28 maggio 2018

Cosa non è spam - 2ª parte: Facebook

Stamattina ho invitato vari FB-friend a cliccare "Mi piace" su una pagina web da me creata, relativa a quella che ritengo una buona causa (si tratta di Umanitàmtàm, iniziativa che consiste nell'educare al senso civico gli allievi di scuole primarie e secondarie).

L'ho fatto usando l'apposita funzione di Facebook, senza inviare messaggi in chat. Ai destinatari degli inviti dunque è arrivata solo una silenziosa notifica, di quelle che fanno apparire il numerino sul mondo in alto a destra.

Ciò nonostante uno dei FB-friend che ho invitato ha reagito male malaccio. E non l'ha fatto contattandomi in chat. Ha sentito il bisogno di farlo pubblicamente: è andato nella pagina Facebook in questione e ha commentato il mio ultimo post in questo modo:

Mi hai invitato a mettere mi piace ? E perché ? In che modo potrebbe interessarmi secondo te?

Ho risposto:

Potrebbe interessarti se condividi gli intenti dell'iniziativa Umanitàmtàm.

E lui:

non so nemmeno cosa sia
E non ho voglia di saperlo, visto che per me è SPAM
 

Nota: non solo era stato lui a chiedermi di entrare nella lista dei miei amici (da cui oggi ovviamente l'ho calciato via): in passato, senza il mio consenso, mi aveva scritto proponendomi di acquistare un suo corso. Un corso di cosa? Un corso di comunicazione.

Non ridere. È una cosa brutta.
 
Una volta esistevano:

- l'utente che non si rendeva conto che fare spam è maleducato

- l'utente con più esperienza, che magari ogni tanto tentava di educare gli altri a non fare spam.

Col tempo è nato un terzo tipo di utente web: quello che bacchetta gli altri accusandoli di fare spam anche quando spam non è. E che, nei casi più matti, considera spam anche solo il tipo di invito "soft" su descritto.

Tutto ciò mi spinge a scrivere il seguito dell'articolo pubblicato 3 anni fa su cosa non è spam, in cui parlavo dei messaggi di posta elettronica. Qui parlerò di cosa non è spam su Facebook.

Premessa: per quanto possa stranamente sfuggire a qualcuno, c'è differenza fra essere amici oppure no (anche su Facebook). Se mi chiedi l'amicizia, significa che vuoi essere mio amico. Mi spiace se ti senti offeso da questa spiegazione super-banale, ma non è colpa mia se non è chiaro a tutti.

SE NON SIAMO AMICI

Se non siamo amici e io ti contatto per invitarti a fare una qualunque cosa che comporta un mio vantaggio (comprare un prodotto/servizio, spendere tempo o denaro a favore di una mia associazione, visitare una mia pagina web per dirmi cosa ne pensi, votarmi per un concorso online di poesie, venire a una manifestazione, votarmi come sindaco, etc), quello è spam. Non solo. È spam anche se ti contatto per chiederti di spendere una piccolissima quantità di tempo o denaro per una buona causa, nonostante io non ci guadagni nulla.

Infatti se tutti si sentissero autorizzati a contattare chiunque per proporre quella o quell'altra cosa, affogheremmo in un mare di messaggi che ci farebbe perdere un sacco di tempo, perché è vero che leggere un messaggio è cosa breve, ma è anche vero che sarebbero tantissimi.

Ecco perché non tutti, ma solo gli amici, possono sentirsi autorizzati a contattarti per comunicarti certe cose. Gli amici che hai sono persone selezionate, che sei disposto ad ascoltare. E sono in numero minore rispetto al numero delle persone che dispongono di una connessione Internet.

Forse stai pensando "Ma oggi giorno su Facebook si hanno centinaia o migliaia di amici, molti dei quali non si conoscono neanche!". E chi ti ha detto di accettare la loro amicizia, scusa? Accettare su Facebook l'amicizia dei non-amici significa fare un uso improprio di Facebook. Ne ho parlato nell'articolo intitolato Vuoi essere mio amico? Ne sei sicuro?.

SE SIAMO AMICI

Nota: prima di proseguire è altamente consigliato aver letto l'articolo Aspiranti amici per venderti qualcosa, una piaga di Facebook.

Se siamo amici e io ti contatto per chiederti un aiuto (un consiglio non professionale, un po' del tuo tempo per parlare e sfogarmi nel caso stia vivendo un momento di disagio, un prestito in denaro, o anche un aiuto economico a fondo perduto per me che per qualche motivo sono in difficoltà, o un contributo per una buona causa che sto promuovendo, etc), non è spam. È una delle cose che normalmente un amico può sentirsi autorizzato a fare, acconsentendo a che l'altro possa sentirsi autorizzato a fare lo stesso in una situazione analoga.

Se siamo amici e io ti contatto per fare due chiacchiere solo per il piacere di fare due chiacchiere, questo ovviamente non è spam.

Se siamo amici e io ti contatto per invitarti a cliccare "Mi piace" su una pagina Facebook (mia o di qualcun altro), pensando davvero che quel "Mi piace" possa dare un beneficio a te e non solo al proprietario della pagina, quello non è spam. È un suggerimento. È condivisione. Cosa che con gli amici è normale fare.

Se siamo amici e io ti contatto per proporti un acquisto di gruppo che fa risparmiare entrambi, quello, come potrai facilmente intuire, non è spam.
 
Se siamo amici e io, senza che tu mi abbia autorizzato a farlo, ti contatto per venderti qualcosa, quello è spam? Dipende. Se ti propongo di acquistare un mio prodotto o servizio a un prezzo maggiore di quello di costo (cioè volendoci guadagnare), la risposta è sì, è spam. Ne ho parlato nel mio articolo intitolato È spam? Ma dai! Siamo amici!.
Se invece ti propongo un prodotto o servizio il cui prezzo non dipende da me perché non decido io la struttura della cosa (tipico esempio è il multilevel marketing), allora non è spam a patto che davvero la cosa possa ragionevolmente interessare te oltre che me. Per stabilirlo occorre una certa onestà intellettuale, anche verso sé stessi; in altre parole occorre non raccontarsela (ciò che rappresenta un'opportunità fantastica, straordinaria, etc, per me non significa che lo rappresenti per te, perché no, non siamo tutti uguali).

Certo, esistono vari tipi di amicizia, ed esiste l'intelligenza di chiedere o non chiedere qualcosa di più o meno impegnativo a seconda del grado di intimità che si ha con quella persona. Altra buona cosa da chiedersi, se non si è amici intimi, può essere: "Non sentendo questa persona da X anni, è plausibile o è troppo da faccia tosta contattarlo per chiedergli Y?".

Ad esempio io ho selezionato i FB-friend a cui inviare un invito "soft" con la semplice notifica, distinguendoli da quelle a cui credo vada bene inviare anche un messaggio in chat, senza la pretesa di indovinarci al 100%. Altri, invece, non li ho contattati proprio.

Certo è che se hai chiesto tu a me l'amicizia e poi parli di spam dopo che ti ho ivitato a cliccare "Mi piace" su una pagina Facebook, non hai ben chiari gli argomenti amicizia, spam e Facebook. Invece vai quasi bene per fare corsi di comunicazione, ma col raddoppio della Z al posto della I.

17 maggio 2018

Quando la medicina è scientifica?


Credo sia sbagliato limitare le possibilità di cura della salute ai soli metodi che fanno parte dell'Evidence Based Medicine (EMB), cioè di cui è stata validata l'efficacia scientificamente con forte evidenza. Ritengo infatti che anche l'esperienza del professionista della salute e del paziente siano importanti per decidere se un metodo funziona; com'è noto, in certi casi decretare la validità scientifica di un metodo è assai arduo ad esempio a causa della varietà delle caratteristiche dei pazienti e della dipendenza dell'efficacia a seconda dell'operatore.

Questo non impedisce di avere chiaro cosa è scienza e cosa non lo è.

In questo articolo spiegherò alcuni importanti aspetti della medicina scientifica, che spesso con una stortura linguistica dispregiativa viene detta "medicina ufficiale" dai fautori di quella o quell'altra medicina alternativa, che più chiaramente potrebbe esser chiamata "medicina non scientifica" (locuzione che io non uso per dare una connotazione dispregiativa, ma giusto per onestà).
Discutendo della cosiddetta "medicina ufficiale" (o anche "medicina allopatica", termine usato spesso dagli omeopati), saltano fuori varie domande ed esclamazioni, tipo quelle qui di seguito, a cui proverò a dare una risposta.

Nota: quando al punto 7 parlerò di fasi (fase 6, fase 1-3) mi riferisco alle fasi della sperimentazione di un farmaco; se non le conosci puoi leggere la pagina che le spiega sul sito dell'Agenzia Italiana del Farmaco: Come nasce un farmaco.

1) Chi lo decide cosa è scientifico e cosa no?

Lo decide il fatto che sia stato applicato oppure no il metodo scientifico, che in ogni disciplina ha dei precisi criteri che consentono di stabilire l'evidenza di una correlazione causa-effetto.
In medicina un metodo di cura è considerato scientificamente valido se ciò emerge con forte evidenza dai risultati di ricerche condotte su un campione di popolazione sufficientemente omogeneo, con una corretta analisi statistica dei risultati, e con altri criteri utili ad evitare i bias, e cioè errori di interpretazione dei dati che facilmente un inesperto potrebbe commettere.

2) Ma se una cosa funziona... funziona! Che bisogno c'è di tante ricerche?

Il bisogno di tante ricerche è il bisogno di capire se funziona con una percentuale abbastanza alta di persone (e non con una su venti, ad esempio, di cui è più facile essere impressionati tralasciando gli altri 19 casi), e di capire se funziona per le due caratteristiche oppure come placebo.

3) Ma se anche fosse un placebo che importa? Basta che funzioni!

Nessuno demonizza i placebo, che spesso ha senso utilizzare. I placebo vengono somministrati in alcuni casi, ad esempio nelle case di riposo o negli ospedali. Accade nei casi in cui si sospetta che un dolore sia dovuto all'atteggiamento del paziente di un paziente che sta vivendo una fase psicologica particolarmente difficile. Probabilmente più spesso si dovrebbe iniziare una terapia con un placebo, per capire se davvero c'è bisogno di un principio attivo per migliorare un dolore, e non solo nei suddetti ambiti.
Detto questo, se si discute della validità di uno specifico metodo di cura, si discute della sua validità insita nelle sue caratteristiche, altrimenti tanto vale cambiare argomento e discutere genericamente del modo migliore di presentare un placebo al paziente per avere su di lui la maggior efficacia psicologica possibile.

Fra operatori della salute e aziende occorre chiarezza per questioni di tempo, di soldi e di sapere quello che si sta facendo: non è giusto che tu mi persuada a studiare complicate procedure di un certo metodo di cura se in realtà tutto quello che alla fine avrò imparato e i tre giorni e 500 euro che avrò speso per il tuo corso sono sostituibili spendendo zero euro, inventandomi una cosa a caso e sapendo quello che faccio invece di illudermi sul meccanismo di guarigione.
E dal punto di vista del paziente, pur essendo etica (in alcuni casi) la somministrazione del placebo, il prezzo dovrebbe essere esclusivamente commisurato alla sua produzione, che è molto economica, e all'efficacia psicologica derivante dal prezzo non irrisorio, ma senza esagerare.

Tornando ai metodi di cura che funzionano per le loro caratteristiche e non come placebo, questi esistono perché spesso il placebo non basta e c'è l'esigenza di qualcosa che funzioni di più, specialmente nelle patologie gravi.

Per questo motivo la ricerca scientifica in campo medico tipicamente consiste nell'attribuire validità a un metodo di cura quando questo risulti maggiormente efficace rispetto alla sua non applicazione e rispetto al placebo. Il ricercatore, effettuati i test coi vari gruppi di pazienti, trascrive i risultati e le conclusioni e le invia a una rivista scientifica. I revisori della rivista scientifica hanno il compito di analizzare gli studi inviati, decidere se sono stati condotti in maniera corretta e, in base questo, decidere la loro eventuale pubblicazione. Esistono anche riviste che pubblicano qualunque cosa, anche gli studi di bassissima qualità (le cosiddette riviste predatorie, che si fanno pagare dagli autori per pubblicare, e che non hanno alcuna attendibilità). Fortunatamente chi è addentro al mondo della ricerca scientifica sa quali sono e se ne tiene alla larga (accade talvolta che le riviste vengano testate con l'invio di articoli pieni di errori metodologici, per vedere se questi vengono bocciati o accettati; un interessante esperimento fu condotto nel 2013 dal biologo e giornalista John Bohannon, con risultati sconfortanti, non solo per quanto riguarda le riviste Open Access). I revisori delle riviste più prestigiose, invece, operano una selezione molto severa prima di decidere per la pubblicazione di uno studio.

4) Ma che valore hanno gli studi scientifici? Ogni tanto si sente dire che uno studio è stato smentito da uno studio scientifico successivo!

Infatti non è così semplice. Può darsi che, secondo le conclusioni della ricerca, il metodo di cura preso in esame risulti efficace, ma è importante sapere con quale evidenza lo è. A seconda della qualità dello studio, l'evidenza può essere più o meno alta.
Inoltre un solo studio non basta affinché si possa considerare quel metodo di cura efficace. Per una maggiore sicurezza occorrono più studi, i cui risultati siano concordi (ne parla la dott.ssa Roberta Villa nel suo video "C'è scritto su Pubmed"). A questo servono gli studi detti "rassegne" e "revisioni sistematiche", i cui autori rileggono di nuovo gli studi pubblicati negli anni nelle varie riviste di buona qualità, effettuano nuove revisioni, selezionano gli studi le cui conclusioni hanno una forte evidenza e, dopo aver messo insieme tutti i dati, elaborano conclusioni certo più affidabili di una singola ricerca (questo dovrebbe chiarire che per dare credito a una tesi non è sufficiente aver trovato un articolo su Pubmed che la afferma: Pubmed non è altro che un indice di tutti gli articoli pubblicati in una grande quantità di riviste scientifiche, ottime e mediocri).

Ecco che chi sceglie di fare il ricercatore in ambito scientifico accetta che, salvo rare eccezioni, il suo lavoro sarà una pur importantissima goccia nell'oceano, e che se quel metodo di cura si rivelerà efficace e verrà messo sul mercato, il proprio nome e cognome si perderà fra quelli del suo gruppo di lavoro, gruppo che a sua volta si perderà nell'elenco dei nomi dei ricercatori degli altri gruppi di lavoro che avranno condotto altri studi scientifici.
Potrà dunque condurre quel mestiere se accetta serenamente che, per la sua importantissima missione, non ci sarà gloria e fama. E sapendo anche che il suo lavoro di mesi potrebbe addirittura rivelarsi inutile perché verrà fermato prima, nel caso in cui non passerà il vaglio dei revisori della rivista scientifica. In questo caso dovrà fare ammenda e proporsi di condurre i propri studi in maniera corretta, imparando dai propri errori.

5) Ma ci sono ricerche falsate su alcuni farmaci che vengono comunque pubblicate da riviste scientifiche il cui staff è colluso con le case farmaceutiche!

Indipendentemente dalla buona fede o dalla malafede di ricercatori e revisori, se uno studio dalle conclusioni fuorvianti viene pubblicato su una rivista scientifica, per fortuna è comunque possibile sbugiardarlo conducendone un altro successivamente.
Vedi su: un'evidenza per essere considerata forte ha bisogno non di un solo studio, ma di più studi, e inoltre necessita l'assenza o la poca presenza di studi dalle conclusioni opposte.
Da notare poi che una casa farmaceutica dovrebbe pensarci due volte prima di operare una truffa nei confronti del mondo scientifico, perché una volta scoperta la sua reputazione ci rimette molto, e con essa anche le sue entrate. Conviene assai di più scoprire, produrre e vendere farmaci che funzionano davvero.

6) Ma se presenti uno studio secondo da cui risulta che un rimedio naturale ed economico funziona meglio di un farmaco nessuna rivista scientifica te lo pubblicherà, perché sono tutte colluse con le case farmaceutiche!

Sì invece. Come ho detto, esistono riviste scientifiche di pessima qualità che pubblicano di tutto (basta pagare). Se invece stai parlando di riviste scientifiche che selezionano gli articoli in maniera rigorosa, e affermi che questa selezione blocca studi che possano ledere gli interessi di una qualche azienda, portami un esempio. Citami uno studio condotto in maniera corretta, che si è visto rifiutare la pubblicazione. In attesa della tua risposta, ti ricordo che il rifiuto di una pubblicazione è sempre accompagnato da motivazioni, che devono riguardare criteri ben precisi e poco soggetti a interpretazioni.

7) Ma ci sono stati farmaci che sono stati messi in commercio e poi sono stati ritirati perché facevano enormi danni! Come la mettiamo? Anche quelli erano stati validati scientificamente!

Uno dei problemi della sperimentazione dei farmaci (in particoalre della fase 6) è che molti effetti collaterali si scoprono a distanza di mesi o anni; alcuni farmaci e/o piani di cura vengono ritirati dal commercio perché hanno sortito effetti collaterali non riscontrabili nel breve termine (fasi 1-3) oppure perché non si sono dimostrati migliori rispetto a cure più vecchie e testate. Chi non capisce questo frettolosamente deduce una collusione tra ditte farmaceutiche e ricercatori. Ma non si tratta di collusione, né di un errore del metodo di ricerca: è fondamentalmente un problema tempistico.
Come per ogni altra scienza non esatta, chi si occupa di ricerca medica non ha problemi ad ammettere di esser giunto a conclusioni errate, dunque rettificare e far migliorare sempre più il bagaglio di conoscenze a disposizione e a beneficio di tutti.
La validazione scientifica della bontà di un metodo di cura fornisce un'affidabilità alta, ma non assoluta. È il prezzo da pagare se vogliamo che continui a esistere una scienza che migliora e salva vite più di quanto lo faccia il placebo, e che statisticamente apporta benefici in quantità molto, molto maggiore rispetto ai danni.
Come in svariati altri ambiti, insomma vale il non dover buttare il bambino con l'acqua sporca. Anche ai migliori calciatori capita ogni tanto di fare qualche errore, che se rimane sporadico non costituisce un motivo di licenziamento. Se non ti va bene questo esempio perché non riguarda la salute delle persone, pensa alle norme di sicurezza sul lavoro, che sono fatte con la realistica speranza di minimizzare i rischi di incidenti. Ripeto: minimizzare i rischi. Questo ci si aspetta. Ridurli a zero è un obiettivo a cui non siamo riusciti ad arrivare, neanche quando queste norme vengono rispettate completamente. Questo non è un buon motivo per mettere al bando qualunque costruzione di ponti, edifici, etc.
 
8) Ma un essere umano non è una statistica! Se per colpa di un farmaco dannoso muore una persona a cui vuoi bene, vedrai quanto poco te ne importa delle statistiche!

Certamente si tende a dare più importanza agli eventi che ci riguardano da vicino e agli eventi che ci emozionano. Ma per dare giudizi obiettivi e razionali non ci si può basare sull'emozione del momento. Se un mio amico muratore è morto cadendo da una impalcatura per via di standard di sicurezza sul lavoro non rispettati per colpa della ditta edile per cui lavorava, può darsi che il mio istinto del momento mi suggerisca di dare sfogo alla mia rabbia e con una palla da demolizione distruggere l'edificio in questione e l'abitazione del suo datore di lavoro. Il che ovviamente non sarebbe la cosa giusta da fare. Analogamente, quando muore una persona per cause iatrogene accertate certo non è un buon motivo per squalificare il metodo scientifico, che già si sapeva essere imperfetto. Solo che quando la medicina fa accadere qualcosa di brutto, ciò fa molto più rumore rispetto ai molti più casi in cui ha fatto qualcosa di buono.
Riassumendo: una persona non è una statistica, ma in mancanza della sfera magica dobbiamo accontentarci di una scienza inesatta, basata sulla statistica. Perché senza sarebbe molto peggio.

9) Secondo la scienza la chemioterapia funziona perché salva tante vite. E i milioni di persone che hanno fatto la chemioterapia e sono morte lo stesso, non le consideriamo?

Premetto che non c'è motivo di parlare specificamente di chemioterapia (se ne parla di più solo perché è particolarmente fastidiosa e perché spesso non sortisce una guarigione, ma solo un allungamento della vita). Inoltre è superficiale parlare solo di morte o guarigione, senza considerare i dati su aumento di sopravvivenza, probabilità di recidive e qualità di vita. 
Dunque, parlando in generale di metodi di cura imperfetti (chemioterapia compresa ma non solo), e in generale di risultati migliorativi (guarigione completa ma non solo), la risposta è sì, i milioni di pazienti che muoiono dopo aver usato un certo metodo di cura vengono ovviamente presi in considerazione. Nel prenderli in considerazione occorre, attenzione, evitare di cadere nell'errore di chi dice "Rispetto a tutti i malati di questa malattia, è alta o bassa la percentuale di chi ha un beneficio grazie a questa cura? Se è bassa, significa che quel metodo è da scartare". Il confronto utile da fare è di un altro tipo: occorre mettere a confronto i pazienti che hanno fatto uso di quel metodo con quelli che non ne hanno fatto uso. In base a questo confronto ci si chiede: quali, fra questi due gruppi, hanno riscontrato più frequentemente miglioramenti? Se "solo" il 15% dei pazienti che hanno usato quel metodo ha ottenuto risultati migliorativi, a fronte di un 4% dei pazienti che non ne hanno fatto uso, allora quel metodo, che non è certo la panacea, è da considerarsi meglio di niente e quindi da usare.
Parlando in particolare di tumori e chemioterapia, lo so che al momento per certi tipi di tumore la chemioterapia ha risultati poco soddisfacenti. Ma quando viene somministrata, e cioè quando c'è ragione di pensare che potrà arrecare più beneficio che danno, di solito fa più beneficio che danno.
Sì. Di solito, non sempre. Perché la medicina, lo ripeto, è una scienza inesatta. Questo non significa che faccia le cose a caso.

Grazie alla dott.ssa Laura Ferrari, specializzanda in oncologia ed ematologia, per la revisione di questo articolo.

15 maggio 2018

Farsi ammazzare inutilmente... Perché?

Inaugurazione capitale - Mauro Biani
Sono dei violenti e degli assassini, non c'è dubbio. Detto questo:

- Lo sai che sono dei violenti e degli assassini

- Lo sai che non si fanno scrupoli a spararti

- Lo sai che possono farlo impunemente

- Lo sai che hanno pure una scusa, e diranno che hai iniziato tu a tirare i sassi e a incendiare copertoni

- Lo sai che neanche una grande fetta dell'opinione pubblica ti darà ragione, perché a X voci "sono dei violenti" ci saranno sempre X+1 voci che diranno "ma hanno iniziato i manifestanti"

- Lo sai che se fai il martire non risolvi nulla, anzi, ottieni l'effetto contrario, perché tirano quel sasso o anche manifestando pacificamente, ma vicino a chi tira i sassi non ottieni nulla, neanche politicamente.

...Ma allora perché vai a manifestare per farti ammazzare?
Se davvero vuoi dare la tua vita per una buona causa, fa' che la tua vita sia più lunga. Rimani vivo, e lotta in altro modo.

Su un argomento simile: Celerini, manifestanti, violenza e ovvietà

10 maggio 2018

No, quell'obiettivo non è "sfidante". Chi t'ha detto nulla?

Stamattina la pagina Facebook dell'Accademia della Crusca ha linkato un articolo del 2013 del sito dell'associazione intitolato "Una questione sfidante".

In tale articolo l'autrice parla di un recente uso della parola "sfidante", il cui significato non è "che sfida", ma "che pone delle sfide". Ecco cosa dice di questo significato:

"[...] se ne osserva una progressiva diffusione nell’uso che potrebbe portare a una sua affermazione nella lingua italiana."

Sigh. Nessuna condanna. Anzi. Prosegue così:

"E inoltre, se vi si riesce a valorizzare l’aspetto positivo, la parola sfidante potrebbe forse aiutarci a vedere in ogni situazione difficile anche una sfida e una possibilità di miglioramento e di crescita."

Ci sono tante parole che possono aiutarci a valorizzare quella o quell'altra cosa. Il bisogno di farlo non è certo giustificato dalla storpiatura del significato di una parola con l'importazione dall'inglese non solo di sostantivi e aggettivi (cosa che entro un certo limite è anche accettabile), ma anche delle regole sintattiche. Altrimenti, siccome in inglese si dice "to have a shower" e "to take a chance", sarebbe legittimo dire in italiano "avere una doccia" e "prendere delle scelte" (non avrai mica pensato che "prendere delle scelte" è normale, vero?). Sarebbe legittimo tradurre tutto letteralmente, sempre.

Le traduzioni letterali possono dare origine a errori comprensibili e perdonabili quando stai parlando una lingua straniera: non sai come si costruisce un certo tipo di frase, e azzardi l'applicazione di regole italiane alla lingua inglese sperando che vadano bene, salvo poi essere corretto.
Ma quando parli LA TUA lingua... quella la devi conoscere! Non puoi fare volontariamente errori di costruzione per il fatto che in inglese si parla in quel modo lì!

Dire che una certa cosa è "sfidante" è un errore perdonabile per un inglese che sta imparando a parlare italiano, non per un italiano che...

...che...

...che vuole fare il ganzo.

Sì, perché proprio come per la storia del "piuttosto che" con funzione disgiuntiva, l'errore di cui sto parlando non è dovuto all'ignoranza, ma alla convinzione di essere ganzi, perché si usa la lingua in maniera nuova. Tipico dei contesti aziendali e dello sviluppo personale. Guarda come ti stupisco. Guarda come cambio il mondo con la mia visione (VISIONE???).

No, ragazzo. Guardo come sei un asino.

Una cosa può essere irritante perché ti irrita, ed è plausibile che qualcuno o qualcosa possa irritare anche passivamente, quando ad esempio viene guardata.
Ma non è così per "sfidante". La sfida è intesa, in qualche modo, come attiva. Sfidante è qualcuno che ti sfida perché decide di farlo. Non qualcuno che, senza volerlo, ti appare come un tizio che ti sfida, per il fatto che nella tua testa costruisci in qualche modo quell'immagine, quel contesto, e di conseguenza ti atteggi. E fatto che si tratti di un persona, di una cosa o di una impresa è irrilevante.

Un libro che devi studiare non è sfidante. È li, sul tavolo. Non ti ha chiesto nulla. Se dici che è sfidante mi ricordi la scena comica di Sordi quando diceva agli spaghetti che se li mangiava perché l'avevano provocato.
E, volo pindarico ma non troppo (vedi in fondo), a proposito di provocare, mi viene in mente chi commenta una violenza sessuale dicendo che quella donna era vestita in maniera "provocante" (lo so, qui "provocante" è usato correttamente, perché si attribuisce a una persona, che può anche vestirsi in un certo modo per provocare, ma capirai il senso di questa digressioncina in fondo all'articolo).

A guidare l'evoluzione della lingua italiana, plausibilmente fatta di neologismi italiani o stranieri e di inclusione nel vocavolario di espressioni popolari, non può essere una cattiva traduzione.

La parola "challenging" non ha un esatto corrispettivo italiano. E ne sono contento. Credo sia giusto non esista una parola che serve a esprimere il fatto che ti immagini che il libro che devi studiare ti stia sfidando. Se nella tua testa hai creato questa immagine - cosa abbastanza bislacca, dato che il libro sta lì sul tavolo e non ti ha chiesto nulla - non mi sembra più bislacca o inaccettabile la necessità di spiegarlo con una piccola perifrasi, dicendo che "rappresenta per te una sfida".

Altrimenti c'è sempre "stimolante", aggettivo che denota il tuo entusiasmo ed evita di richiamare per forza quelle fesserie declamate dai guru aziendali o dello sviluppo personale tipo che devi immaginare di fare le cose per fare un dispetto a chi ti dice che non puoi farcela, e quindi è una sfida, e bla bla bla, musica di Rocky e alla fine vinci contro i distruttori di sogni che ti dicevano che non ce la potevi fare.
 
Un consiglio: fai quello che devi fare, senza trasformare in mostri antagonisti le tue imprese, né la lingua italiana.