Se il latino è "nostro", nel senso che è la lingua dalla quale prevalentemente deriva l'italiano, non significa che sia esclusivamente nostro. Anche la lingua inglese ha dei termini che derivano direttamente dal latino. Ripeto: direttamente. Cioè non è che la parola prima era latina, poi è stata trasformata in italiana, poi è stata trasformata in inglese. No. Era latina, poi è stata trasformata direttamente in parola inglese, senza passare dall'italiano, e ciò è avvenuto con una storpiatura che ha la stessa legittimità di tutte le storpiature che hanno caratterizzato il cambiamento da latino a italiano.

Dalla parola latina "media" è nata la parola "media", da classificarsi come parola inglese, non meno legittimamente di quanto dalla parola latina "schŏla" è nata la parola "scuola", da classificarsi come parola italiana. Anzi. Nel caso della parola "media" c'è addirittura un motivo in più che ne conferma l'appartenenza alla lingua inglese: "media" non è nata come parola latina usata malamente dagli inglesi. È proprio nata come parola inglese, per coniare la quale si è deciso di ispirarsi a un termine latino. Lo testimonia anche il fatto che ha un significato diverso dalla parola latina "media", che significa "le cose che stanno in mezzo", mentre è "mezzo di comunicazione di massa" il significato della parola inglese media, signifcato che in latino non era espresso da alcun termine.

Stessa cosa è accaduta per la parola "sponsor", su cui però non c'è questo tipo di discussione, perché le pronunce latina, inglese e italiana sono uguali.

Riassumendo:

il percorso etimologico della parola media non è stato
latino --> italiano --> inglese --> italiano matto filo-anglofono "che serà serà"
ma
latino --> inglese --> italiano.
Quindi è da considerarsi una parola inglese di derivazione latina.

Se poi vogliamo a nostra volta cambiarla è un altro discorso, ma il motivo non sarebbe etimologico. Anzi. il motivo sarebbe del tutto opposto!

Infatti se dopo, e solamente dopo, siamo arrivati noi italiani e abbiamo iniziato a usare anche noi la parola inglese media, siamo sì padroni di cambiarla e di pronunciarla diversamente creando una nuova parola italiana, ma ricordiamoci che si tratterà di una italianizzazione di una parola inglese neolatina. Il fatto che questo nostro adattamento italiano riporti alla stessa pronuncia del termine da cui media deriva etimologicamente è irrilevante ai fini di stabilire "a quale lingua appartiene quella parola".

Parlare di riappropriarci di una corretta pronuncia di una nostra parola è del tutto inappropriato.

E "plus" ?
E "premium" ?
E "summit" ?
Stesso discorso.

...E anche per "Microsoft".

17 dicembre 2017

Audiopagine

Dovesse servire a qualcuno, e dovessi avere tempo nel momento in cui serve a qualcuno, considero ancora esistente AUDIOPAGINE, il mio servizio di "prestito voce" che misi online anni fa, e che consiste nel registrare, con la mia bella voce in perfettissima dizione, la lettura di un testo (libro, messaggio pubblicitario, etc).
Inizialmente era su Audiopagine.it, sito che al momento ho dismesso per mancanza di clienti (del resto ho spinto zero virgola zero per promuoverlo, e fare il narratore, il doppiatore o l'attore è tutt'altro che la mia attività principale).

Riciclo e incollo qui sotto il video esplicativo. Per ora mettiamoli qui, poi si vedrà...





02 dicembre 2017

L'abuso della parola "censura"

La censura è un intervento su un articolo di un giornale, su un servizio televisivo, sulla distribuzione di un volantino, sulla pubblicazione online di un post o di un commento, etc, che attivamente impedisce a qualcuno di comunicare qualcosa, tipicamente diffondere una notizia o un'opinione, o esprimere accostamenti, o mostrare immagini.

Chi usa la censura la giustifica con la necessità di impedire che le persone di cui si parla vengano diffamate, o che i contenuti del messaggio possano risultare diseducativi, offensivi, o troppo impressionanti per i destinatari del messaggio.

Quando queste giustificazioni sono sensate, la censura è legittima. Quando sono solo delle scuse per nascondere delle verità che intaccherebbero il buon nome di qualcuno da difendere a prescindere, la censura è illegittima.

Esempio di censura illegittima: durante il regime fascista gli articoli di tutti i giornali venivano passati al vaglio degli addetti alla censura; ne veniva vietata la pubblicazione se contenevano narrazioni o opinioni che avrebbero potuto nuocere alla popolarità del regime.

Alcuni esempi di censura legittima:
- Un giornalista di un Tg realizza un servizio su una strage, in cui sono state inquadrati cadaveri dilaniati da una bomba; il capo redattore decide di censurare quelle immagini sfuocandole, perché ritiene che alcuni spettatori potrebbero trovarle troppo forti e ne resterebbero quindi eccessivamente turbati.
- Come sopra, sostituendo corpi dilaniati con volti di minorenni vivi, che salvo autorizzazione dei genitori o dei tutori non possono essere mostrati interamente
- Un utente scrive un commento sotto a un articolo di un blog; il titolare del blog lo ritiene diffamatorio nei confronti propri o di qualcun altro, o semplicemente inutile o antipatico, così decide di eliminarlo. Magari qualcuno non concorda e avrebbe deciso diversamente, ma non è un gran problema democratico, dato che il titolare è padrone del proprio blog e non dell'intera Internet, su cui ognuno può aprire un blog e scrivere quello che vuole, legge permettendo.

Alcuni esempi di censura a volte legittima, a volte no:
- Un giudice sentenzia che un articolo o parte di un articolo comparso su un blog deve essere cancellato in quanto diffamatorio o in altro modo ingiustamente lesivo nei confronti di una persona. Come noto, alcune sentenze sono palesemente giuste, alcune sono discutibili. Fu giusta la sentenza che in francia condannò una blogger a risarcire un ristorante che secondo il giudice era stato da lei diffamato (vedi qui)? La mia risposta è sì, sentenza giusta, perché nel titolo dell'articolo il ristorante veniva descritto come "posto da evitare", il che è esageratamente lesivo degli interessi di quell'attività commerciale, per motivi che, fino a prova contraria, sono nettamente insufficienti. Infatti, anche se il ristorante ha fornito un pessimo servizio quel giorno, non è detto che non sia migliorato in seguito e che quindi meriti di essere evitato.
- Una sentenza condannò a un risarcimento il titolare di un sito che non aveva contenuti diffamatori, ma aveva linkato una pagina di proprietà altrui con contenuti diffamatori, senza peraltro appoggiare le tesi di quei contenuti. Eravamo agli albori di Internet in Italia, e questa sentenza è così ingiusta da farmi pensare che fosse stata dovuta anche alla scarsa comprensione da parte del giudice su Internet.
- Se delle persone mostrano in giro uno striscione in cui sono raffigurate immagini pornografiche e le forze dell'ordine se ne accorgono, lo striscione viene sequestrato, perché offende la sensibilità di tante persone, e in particolare quella di genitori che non vogliono che quelle immagini siano mostrate a dei bambini, che potrebbero fare domande imbarazzanti. Dunque, poiché l'imbarazzo provoca stress e lo stress aumenta il rischio di ischemia miocardica, si tratta di una censura giusta.

Spero sia chiaro, adesso, il significato della parola "censura".

E adesso vediamo cosa non è censura.

Non è censura quando un argomento è importante, eppure i mass media non ne parlano. Non è censura neanche quando tu hai invitato un mezzo di informazione a parlarne, e il tuo invito viene ignorato. Questo è boicottare un argomento. La censura non c'entra, a meno che qualcuno non imponga a te di non parlarne.
Il politico che trova scomoda una certa domanda da pate di un giornalista, dunque cambia argomento con una supercazzola, oppure semplicemente non risponde e se ne va via, si comporta bene? No. Gli infilerei un martello pneumatico nel sedere (no, non lo accenderei, altrimenti farebbe troppo male... non si deve esagerare; già spento è molto doloroso). Ma non è censura. Lui evita un argomento. Ma tu rimani libero di esprimerti.
I giornalisti che volutamente boicottano o minimizzano alcune notizie che dovrebbero essere trattate in modo più frequente e più approfondito, per il bene di tutti, fanno bene il loro lavoro? No. Fanno più schifo di un filo interdentale usato. Ma non tolgono a te la possibilità di parlarne nel tuo giornale o nel tuo blog, o nel tuo video online, o nel tuo podcast, etc.

Certo, tu non hai tanti lettori o visualizzatori su YouTube, e quanto a informazione i grandi giornali e le grandi televisioni la fanno da padrone e rispetto a te hanno una enorme possibilità di influenzare l'opinione pubblica.

Lo so, e ti compiango, meriteresti più ascolto e più pubblico, se non sei anche tu uno spara-scemenze.

Ma sei uno spara-scemenze se parli di "censura" a vanvera.

27 novembre 2017

Burioni e l'immagine del bambino "morto" che non è morto

Pochi giorni fa il prof. Roberto Burioni, nella sua pagina Facebook, scritto un post (vedi immagine qui sotto) su un argomento poi ripreso da Nextquotidiano in questo articolo.

Oggi una mia FB-friend ha postato questa immagine.

Ho commentato così:

No, Burioni non crede che quella madre sia morta, perché 1) è palesemente un'attrice 2) la scenetta è palesemente comica.
Quel bambino dell'immagine sui vaccini non è palesemente una foto a caso. Se il bambino morto esiste davvero, mettici davvero la sua, di foto.
Nota: la foto del bambino è presa da Shutterstock. E i termini di servizio di Shutterstock vietano alcune forme di utilizzo delle immagini che vengono vendute sul sito. Perché non il semplice fatto di aver acquistato un contenuto sul sito non consente di poterlo utilizzare ad esempio per far apparire il soggetto della foto “come affetto o in cura per disturbi fisici o mentali” (vedi https://www.shutterstock.com/it/license)

Commento di una FB-friend in comune:

La posa della foto come Avrebbero dovuta farla? Con la salma riesumata del bambino veramente morto?
Ma come si fa a non notare che Burioni è da internare?
La pubblicità quella dell'AIDS con l alone che circondava le persone affette....eran tutte con esami alla mano scelte apposta ?

Mia risposta:

Non sono io a doverti dire come fare una cosa. Però posso dirti se hai fatto una sciocchezza. Se metti una foto in cui scrivi "Io sono uno dei bambini... etc" lasci intendere che quel bambino sia proprio lui. Se non sei d'accordo e pensi sia palese che si trattasse di un bambino a caso scelto per la rappresentazione, chiediti se il creatore dell'immagine sarebbe stato d'accordo a sostituire la foto con un disegno. Pensa che effetto fa vedere il disegno di un bambino e la scritta "Io sono uno dei bambini...etc". Se c'è una foto invece che un disegno è segno che chi ha creato l'immagine voleva illudere chi guardava che si trattava proprio di lui.
Inoltre il volto del bambino è censurato, e anche questa censura può esser stata messa per u solo scopo: ricordare la privacy, ovvero dare l'idea che la persona raffigurata è proprio quella di cui si sta parlando, e che quindi vada tutelata non mostrandone il viso. Viso che invece su Shutterstock è visibile.
Lo spot sull'AIDS con l'alone non fa testo, perché era una palese finzione con palese valore simbolico.

Sua risposta:

Attaccarsi a ste cose x me.non ha senso. Anzi l'unico senso che trovo è quello di voler a tutti i costi trovare il pelo nell'uovo. Non c'è nulla di costruttivo in quello che Burioni contesta, è palese che lo faccia solo perché non ha altro da dire e questa è malafede.

Mia risposta:

Basta aver voglia di ascoltarlo per accorgersi che in verità ha molte cose da dire. E quella del bambino usato a sproposito è solo una delle tante; non c'è motivo di dire che si tratta dell'unica, né della più importante.
Inoltre cercare il pelo nell'uovo può significare essere pignoli (secondo me in questo caso non è così, perché ritengo la comunicazione fuorviante è un fatto fastidioso e disonesto), ma non è certo sufficiente a dimostrare la malafede. Anzi, in questo caso se proprio devo dire chi mi sembra più in malafede, per me si tratta dell'autore dell'immagine, perché, come ho spiegato sopra, è volutamente ingannevole.
E dato che ci sono, aggiungo un altro elemento a favore di questa tesi:
Il volto del bambino è censurato, e anche questa censura può esser stata messa per u solo scopo: ricordare la privacy, ovvero dare l'idea che la persona raffigurata è proprio quella di cui si sta parlando, e che quindi vada tutelata non mostrandone il viso. Viso che invece su Shutterstock è visibile.

Sua risposta:

Vuoi una simbologia?
Per i più i morti da vaccino NON esistono. Sono dei fantasmi.
Tutte le volte che un volto reale viene mostrato con tutti i danni da vaccino addosso NON esiste..
Ora dimmi soprattutto su Burioni se non ammettere esistano queste realtà è coerenza o malafede.
Da uno cosi lezioni di moralità non le accetterò mai.


Mia risposta:

(Non vedo cosa c'entri la simbologia con quello che hai detto)
Non entro nel merito di quello che accade negli altri casi, né nella buona fede di Burioni, né nel merito del fatto che tu voglia lezioni di moralità da una certa persona (a parte il fatto che una cosa vera è vera anche se la dice la peggiore delle persone al mondo).
Non entro nel merito perché significherebbe cambiare discorso e parlare di un argomento su cui taccio, non essendo io esperto di virologia né di epidemiologia, e non sapendo se i bambini morti di cui parli sono veramente morti a causa dei vaccini.
Né cerco di convincerti a prendere lezioni di moralità da quella o da quell'altra persona (sono affari tuoi); al limite su questo posso dire che secondo me una cosa è giusta o sbagliata indipendentemente da chi la dice.
Io sono intervenuto solo per dire che il post in questione contiene un paragone non calzante e difende l'indifendibile, e cioè la disonestà intellettuale dell'autore dell'immagine con bambino sano fatto passare *volutamente* per malato. La disonestà intellettuale è nemica della ricerca della verità, indipendentemente dal fatto che chi la usa abbia ragione o no nel merito.

11 giugno 2017

La parola "Pedofilo" indica una malattia, non un crimine. Ma Matteo Flora e le Iene se ne fregano

il pedofilo è attratto dai bambini; non necessariamente li molesta/violenta
IL "GRANDE EROE" DIFENSORE DELLE REPUTAZIONI SUL WEB

Il 23 maggio scorso ho visto su Facebook un video di una persona che nel suo sito offre un servizio di ripulitura della reputazione sul web: Matteo Flora.

Atteggiandosi a eroe in difesa degli innocenti, in questo video racconta di un barista che era stato diffamato. Non è ancora chiaro (che io sappia) da quale imbecille sia partita la diffamazione; sta di fatto che migliaia di utenti utonti avevano creduto a una balla inventata su di lui e l'avevano diffusa. E cioè avevano diffuso il consiglio di non accettare la sua amicizia per il fatto che si trattava di un pedofilo che inviava foto sconce.

Di nuovo, è emersa la colpevole frettolosità con cui tanta gente inoltra pesanti accuse senza verificarne la plausibilità. Non solo: c'è chi dichiara apertamente di rendersi conto che la notizia potrebbe essere falsa, ma nel dubbio ritiene giusto diffonderla. Cito:

"Allora, questo signore è [nome e cognome], lui dice di no, ma posta un sacco di foto pornografiche, attenzione, possibile pedofilo, se è vero non accettate l'amicizia, se è una bufala lo sapremo. Se è vero che fai ste pocherie, ti vengo a prendere a Parma, o dove sei, non ti vergogni, foto con bambini in scene da... vergognati [foto della persona diffamata]"

Per difendere la reputazione del diffamato, cosa dice nel suo video il suddetto "eroe difensore di reputazioni"?

Dice cose giuste, mi verrebbe da dire banali, e che però a quanto pare per tante persone non lo sono...

...ma dice anche una cosa sbagliatissima, che va nella direzione opposta rispetto alla missione che dice di aver scelto.

Da come parla sembra che la parola "pedofilo" indichi una persona che molesta o violenta sessualmente i bambini, o che diffonde foto di pedopornografia. Indica in generale i pedofili (e anche i sospetti pedofili!) come persone contro cui è normale inveire. Ad esempio, dice:

"...migliaia e migliaia di messaggi dei peggiori; immaginate cosa direste ad un pedofilo o sospetto tale”

Questo tipo di errore è analogo a dire che "omosessuale" significa "molestatore o violentatore delle persone dello stesso sesso".

Per questo motivo ho scritto a Matteo Flora un'email spiegandogli educatamente il suo errore di comunicazione e invitandolo a sostituire il suo video. Sfortunatamente non è stato per nulla produttivo il dialogo che ho tentato di instaurare con lui. Mi ha risposto in maniera provocatoria ed arrogante (ad esempio "Se lo ritieni diffamatorio libero di querelarmi"... ma che c'entra?). Non ha voluto darmi retta e, per questioni - ha detto - di efficacia del messaggio (efficacia in realtà ottenibile anche esprimendosi in maniera corretta), ha voluto mantenere online il suo appello altamente diseducativo nei confronti di tutti i destinatari e offensivo e socialmente penalizzante nei confronti di tutti i pedofili onesti.

Cosa ho detto??? Pedofili onesti???

Ti pare un ossimoro?
Anche dopo quello che ti ho spiegato sopra?
Se sì, vuol dire che anche tu sei caduto nella trappola comunicativa messa in atto da una valanga di persone a dir poco superficiali come il tizio di cui sopra.

Allora te lo spiego meglio.

La pedofilia non è un comportamento, ma una parafilia.

Ne ho parlato anche nella puntata n. 18 di MalaSpeak:



"Parafilia" significa avere un’attrazione anomala. Fra le varie parafilie, la pedofilia si può considerare una patologia, dato che fa vivere male chi ne è affetto, costringendolo ad accettare una condizione di insoddisfazione se non vuole trasformarsi un criminale.

Si definisce "pedofilo" chiunque si senta attratto sessualmente dai bambini, e non solo chi fa sesso coi bambini.

La maggior parte dei pedofili probabilmente frenano il loro impulso perché non vogliono arrecare ai bambini un danno. Ma, per l’atteggiamento di tantissime persone nei confronti di tutti i pedofili (anche quelli innocenti), questi sono spinti a sentirsi in colpa per la loro condizione, a mantenere segreta la loro pulsione e quindi a non chiedere aiuto.

Per evitare questo basterebbe usare le parole adeguate. Essere efficaci nella comunicazione persuasiva è un diritto; non farne un uso dannoso è un dovere.

È così difficile evitare di usare il nome di una malattia per descrivere un crimine? Quando si allude a una persona che abusa sessualmente di bambini, è così difficile dire “molestatore / violentatore di bambini” ?

Ogni volta che usi la parola "pedofilo" per indicare un pedofilo criminale, ti metti allo stesso livello di chi usa la singola parola "albanese" o "rumeno" per indicare gli albanesi e i rumeni che fanno rapine o rubano negli appartamenti.

I criminali vanno condanati; i malati vanno aiutati e non stigmatizzati; se ti spacci per difensore degli innocenti ma poi identifichi l'essere criminale con l'essere malato (e non rettifichi neanche quando ti viene fatto notare), dovresti riflettere su chi sia il vero criminale.

Aggiornamento 9.12.2017: l'autore del video di cui sopra, video nel quale fra l'altro si rivolgeva all'anonimo imbecille che diffamava a mezzo Facebook dicendogli con ostentata sicurezza "ti troveremo"... l'avrà trovato? Sono passati 5 mesi e no, non l'ha trovato, come immaginavo. Lo so perché me l'ha detto proprio oggi il ragazzo vittima di diffamazione, che ho contattato via chat.
Ah, l'esperto di comunicazione che si dà quel tono e parla con piglio di giustiziere e che invece...

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IL SERVIZIO DELLE IENE

Anche le Iene hanno parlato di questo fatto commettendo, pur in maniera più lieve, lo stesso errore. Infatti, parlando di un hacker ingaggiato dalla vittima di diffamazione, la Iena Dino Giarrusso dice:

"Per prima cosa gli chiediamo come faccia ad essere così sicuro che non si tratti davvero di un pedofilo"

...sottintendendo, con quel "davvero" riferito alla diffamazione, che essere un pedofilo è lo stesso che essere una persona come quella descritta nei post diffamanti.

Ho così scritto alla redazione delle Iene il seguente messaggio:

Ciao.
Pochi minuti fa ho visto il vostro servizio andato in onda domenica scorsa sul barista vittima di una bufala su Facebook.
Nel vostro lodevole intento di difendere il ragazzo avete commesso un errore semantico. La iena Dino Giarrusso parlando della conversazione con l'hacker che si occupa di reputazione online, dice
"Per prima cosa gli chiediamo come faccia ad essere così sicuro che non si tratti davvero di un pedofilo"
...sottintendendo, con quel "davvero" riferito alla diffamazione, che essere un pedofilo è lo stesso che essere una persona che si comporta come descritto nei post diffamanti.
In questo modo avete fatto un errore che commettono in molti, e che chi si occupa di comunicazione ha il dovere di scoraggiare. E cioè alimentare l'idea secondo cui la parola "pedofilia" indicherebbe un comportamento, mentre non è così. La pedofilia è una malattia che fa sentire la persona attratta sessualmente dai bambini. Questo non significa che tutti i pedofili reagiscano a questa attrazione commettendo violenze o molestie con mezzi telematici o materialmente. Probabilmente la maggior parte dei pedofili non cede al proprio impulso, sapendo che è meglio rimanere insoddisfatti che arrecare un danno.
Al disagio per questa situazione si aggiunge questo equivoco linguistico che si è trasformato in un equivoco sui fatti. Dunque immagino che la maggior parte dei pedofili, anche quelli che non hanno commesso e non hanno intenzione di commettere alcun reato, non parlino con nessuno di questo loro problema, sentendosi presi di mira potenzialmente da tutti.
In questo caso, per educare la popolazione a non pensare troppo affrettatamente occorre iniziare dal corretto uso delle parole.
Vi invito dunque a rettificare il vostro messaggio e anche a fare un servizio in cui spiegate la differenza fra il concetto di "pedofilo" e il concetto di "violentatore / molestatore di bambini".
Che ne dite?
Grazie anticipatamente per la vostra risposta


Ma ad oggi, e cioè dopo più di 2 settimane, nessuna risposta è arriva.

Insomma, oltre al problema dei criminali e dei diffamatori bufalari c'è il problema dei diseducatori che con l'intento di risolvere un problema ne creano un altro, e non vogliono saperne di cambiare atteggiamento o di rettificare.
Di conseguenza non hanno tutta quell'autorità a parlare di corretta comunicazione di cui si ergono a paladini.

Aggiornamento 10 dicembre 2017:

Non che le Iene mi abbiano risposto, ma è andato in onda il servizio di Nadia Toffa "La doppia faccia di un pedofilo" (titolo che la maggior parte delle persone è facile fraintenda, credo), che inizia con una trappola tesa a più pedofili in chat e che finisce con un dialogo con uno di questi. Dal dialogo emerge non tanto il mostro crudele quanto la persona con un background assai problematico, che riceve ed accetta il consiglio di andare in terapia da una psicologa per trovare una soluzione. Almeno quello...

07 aprile 2017

Perché si usano termini anglofoni al posto di quelli italiani

Dopo aver fatto notare a un noto marketer italiano che sarebbe meglio non usare il verbo "performare", mi è stato detto che questo verbo esiste.
Ho controllato il vocabolario Treccani, e c'è davvero "performare". Questa scoperta mi ha deluso.

Perché?

Che bisogno c'era di storpiare l'inglese quando c'è già un verbo italiano, e cioè "funzionare", che esprime già quel concetto?

A volte è per abbreviare (le parole inglesi spesso sono più corte), a volte è per mantenere delle frasi fatte nate in inglese e che tradotte farebbero perdere lo spirito umoristico, ma non è questo il caso.

Forse un giorno capirò. Magari c'è un articolo di un blog che ne parla. Se lo trovate, forwardatemelo (già, io ci scherzo, ma esiste anche chi ha usato un'espressione del genere... Fin dove è capace di spingersi quella che alcuni chiamano "evoluzione della lingua" ?).

Il ragazzo in questione mi ha detto che "funziona" non gli dà lo stesso effetto emotivo di "performare".

Perché?

Ritengo interessante analizzare il vero motivo per il quale il motivo per il quale certe parole storpiate dall'inglese vengono considerate più efficaci dagli alcuni italiani (parole magari incluse nei vocabolari italiani, probabilmente per rassegnazione dei loro autori).

Secondo me il motivo risiede nel fatto che questi italiani hanno letto spesso testi in inglese o sono stati molto contatto con persone che storpiavano l'inglese. La sensazione di maggior efficacia deriva dal sentirsi ganzi per via dell'anglofonismo (più o meno inconsciamente), e non per l'etimologia della parola.

C'è anche un altro fattore: l'invasione degli anglofonismi e l'abitudine al loro uso tende a cancellare dalla memoria i relativi termini italiani, che non sono per nulla complicati. Chiedi a 10 informatici il significato italiano di "Performance", e almeno sei o sette ci penseranno un bel po', magari per dirti che è intraducibile con una singola parola italiana. Poi, quando gli dici che esiste "prestazione", faranno una faccia come dire "Uh! Come ho fatto a non pensarci, era così semplice!"

Non ci hai pensato non perché hai un Alzheimer giovanile, ma perché molti termini inglesi che si aggiungono al vocabolario italiano, anziché arricchirlo, lo sostituiscono nella testa di manager aziendali, marketer e informatici, che se continuano così si trasformeranno in un popolo di gente ridicola agli occhi delle persone che, colte o ignoranti, parlano italiano.

31 gennaio 2017

Le parole "furbo" e "furbetto" al posto di "truffatore"

Il linguaggio dice molto sulla mentalità di una persona o di un gruppo di persone. Ad esempio una nazione.

La parola "furbo" è nata con una connotazione simile a "intelligente". In più rispetto a quest'ultima dà un'idea di divertimento derivante dalle trovate, più o meno bizzarre, del soggetto in questione. Nessuna connotazione negativa.

Eppure oggi in varie occasioni si usa la parola "furbo" e "furbetto" per indicare le persone che hanno compiuto atti disonesti.

Ad esempio, per indicare gli impiegati comunali che timbrano il cartellino e poi vanno a fare la spesa anziché a lavorare, si dice "i furbetti del cartellino", quando invece, trattandosi di truffa, si dovrebbe dire "i truffatori del cartellino". Lo so, quando si usano parole come "truffatore", "ladro" o "assassino" si rischiano querele anche se la colpevolezza di quella persona è provata ed evidente. Ma insomma si usino altre parole. Si eviti l'uso di parole a connotazione positiva!

...Perché così come il linguaggio è influenzato dalla mentalità, vale anche il contrario: la mentalità è influenzata dai concetti e dalle connessioni fra concetti che vengono elaborati, e quindi anche dal linguaggio. E se ci si abitua a esprimersi con errori come quelli che ho descritto sopra, si rischia di andare incontro a una mentalità distorta almeno sotto due aspetti:
  • le persone che grazie alla loro intelligenza, più o meno bizzarra, riescono a ottenere dei vantaggi per sé stessi, faranno pensare a qualcosa di disonesto a prescindere
  • le persone disoneste verranno in parte apprezzate per la simpatia suscitata dal loro modo di rubare, truffare, etc.
Eh no. Furbizia e disonestà sono due cose ben distinte. E questi due concetti distinti devono rimanere. Che poi possano essere presenti contemporaneamente è un altro discorso.

Ma se parlate di un truffatore, per favore, non chiamatelo furbetto. È un ingiusto complimento per lui e un ingiusto insulto nei confronti di quei furbi che non fanno nulla di male.

14 gennaio 2017

Ah, allora auguri in ritardo... mentale

Immagina un dialogo del genere:

- Ti auguro di aver passato una buona vacanza, la settimana scorsa!
- Grazie!

Strambo, ti pare? Certo che è strambo. Perché un augurio è la manifestazione di un desiderio tipicamente riferito al futuro. Non è semanticamente sbagliato usarlo per parlare del passato, ma in questo caso di solito si indica affettuosamente sé stessi come beneficiario del desiderio, indicando che l'eventuale bene dell'interlocutore farebbe piacere a chi sta parlando:

"Mi auguro che tu abbia passato una buona vacanza, la settimana scorsa!"

La scelta di attribuire il beneficio a sé stessi indica come l'augurio comunque in un certo senso debba avere a che fare col futuro, perché chi parla non sa ancora com'è andata la settimana di vacanza, e augura a sé stesso di venire a sapere che la propria speranza corrisponda a realtà quando gli verrà raccontata.

Di qui l'ulteriore strambezza della risposta "Grazie!", dato che plausibilmente l'interlocutore voleva appunto una risposta più ampia, e cioè che gli venisse raccontato com'è andata.

Ho descritto in modo abbastanza articolato qualcosa che probabilmente già sapevi: di sicuro anche prima di leggere le spiegazioni che ti ho dato, se ti fossi sentito dare un augurio così come formulato nell'esempio iniziale, e cioè "ti auguro" in riferimento a un evento passato, ti sarebbe venuto da pensare "cosa me lo auguri a fare, dato che ormai è successo?".

Dunque, se sapevi già tutto, che ho chiacchierato a fare?

Per fare un parallelo con una situazione del tutto simile, che però non viene individuata altrettanto spesso come anomala: gli auguri di compleanno in ritardo.

Se ti auguro buon compleanno, ti manifesto il mio desiderio che passerai una buona giornata il giorno del tuo compleanno.
Se il tuo compleanno è già passato, posso dire "Mi auguro che tu abbia passato un buon compleanno" oppure, meno mielosamente, "Spero che tu abbia passato un buon compleanno". Ma frasi del genere non sono affatto frequenti, così come è verosimilmente poco frequente che le persone post-auguratrici un concetto del genere vogliano esprimere.

Certo è che con la singola parola "Auguri!" non si scappa proprio. Detta così è per forza riferita a un evento futuro.
Stessa cosa se c'è l'aggiunta di "in ritardo": "Auguri in ritardo!", oppure "Auguri, anche se in ritardo!".
...Tanto che, quando dici "auguri in ritardo", io lo so, ti aspetti strambamente uno strambo "grazie", e non un racconto su com'è andata. Tutto questo è assurdo. Cosa cerchi, di preciso?

Vedi, non si tratta di un ritardo che posticipa lo svolgimento di qualcosa, come quando ti presenti in ritardo a un ritrovo con degli amici, e così partite per il mare 15 minuti dopo il previsto. Si tratta di un ritardo che toglie senso a ciò che stai dicendo. Un po' come dire "Sono le 14.50, scusate il ritardo con cui lo dico". Se sei in ritardo, allora non sono più le 14.50. Perché hai aperto bocca, dunque? Quando lo fai, fallo con un perché. Dì un'altra cosa, se non sono più le 14.50 e comunque muori dalla voglia di chiacchierare. Guarda che ore sono adesso e dì che ore sono in questo momento. Aggiorna ciò che devi dire.

Rifletti su "Auguri in ritardo" adesso: stessa zuppa. Ammettere che stai dicendo qualcosa in ritardo e quindi inadeguatamente non fa diventare adeguato ciò che esprimi. Dammi retta. Dì altro.

In particolare, fa' che le tue parole abbiano una corrispondenza con quello che veramente vuoi esprimere. Non mettere il pilota automatico che fa il copia e incolla delle tante sciocchezze che hai sentito dire agli altri.
Vuoi augurare qualcosa? Puoi farlo solo in riferimento al futuro. Vuoi esprimere la tua speranza che un evento o una giornata siano andati bene? Dì proprio questa roba qui. Vuoi esprimere il tuo affetto per una persona? Dalle un abbraccio. O falle un regalo (un regalo di compleanno in ritardo va bene: è un semplice ritardo che non esprime concetti in conflitto fra loro). O augurale buona serata. O augurale buon non compleanno. Quello che vuoi. Ma non buon compleanno, se è passato. Buono o terribile, ha già avuto luogo. Non c'è più nulla da sperare, né da augurare. Dovevi pensarci prima, se proprio ci tenevi. Del resto non è la fine del mondo; se davvero augurare buon compleanno ti sta a cuore, rimedierai l'anno prossimo.

23 dicembre 2016

I "mongoli" sono particolarmente permalosi?

Esistono persone non vedenti. Esistono persone non udenti. Esistono persone con sindrome di Down. Queste tre categorie di persone meritano lo stesso rispetto e sono permalose allo stesso modo? 

Nell'immaginario collettivo italiano no.

Infatti di solito non destano alcuno scandalo le seguenti frasi dette in senso retorico: "Oh! Sei cieco?!"; "Oh! Sei sordo?!"... mentre è politicamente scorrettissimo dire in senso retorico "Oh! Sei mongolo?!"
Perché?

E in oltre...

Dicendo scherzosamente a qualcuno "scemo" si manca di rispetto a tutte le persone con ritardo mentale?
Dicendo scherzosamente a qualcuno "rammollito" si manca di rispetto a tutte le persone affette da sindrome da fatica cronica e a tutte le persone che hanno una grave flaccidità muscolare per gravi patologie neurologiche?
Dicendo scherzosamente a qualcuno "stronzo" si manca di rispetto a tutte le persone affette da sociopatia?
Dicendo scherzosamente a qualcuno "zoppo" (ad es. a un amico che zoppica perché si è fatto un po' male a una caviglia o perché ha mal di schiena) si manca di rispetto a tutte le persone che a causa di una menomazione hanno un'andatura asimmetrica permanente?

Dicendo scherzosamente "Sparati!" si manca di rispetto alle persone che, a causa di una depressione, si sono suicidate?
Usando scherzosamente la parola "squattrinato" si manca di rispetto alle persone che hanno gravi problemi economici?
Dicendo scherzosamente "poi vengono a raccattarti col cucchiaino" si manca di rispetto alle persone che sono morte maciullate per schiacciamento o smembrate da un'esplosione?

Dicendo scherzosamente "ti strozzo" si manca di rispetto alle persone che sono state uccise per strangolamento?

Dicendo scherzosamente "ti faccio a pezzi" si manca di rispetto alle persone con danni fisici permanenti causate da un politrauma?

Credo che chiunque risponderebbe "no" a tutte queste domande.

Ma per la sindrome di Down è diverso. Si può dire scherzosamente scemo, rammollito, stronzo, etc, ma "mongolo" no.

Eppure una volta si chiamava addirittura la sindrome di Down "mongolismo". Poi si è eliminato questo termine, sostenendo che fosse poco rispettoso. Chissà le persone appartenenti al gruppo etnico mongolo (presenti in Mongolia e dintorni) cosa ne pensano. Un po' come se in Mongolia fosse offensivo dire a qualcuno "italiano!". Eppure non mi pare ci siano grandi motivi per dare alla razza mongola una connotazione negativa. Anzi. Sono persone con una corporatura resistente alle fatica, al forte freddo e al caldo, rarissimamente soffrono di calvizie e fra loro non mancano begli uomini e belle donne.

Ma niente, "mongolo" in Italia non solo è un'offesa, ma è un'offesa sull'offesa. Perché associa a delle persone malate degli esseri appartenenti a un'etnia disdicevole e orribile, come quella a cui appartengono la ragazza e il ragazzo raffigurati qui sopra.

...Mentre invece va benissimo - e lo si fa proprio nel gergo medico, ancor più che nel linguaggio comune - parlare di "andatura anserina" per riferirsi al modo di camminare di persone con distrofia muscolare o atrofia dei muscoli spinali, assimilandole a delle papere.

Boh.

29 maggio 2016

I terapeuti non esistono

In questi giorni stavo revisionando un sito. Apponevo note e correzioni. Una delle note riguardava l'uso della parola "terapeuta". Trovo l'argomento troppo importante per farlo perdere nell'oblìo. Quindi ne parlo anche qui. Buona lettura.

Può darsi ti sia accaduto di avere l'impressione che i terapeuti esistano. La realtà è ben diversa. Non dico mai parolacce, ma “terapeuta” non significa un cazzuto cazzo. Ma proprio davvero un cazzo in gigantografia 5x30 metri esposto davanti alla basilica di San Pietro mentre il papa parla alle famiglie la domenica delle palme. Esistono i fisioterapisti. Esistono gli psicoterapeuti. Esistono i medici. Esistono le puttane cinesi. E i terapeuti? No. Quelli no. Puoi chiederlo al gatto arancione che si aggira spesso in piazza vicino casa mia. È sempre di vedetta, e se esistessero ne avrebbe visto passare almeno uno in tutti questi anni. Chiedigli l'elenco di teapeuti che ha visto passare e farà scena muta come ha fatto con me. Dunque? Parlo a vanvera o ho ragione? Ma per scaramanzia lo voglio chiedere anche alla madonna del madonnino qui vicino alla ex-fermata dell’autobus, si sa mai. […] Niente. Rimane zitta. Se la cosa non ti è chiara adesso non saprei come convincerti. Secondo te perché in tre non abbiamo visto neanche mezzo terapeuta in tutta la nostra essitenza? Non siamo ciechi, e non siamo neanche negazionisti come quelli che dicono che gli zingari non esistono, e esistono solo i ROM. Gli zingari esistono. I negri esistono. Gli albanesi esistono.
E gli unicorni? No.
E il peccato originale? La difesa del Palermo? Il collo di Maurizio Costanzo? Bravissimo.
Forse esiste il Cacao Meravigliao? Ci fu la corsa all'acquisto, ai tempi di Indietro Tutta. Eppure si rivelò una corsa incontro al traguardo con la scritta "Davvero ci hai creduto?".
Esiste il virus dell'HIV? Domanda trabocchetto. Sì. Quello esiste, testa a pinolo. E sì, l'HIV è la causa dell'AIDS, al contrario di chi crede qualcuno.
E la mia palla di fibre, che ho messo insieme negli anni con i residui dei centrifugati di verdura e frutta (specialmente ananas), esiste? Certo che esiste. Eccola qua.

Ogni volta che viene aggiunto uno strato lo faccio asciugare e consolidare al Sole (all'inizio è molliccio).
Esistono i politici conniventi con la mafia? Esistono, certo. Ad esempio quello? No, quello non è. Allora quell'altro? Macché, ma ti sembra il tipo. Quell'altro ancora? Ma no, come ti permetti.
Esiste babbo Natale? Sì. Nel senso che esiste un uomo che si chiama Natale e che ha un figlio.
E i terapeuti?

I terapeuti no.

Te lo posso dire attaccato alla macchina della verità. Attaccato a un tostapane. Attaccato ai soldi. Attaccato alla colla. Te lo posso dire con una gamba alzata come un aspirante attore dice "Ugenio", te lo posso giurare sulla tomba o sul tombino di chi ti pare.

I terapeuti non esistono, nessuno, mai.

Vuoi credere che esistano perché non sai scegliere a quale professionista della salute stai facendo riferimento nel tuo discorso? Dì “professionista della salute”. Stai lontano da parole sciocche.

Anche su Facebook l'ho spiegato.

Una ha commentato così:

Mmmm.. Sarà come il "petaloso".. Ma intanto così è descritto nel dizionario: poi.. Che esista "chi si occupa della cura di malattie con una CERTA INTONAZIONE DI IMPORTANZA" ci porta ad un approfondimento davvero molto curioso. Chi è interessato ad approfondire? Mmm mi sa che è dura scoprirlo più del terapeuta
(cos'avrà voluto dire?)

Sergio ha commentato così:

Terapeuta è colui che pratica una terapia. Punto. Che poi sia autorizzato a praticare la terapia è un altro discorso. In questi anni abbiamo sostituito spazzino con operatore ecologico. Inserviente con operatore socio sanitario ecc. Non dobbiamo avere paura delle parole né cancellare il dizionario, dobbiamo solo evitare di attribuire titoli a persone che non abbiano competenze specifiche

No, non ci siamo proprio.

Petaloso (parola usata nel 1693 dal botanico J. Petiver per descrivere il fiore di peperoncino) significa "con tanti petali", quindi va bene, perché prima che io dicessi "petaloso" tu non sapevi se quel fiore aveva tanti petali o pochi; adesso che l'ho detto sai che ne ha tanti.
"Terapeuta", dice Sergio, significa "colui che pratica una terapia". Cosa accade in questo caso? Prima che io dicessi "terapeuta" non sapevi di che tipo di essere umano stavo parlando... e adesso che l'ho detto? Neanche. Capisci solo che non lo so...
...oppure che non voglio dirtelo, peché potrei anche riferirmi a una persona che non è necessariamente un professionista della salute, come ad esempio un pranoterapeuta o un cristalloterapeuta. E allora terapeuta un corno. È un riflessologo? Dici "riflessologo". È un osteopata non laureato né diplomato in fisioterapia né massofisioterapia? Dici "osteopata" (tanto si sa che ce ne sono molti così). È un cartomante? Dici "cartomante". È uno scappato di casa? Scapapto di casa. Cazzaro? Cazzaro. Topo? Topo. Peperone? Peperone. Paperino? Paperino.

Terapeuta no.

Il terapeuta è come la padania. Non c'è. Forse in una isoletta del Pacifico, piccola come quelle delle vignette barzellette, dove non si bada a qualifiche ufficiali né ufficiose, c'è un'unico professionista deputato a risolvere qualsiasi problema di salute e noi, non sapendo come tradurre la parola che usano per indicarlo, ci siamo inventati "terapeuta". Ma perché inventarsi una parola italiota per indicare un personaggio di un'isoletta del Pacifico? Potremmo usare la loro parola, senza tradurla, magari distorcendola un po' come abbiamo fatto con quell'animale saltellante detto gangurru nella lingua di una tribù locale australiana (e no, il fatto che significasse "non capisco" non è vero: bufala).

Lo so, nei vocabolari "terapeuta" c'è scritto. Se è per questo nella Costituzione si parla di repubblica fondata sul lavoro, ma non è che scrivendo una cosa si ottiene che esista.
Non creiamo inutilmente parole mutanti, se non per divertimento e coscienti che stiamo dicendo idiozie, tipo "buonista".
Altrimenti va a finire che se sei in bicicletta e a un certo punto freni, tu sei un frenatore. E ti è chiaro, immagino, che non esistono frenatori. Esistono le persone che non vogliono spalmarsi su un lampione. Così come non esistono i raccoglitori di mazzi di chiavi cadute, o i gli sbadigliatori, o gli sputatori di colluttorio.

D'altra parte in sala operatoria non trovi nessun incisore, nessun asportatore di tessuti o organi, e nessun suturatore. Perché chi pratica un'incisione, un'asportazione di un tessuto o di un organo, chi sutura una ferita non è un incisore, un asportatore o un suturatore. È un chirurgo.

E no, non ne sto facendo una questione di abusivismo. Non ho mai sentito descrivere un falso dentista con la parola "terapeuta". Un falso dentista si chiama falso dentista. E un operatore Shiatsu che non è un operatore sanitario e pigia la gente, come lo chiamo? Pigiatore? No. Terapeuta? Nemmeno. Lo chiamo operatore Shiatsu. E se quest'operatore Shiatsu dice di essere fisioterapista senza esserlo, come lo chiamiamo? Abusivo.

E qual è il nome adatto per parlare in generale di una ipotetica persona (con o senza titoli) che si occupa di salute (non necessariamente di terapia)? Credo la parola più adatta in questo caso sia un giustamente vago "esperto", con eventuale aggiunta dell'argomento su cui la persona è (speriamo) esperta.

10 novembre 2015

"Un valore di 497 euro": lo strano linguaggio di alcuni infomarketer


Caro infomarketer, che sei pure un mio amico, e che so che lavori bene e ti comporti in maniera onesta e disponibile coi tuoi clienti. Ascoltami un attimo.

Va tutto bene quello che fai. Tutto.

Tranne una cosa. Il degenero del 7 come cifra finale. Cifra che va bene quando si tratta di prezzi, ma NON va bene quando fai una stima.

Spiego meglio.

Far finire una cifra col 7 ha senso quando si stabilisce e si comunica il costo di un prodotto o servizio. Quando si chiede al cliente di pagare quella precisa cifra. Se stabilisci un prezzo, è chiaro che la cifra dev'essere necessariamente precisa (non è che gli dici "pagami circa X euro").

Ed ha senso perché i test hanno rivelato che conviene far finire i prezzi col numero 7 (credo sia vero più che alro per i prodotti che costano poche decine di euro, ma insomma va beh).

Poi c'è l'altra attribuzione di valore monetario, proprio quello di cui ti voglio parlare, che non è il prezzo, ma è una tua valutazione, che esprimi con un discorso del tipo "Questo prodotto ti assicuro che vale non meno di X euro".

In questo caso, visto che non c'è nulla di oggettivo, è ridicolo che tu metta una cifra che finisce col 7 anziché una cifra tonda. Puoi dire che quel prodotto fino a 2 giorni fa l'hai fatto pagare 497 euro, se questo è un dato vero e incontrovertibile. Ma se invece che riportare un fatto stai facendo una stima, è ridicolo dire che quel prodotto ha un valore di 497 euro.

Quel prodotto ha il valore di 500 euro. Mica devi sottrarre 3 euro per fare uno psicoprezzo che sembri più basso. Semmai il contrario: stai tessendo le lodi di un prodotto. Perché dovresti usare una tecnica che serve per farlo percepire con un valore minore??? Stai parlando di quello che dai al cliente, non di quello che deve pagare. Dai. Parla come tutti.

Il tuo prodotto ha un valore di 500 euro, non di 497. Che ripeto, è ridicolo, perché non si capisce proprio cosa ti stia saltando in testa (o meglio io lo capisco e sorrido, mentre la maggior parte delle persone no). Perché mentre il prezzo è ovviamente preciso, il valore è ovviamente approssimativo. Altrimenti è come dire "Secondo me a occhio e croce questa montagna è alta 1741 metri". Che stai preciso a fare con quell'1 finale? Prendi per le mele? No. Io prendo per le mele quando dico una frase così. Lo confesso. Tu invece la dici perché hai il cervello che va in automatico; si è staccato dal mondo della conversazione reale (che è importantissima nella vendita) e parla il linguaggio dell'internet marketing senza se e senza ma, fraintendendo e copia-incollando dei principi anche quando non servono a nulla.


Campagna per la ri-normalizzazione degli infomarketer in Italia.

26 ottobre 2015

Selfie non significa "autoscatto"

Da quando si è diffuso il termine "selfie", ogni tanto qualcuno dice o scrive che è sinonimo di "Autoscatto".

Ma no!

La differenza fra i significati delle due parole è evidente. Com'è possibile un equivoco così grossolano?

Forse prende un po' troppo la mano la passione di fare gli intellettuali filologi e cavalcare a sproposito la moda di difendere l'italiano dall'inglese che ci invade indebitamente, di dire che se siamo italiani dovremmo parlare italiano, di condannare l'uso di termine nuovo quando già ne avevamo uno per indicare quel dato concetto.

Fatto sta che prima di "selfie" NO, non avevamo un termine che definisse quello che per "selfie" oggi s'intende. Per chi non lo capisce da sé, ecco che cos'è un selfie e la sua differenza con "autoscatto":

- SELFIE = fotografia eseguita manualmente da un soggetto che compare nella foto stessa. La foto viene scattata nel momento in cui il soggetto-operatore preme l'apposito tasto o tocca l'apposita zona del touch-screen del dispositivo. La distanza fra l'obiettivo e il soggetto di è inferiore alla lunghezza del suo arto superiore nel caso in cui la foto sia eseguita tenendo il dispositivo in mano; se invece viene usato un selfie-stick può arrivare a circa 1 metro e mezzo.

- AUTOSCATTO = fotografia eseguita automaticamente dal dispositivo dopo che è stata impostata l'apposita funzione "autoscatto" e dopo un prefissato lasso di tempo successivo alla pressione del tasto di scatto o tocco dell'omologa zona nel touch screen. Tipicamente dopo la programmazione il soggetto posiziona il dispositivo scegliendo l'inquadratura, dà il comando di scatto differito e poi velocemente si porta all'interno dell'inquadratura in attesa che la foto venga scattata. La distanza fra l'obiettivo e il soggetto può essere anche di parecchi metri.

Sì, è inutile creare o importare nuovi termini per indicare concetti già esprimibili con parole nostre e che esistevano già. Ma non è questo il caso.

05 marzo 2015

"Bella presenza": mah.


Non l'ho mai capita sta storia del cercasi modella/hostess di bella presenza.

Capisco begli occhi, bel sedere, etc.

Ma a chi gliene frega della presenza?

Che poi è un termine goliardico che indica la sensazione che hai quando questa ragazza è dietro di te e ti accorgi che non è esattamente una ragazza.

07 febbraio 2015

Lo spam in stile Fantozziano

L'angolo dello spam.
Messaggio email di pochi giorni fa di una rappresentante:

Buonasera Egr. Dott. MALATESTA,
scrivo da una società di ricerca & sviluppo, fondata con lo scopo di produrre dispositivi innovativi in Italia, con questo messaggio le domando la cortesia di ricevere la sua autorizzazione ad inviarle a mezzo e-mail per una sola volta le informazioni sul prodotto che produciamo perché penso che possa essere un utile supporto per le attività professionali e quotidiane.
Il dispositivo garantisce sicurezza nell’uso di password, codici, pin e altri dati, grazie al sensore biometrico di riconoscimento dell’impronta digitale.
Mi scusi tanto se le ho arrecato disturbo e la ringrazio comunque per l’attenzione, non era mia intenzione, desideravo solo chiederle la possibilità di presentare il nostro dispositivo.
Distinti Saluti.
[firma]

Questo spammaggio almeno m'ha fatto un po' ridicchiare sotto i baffi per l'esordio in convinto aziendalese cortesese che già sarebbe tremendo di suo e qui si presenta in versione maccheronica ("Buonasera" insieme a "Egr." e il cognome del destinatario in maiuscolo), per il piglio ammerigheno con cui la rappresentante scrive della "società ricerca & sviluppo", ma soprattutto per lo stile che ricorda al contempo Fantozzi e anche Saverio e Mario nell'epica scrittura della lettera a Savonarola "ti salutiamo con la nostra faccia sotto i tuoi piedi senza chiederti nemmeno di stare fermo".



Che brutto adesso doversi di nuovo incupire e spiegare il lato serio della faccenda.
E va beh... Bah. Orsù.

Ecco il messaggio che la tipa avrebbe meritato di ricevere (il dott. MALATESTA destinatario dello spam ha preferito tacere; questo perché non si trattava del MALATESTA sottoscritto, ma di quello più grande. Ehi, sarà mica per questo che è stato scritto in maiuscolo?)... Dicevo, di seguito riporto il messaggio che la tipa avrebbe meritato di ricevere come risposta; ti raccomando perciò di inviare il link di questo articolo agli analoghi mittenti da cui riceverai spammaggio fantozziano; se invece ne sei l'autore, ti raccomando di leggere attentamente e non peccare più, altrimenti...

Chiedere scusa per un reato mentre lo si sta commettendo (nella fattispecie la violazione della legge sulla privacy) non giustifica il reato stesso. Può darsi che il vostro prodotto sia ottimo, ma non acquisto da chi fa spam (già, se non si ha l'autorizzazione a inviare pubblicità è spam anche inviare un'email per chiederla) perché avrei in questo la grave responsabilità di incentivarlo. Fra l'altro il fatto che vi sentiate costretti a violare la legge per promuovervi non fa certo ben sperare sull'affidabilità della vostra azienda.
...Hai capito e non peccherai più, vero? Altrimenti il tuo posto è sotto i piedi di Savonarola e speriamo che si muova parecchio.

06 febbraio 2015

L'egregio cliente e le psichedeliche fantasie aziendali

ESEMPIO DI SIGNORE
ALQUANTO EGREGIO
Molte lettere inviate dalle aziende ai potenziali clienti iniziano elogiando il destinatario maschio con l'epiteto "egregio" (per motivi su cui ho il terrore di indagare, le destinatarie donne non hanno questa sfortuna).

Oggi ho voluto cercare il significato di "egregio". Ho cercato in rete e ho scoperto che "Egregio" significa "fuori dal comune per qualità e pregi".

Allora è una delle parole più ipocrite per definire chi non si è mai conosciuto. Per esempio un potenziale cliente. Che, se legge una lettera intuendo che è stata spedita identica a una grande quantità di persone salvo cambiare il nome all'inizio, dovrebbe capire che lui è fuori dal comune per qualità e pregi proprio come tutti gli altri".

Ma cosa vuoi, è il linguaggio aziendale.

È IL LINGUAGGIO AZIENDALE.

Se fossi un re chiederei la testa di chi l'ha inventato, il linguaggio aziendale. Va beh, ormai chi l'ha inventato è sicuramente morto. Allora chiederei il suo cadavere per farlo deturpare e ridicolizzare. Sì, lo farei mangiare dai maiali, come in The Snatch, il mio film preferito (e lo è anche per la scena della spiegazione dei maiali).

Comunque, nonostante io nutra un odio e disprezzo profondo per questo spregevole inventore, devo ammettere che in qualche modo è stato un genio. Infatti ha tirato fuori una serie di castronerie chiamate "formule di cortesia" sostenendo che il lettore si sente compiaciuto leggendole, e quasi tutte le aziende gli hanno creduto. Senza nessuna prova tangibile. Nessun riscontro.Hai presente il fenomeno della sospensione dell'incredulità che necessariamente deve albergare nella testa dello spettatore di un film di fantascienza affinché il suo spirito critico non debba disturbare ogni 2-3 secondi e gli lasci godere la divertente storia in cui Supermen vola? Uguale.

Certo, le lettere aziendali non sono proprio divertentissime di solito.

In compenso può essere divertente notare cosa, secondo il galateo su cui sono basate, dovrebbe avvenire per dare plausibilità a questa strana storia. Una storia i cui strambi protagonisti, mittente e destinatario della lettera, sono accomunati da caratteristiche che farebbero sembrare roba di tutti i giorni i giochetti di T1000 di Terminator 2.
Praticamente le aziende e la clientela sono formate non da persone in carne e ossa (e tanto meno neuroni), ma da fantomatiche unità aziendali e clientelari dalle sembianze umane, ma costituite da un materiale segreto.  Funziona così: subito prima che un umano varchi la soglia per entrare nel proprio ufficio o da casa sua legga una qualunque comunicazione inviata da un'azienda, Miwa gli lancia i componenti del suddetto materiale segreto che lo fanno diventare spettabile, pregiatissimo, egregio, mentre i tessuti organici sottostanti si liquefanno e dall'unghia del mignolo sinistro scendono nelle fogne dove le Tartarughe Ninja lo usano come condimento per la pizza. L'egregio potenziale cliente e il venditore della pregiatissima azienda vivono da quel momento in poi un trip mentale alternativo nel quale alcune parole mai usate nella realtà sono fonte di agio, di gioia e compiacimento. Una realtà alternativa che ricorda un po' l'atteggiamento dei personaggi femminili dei film porno (stando a quello che mi hanno detto).
All'uscita dell'ufficio o alla fine della lettera, i componenti cadono a terra e, per non dare nell'occhio, formano nel caso dell'ufficio un portacenere da corridoio, che nessuno considererà mai dato che ovunque è vietato fumare; nel caso dell'abitazione, uno scatolone di Amazon con su scritto marca e modello dell'ultimo estrattore di succo da 660 euro, che è normale acquistare quotidianamente e che quindi passerà parimenti inosservato. Nel frattempo Donatello, Raffaello, Michelangelo e Leonardo hanno già mangiato la pizza, digerito e usato la toilette, la cui tubatura porta alla piscina di Mazinga Z che si apre e da cui prontamente escono le sostanze organiche che vanno a ricomporre l'umano di prima. Che non si è accorto di nulla e si sente un po' strano, ma dà la colpa alla ribollita di cui si è strafogato ieri sera.
Questo più o meno il fantasioso mondo degli aziendalesi, che nel trattarti da grande uomo ti considerano di fatto il concime del loro portafoglio, illudendosi misteriosamente che certi epiteti palesemente acidi (nel senso psichedelico del termine) possano indurti maggiormente a comprare.

Domanda: ma cosa ci vuole per svegliarvi e mettervi nei panni del cliente che legge?
Beh, nel frattempo voglio sognare anch'io. Sogno i maiali che mangiano l'inventore dell'aziendalese. Mi piace pensare che sia il suo turbinoso ruttone di fine banchetto a svegliarvi nel mondo delle persone che danno un significato alle parole.

04 dicembre 2014

Tu NON sei un commerciale.

È possibile che ci sia gente che non conosce il nome della propria professione?
Tu dici "Sono un commerciale".

Uuuuuh. Lui è un commerciale.
Davvero sei un commerciale?
Ma sì, dai. Può darsi.

Così come può darsi che quel signore vestito di verde che ho visto in sala operatoria sia un chirurgico.
E che quella signora che dà lo straccio per le scale del mio palazzo sia un'igienica.
E che un signore che si fa pagare per disegnare sia un illustrativo.
E che un gruppo di ragazzi che per mestiere suonano uno strumento siano dei musicali.

Parlo strambo, vero?
Anche tu. Solo che io lo faccio apposta.

Tu parli strambo e non lo sai. Non lo sai che "commerciale" non è un sostantivo. Non lo sai che tu sei un venditore. Oppure lo sai ma lo voi dire, perché te ne vergogni. Perché dicendo il vero nome del tuo mestiere temi di far scappare i tuoi potenziali clienti (renditi conto).
Ma senti me: lo sai davvero quand'è che i tuoi potenziali clienti scappano per aver scoperto che vendi qualcosa? Quando hai scelto un target sbagliato. Tipico errore dei multilevellari, che qualche volta convincono qualche pollo disorientato a intraprendere lo stesso mestiere (educandolo a farlo anche lui sotto le solite mentite spoglie, s'intende), che per un ristretto periodo (prima di abbandonare) gli porterà guadagni alquanto smilzi a conti fatti. Anzi, conti non fatti, perché il multilevellaro ha paura a fare certi calcoli, altrimenti si accorgerebbe che stando al tempo che ha impiegato per convincere il pollo disorientato e poi per motivarlo ha guadagnato circa 3-5 euro l'ora.

Ecco a chi devi nascondere che sei un venditore. Agli inutili polli disorientati.

Ma dai che ciai ragione te.
Perché tu mica vendi. Tu informi. Mica devi convincere nessuno. Devi far conoscere le straordinarie qualità di quel prodotto, che poi si vende da solo.
No, non si vede da solo un prodotto, testa di testone. Perché il prodotto si venda ci dev'essere un venditore che lo vende. Certo, a questo scopo lo deve far conoscere. Il che fa parte della vendita. VENDITA.
Se tu mi dici che non vuoi vendermi nulla significa che vieni da me a presentarmi il tuo fantastico prodotto per il solo fatto che ti sto simpatico e mi vuoi bene, e che se io lo comprerò tu non ci guadagnerai nulla.

È il tuo caso?
NO.
Quindi cosa sei?
Bravissimo. Un venditore.

Che? Ancora insisti che si può dire anche "commerciale" ?

Guarda:



Non c'è traccia di accezione come sostantivo.
È, può essere e sarà esclusivamente un aggettivo. Capisci?
Io non sono un fisioterapico. Sono un fisioterapista.
Mia mamma non ha fatto la didattica. Ha fatto la maestra.

E tu non sei un commerciale. Sei un venditore. Senza offesa.