31 dicembre 2018

Lo spot di Obiettivo Risarcimento "contro i medici" è da censurare? No.

Ho visto in TV uno spot di Obiettivo Risarcimento, azienda che fornisce assistenza legale per chi ritiene di esser stato vittima di malasanità.



Testimonial è Enrica Bonaccorti, che dice:

«A tutti può capitare di sbagliare, e purtroppo accade anche negli ospedali. Ma tutti, in questo caso, hanno diritto a un giusto risarcimento. Se pensi di aver avuto un danno nella sanità, chiama Obiettivo Risarcimento, oppure vai sul sito Obiettivorisarcimento.it. Riceverai una consulenza gratuita per essere aiutato a raggiungere il tuo obiettivo. Ma facciamoci sentire! Ah... Ci sono fino a dieci anni di tempo, per reclamare quello che ti spetta».

La Federazione nazionale degli Ordini dei medici non l'ha presa bene, e ha scritto alla Commissione di vigilanza Rai invitando a impedire «la diffusione di un messaggio pubblicitario falso, fuorviante e rischioso».

Addirittura Massimo Tortorella, presidente di Consulcesi (azienda che dà assistenza legale ai medici) ha dichiarato che presenterà una denuncia in Procura, sostenendo che lo spot "fornisce ai cittadini una comunicazione ingannevole e scorretta". Aggiunge che società come Obiettivo Risarcimento hanno come unico obiettivo il risarcimento economico.

In effetti, per quanto ne so io, ogni azienda tende principalmente a guadagnare quattrini, e nel caso di un avvocato, l'obiettivo non è fare in modo che vinca la persona che ha ragione, bensì fare in modo che vinca il proprio cliente.

Ma il fatto che a pensar male spesso ci si indovina non significa che pensar male sia lo stesso che avere le prove sufficienti a un provvedimento da parte di un organo pubblico.

La RAI ha sospeso lo spot e tornerà a mandarlo in onda solo dopo l'eventuale approvazione dell'IAP, Istituto dell'Autodisciplina Pubblicitaria.

Cosa ne penso io?

Tutti gli spot pubblicizzano aziende viene incontro a potenziali clienti che hanno una certa esigenza.

Proibire uno spot come quello di Obiettivo Risarcimento andato in onda in questi giorni, dicendo che aizza le persone contro i medici è come proibire una pubblicità di un corso di autodifesa dicendo che potrebbe incoraggiare le persone a usare quelle tecniche per offendere anziché difendersi.
È possibile che ciò accada? Naturalmente sì, proprio come esiste l'abuso in ogni campo. È giusto censurare uno spot? Certamente no, se non dice nulla di illegale o palesemente fuorviante, cosa che questo spot non fa, anche se il mondo è pieno di code di paglia e dunque spesso basta dire "A volte alcune persone della categoria X commettono errori" per essere accusati di infangare l'intera categoria X.

Censurare col processo alle intenzioni e con la coda di paglia sarebbe una ingiusta limitazione della libertà di parola, e per questo spero che nonostante il potere della lobby medica lo spot possa tornare in TV.

Come si legge a questa pagina del sito di Consulcesi, Tortorella, citando i dati dei tribinali italiani, ha affermato (si potrebbe dire "ha ammesso") che "il 97% delle cause intentate in sede civile per risarcimenti in seguito a presunti errori diagnostico-sanitari, finisce in un nulla di fatto".

Dunque qual è il problema? Non il fatto che vengano intentate delle cause, magari da parte di pazienti aizzati da avvocati, ma il fatto che queste cause procedano lentamente a causa di una giustizia malata, e il fatto che raramente, per quanto ne so, viene punito l'illecito di lite temeraria.


A proposito dell'intentare o meno cause in malafede ho trovato interessante (immagino sia veritiero, anche se non posso verificarlo) il dato riportato in questa intervista del 2015 dal presidente di Obiettivo Risarcimento Roberto Simioni: nel 2014 più di 8.000 persone si sono rivolte a quest'azienda, e solo per il 10% circa di questi è stato ritenuto opportuno avviare una pratica legale; da tenere presente inoltre che il cliente non è obbligato ad anticipare soldi per le spese vive, di cui in caso di soccombenza Obiettivo Risarcimento si fa carico, unitamente a tutte le altre spese processuali.

Articolo correlato: Quanti morti per la malasanità? di Marcello Crivellini, esperto nell'analisi degli errori sanitari e docente di Analisi e Organizzazione di Sistemi Sanitari al Politecnico di Milano.
Leggendo questo articolo, datato 2013, troverai una verità molto diversa da quella solitamente divulgata dalla categoria medica: si parla di 45.000 decessi all'anno EVITABILI e circa 500.000 invalidità permanenti EVITABILI. Numeri decisamente più grandi rispetto ai parametri definiti fisiologici, se paragonati con altri stati del primo mondo.
In Italia abbiamo lo stesso numero di eventi avversi evitabili degli USA, che ha una popolazione di 6 volte superiore. In Italia c'è solo da migliorare per diminuire questi eventi, ma qualcuno è più interessato a censurarli, riuscendoci molto bene. Verosimilmente i dati veri rimangono volutamente nascosti a causa dei medici colpevoli di malasanità che mentono ai loro pazienti con un "lo deve fare" o "è stato fatto tutto il possibile", a causa della frequente omertà dei colleghi, col risultato che spesso il paziente non sa e non saprà mai di essere stato vittima di un errore e di aver diritto a un risarcimento. I mass-media divulgano solamente i fatti più eclatanti, che sono solo la punta di un Iceberg.

19 dicembre 2018

Come inviare una raccomandata senza busta con più fogli?

Come è noto, la raccomandata con ricevuta di ritorno è una lettera (o un pacco) il cui ricevente, al momento della consegna, deve firmare una ricevuta, che tornerà in mani del mittente, che la conserverà come prova dell'invio, tipicamente da esibire in tribunale come prova; se il destinatario non la ritira entro un certo lasso di tempo, la raccomandata è legalmente da considerarsi come consegnata e letta comunque.

(NB: la ricevuta di ritorno prova la data di ricezione solo se la raccomandata è stata spedita tramite Poste Italiane, come stabilito dalla sez. civile della Cassazione con la sentenza n. 26778/2016; inoltre in un processo non può essere sostituita se non provvisoriamente dalla stampa della ricevuta in caso di raccomandata online inviata tramite il sito delle Poste, e comunque presentata non più tardi di 5 giorni prima delle prima udienza, come stabilito Cassazione, con l’ordinanza 19387/2012)

Ma come evitare che il destinatario affermi di aver ricevuto una busta vuota?

Si elimina questa eventualità inviando non una busta contenente una lettera, ma una lettera ripiegata in tre parti e spillata o, meglio ancora, fermata con colla o nastro adesivo per evitare una spesa aggiuntiva dovuta alla possibilità di problemi meccanici dei sistemi di smistamento che potrebbero comportare l'intervento di un operatore.
Il rettangolo ottenuto avrà le dimensioni di una busta; il messaggio per il destinatario dovrà risultare all'interno, e all'esterno rimarrà la parte su cui, come in una normale lettera, verranno riportati il destinatario da un lato e il mittente dall'altro.

E se il testo è particolarmente lungo, impossibile da inserire in una sola facciata e/o si devono includere degli allegati... come si struttura questa raccomandata senza busta?

Già, perché usando il primo foglio ripiegato come busta artigianale e inserendovi gli altri fogli, torna il problema di cui ho parlato all'inizio: il destinatario potrebbe dichiarare di aver ricevuto un solo foglio, quello che fa da involucro e che contiene solo una parte della lettera.

Il problema non si risolve spillando i fogli insieme, mi pare, dato che il destinatario potrebbe separarli usando un cavaspilli e sostenere di aver ricevuto un solo foglio (bucato).

Né si risolve scrivendo nella pagina più esterna tipo "Il presente documento si compone di N fogli...". Ho letto questa idea di un utente che sosteneva che così facendo, se il destinataro nega la presenza di altri fogli si potrà fare reclamo alle Poste per manomissione del plico. Reclamo inutile in realtà, perché è la parola del destinatario contro quella di Poste Italiane, e soprattutto perché potrebbe essere troppo tardi: magari questa contestazione viene mossa dal destinatario solo nel corso di un processo.

A qualcuno (oltre che a me) è venuto in mente di usare un unico foglio A3 da ripiegare, foglio in grado di contenere più scritte. Ma in questo caso il destinatario potrebbe tagliarlo e ridurlo così in un formato A4 che contiene indirizzi e timbro, e sostenere di aver ricevuto un A4 senza le altre parti del foglio, che avrà distrutto. Il giudice del tribunale potrebbe essere assai propenso a credergli, perché solitamente le lettere vengono inviate proprio in formato A4.

Quindi a quanto mi risulta gli unici modi per dimostrare inequivocabilmente l'invio di più fogli sono i seguenti:

a) Inviare più raccomandate senza busta, una per ogni foglio, scrivendo in ciascuna il riferimento alle altre.

b) Ci sarebbe poi un metodo di mia invenzione (e però vedi aggiornamento sotto). Un metodo che potrebbe sembrare bizzarro, ma conveniente se i fogli sono molti, e soprattutto un metodo che mi pare non avere migliori alternative se si devono spedire oggetti diversi da semplici fogli: all'interno dell'ufficio postale, creare un filmato in presa continua in cui si veda dettagliatamente tutto quello che viene spedito, e in cui si vedano i particolari della spedizione stessa, e cioè la preparazione del plico o pacco, la consegna all'impiegato, il timbro e il codice dell'affrancatura. Il tutto facendo attenzione a che nessun oggetto, una volta inquadrato, esca mai dall'inquadratura, altrimenti il destinatario potrebbe sostenere una sua sostituzione prima del rientro all'interno dell'inquadratura.
Come dicevo, questo potrebbe anche essere il sistema a cui ricorrere se si vuole inviare un oggetto, ad esempio un libro (in questo caso si dovrebbe includere nel filmato la scena in cui si visualizzano tutte le pagne, sfogliandole una ad una, per impedire che il destinatario sostenga di averlo ricevuto danneggiato).
Aggiornamento: Un mio amico mi ha scritto: "Dovevo spedire una busta ordinaria. Mi recai all'ufficio postale e feci tutto, timbro compreso. Alla fine chiesi all'operatrice di fare una foto, con il timbro, lei mi rispose, che subito dopo timbrato non era possibile fare filmati o foto."
Beh, allora io poi BOH. Se ti vengono idee, scrivilo nello spazio dei commenti e te ne sarò grato.

...Ma se si usa la PEC (posta elettronica certificata)? Tutti i problemi se ne vanno?

Non tutti, almeno nel momento in cui sto scrivendo questo articolo.
Se ne va il problema della lunghezza del testo, visto che si può scrivere quanto si vuole nel corpo di una email.
Rimane però il problema degli allegati, perché come ho saputo grazie a discussioni con esperti in campo legale e informatico, la ricevuta di ritorno di una email PEC ti fornisce la prova dell'invio del corpo dell'email, ma non degli allegati... mancanza che spero verrà sanata prima possibile.

12 dicembre 2018

Un unico acquisto su Amazon con due carte di pagamento

Nessun sito di e-commerce che ho visitato consente di frazionare il pagamento, consentendo al cliente di pagare con due o più carte (di credito o ricaricabili). Nessuno, compreso Amazon. Ma con Amazon c'è una scappatoia che consente di risolvere questo problema.

Sì, potrebbe essere un problema, nel caso ad esempio in cui tu voglia per qualche motivo spendere tutti i quattrini che hai in una carta ricaricabile prima di disfartene, sapendo però che non sono abbastanza per acquistare il prodotto che desideri. Oppure nel caso in cui tu e un'altra persona vogliate pagare qualcosa a metà senza bisogno che uno dei due rimborsi l'altro maneggiando contanti (che sono sporchi, si sa, poi tocca lavarsi le mani).

Ebbene, il TRUCCO (quanto piace questa parola ai blogger acchiappafessi) consiste nel fare, prima dell'acquisto dei prodotti, un acquisto di un buono regalo con una delle due carte di pagamento. Si tratta di una ricarica, come quelle per il credito telefonico, o per le stesse carte prepagate. La quantità di quattrini da ricaricare dovrà corrispondere a quanti quattrini vuoi spendere da quella carta lì.

Ecco come fare utilizzando l'interfaccia da computer, almeno così com'è mentre sto scrivendo questo articolo:
  • Effettua l'accesso sul sito di Amazon con tua email e password
  • Clicca su Account e Liste
  • Clicca su Buoni Regalo e Ricarica
  • Clicca su Ricarica il tuo account
  • Clicca su uno degli importi pre-impostati oppure, nella casella sulla destra, specifica un importo
  • Scegli la carta di pagamento che vuoi usare per effettuare la ricarica
  • Clicca sul tasto giallo in basso, nel quale troverai scritto "Ricarica [cifra da te decisa]" 
...Adesso è il momento di eseguire l'acquisto dei prodotti. Mettili nel carrello come già sai fare e, nella schermata finale, dove vedi sulla destra dello schermo c'è il tasto "Acquista ora", accertati che sotto a questo tasto ci sia la voce "Buono Regalo".
Devi inoltre accertarti che, alla stessa pagina, alla voce "Modalità di pagamento" figuri l'altra carta, quella con cui non hai acquistato il buono regalo.

Nota: questo TRUCCO (yes, trucco, trick, tip) ha un limite: non si può usare una frazione del buono regalo. Ovvero se prima di tutta questa operazione avevi già nel tuo account un buono regalo di 20 euro e acquistando un buono regalo di 30 euro adesso hai 50 euro nel tuo conto Amazon, non è che puoi dire "Utilizzo 30 euro di buoni regalo e gli altri X euro li prendo dalla carta ricaricabile". Un buono regalo lo utilizzi oppure non lo utilizzi. Se lo utilizzi, al tuo conto Amazon verrà sottratto tutto l'importo della spesa e, se il saldo va sotto zero, allora il sistema preleva i rimanenti euro che devi pagare dalla carta.

02 dicembre 2018

I troll-post per far abboccare gli xenofobi sono dannosi

Un mio FB-friend stamattina ha condiviso questo post di Francesco Lancia, un utente che ha curiosato sul diario Facebook di un gommista di Monte San Savino, autore di un omicidio di un ladro che si era introdotto nel suo capannone, e di cui i media hanno parlato molto in questo periodo. Scorrendo fino a quasi 2 anni fa ha notato questo post, accorgendosi che l'uomo era cascato in uno scherzo a cui abboccano tipicamente gli xsnofobi affrettati:


Francesco ha affermato che pubblicare scherzi del genere...

...è come avvicinarsi a un naziskin e dirgli "Lo vedi quel nero laggiù? Mi ha detto che si scopa tua madre". Quando poi torni dagli amici a gustarti da lontano i divertentissimi effetti dello scherzone, cerca di ridere forte così avrai maggiori possibilità di coprire il rumore delle ossa del malcapitato che si rompono.

Un po' esagerato, credo.

...Almeno se parliamo di Italia e paesi con un minimo di... stavo per dire alfabetizzazione, ma no, non è la parola giusta. Paesi abitati da persone con un minimo di intelligenza? Beh, certuni sono davvero terra terra. Senso civico? Boh.

E insomma, diciamo... almeno se parliamo di Italia e non di paesi come l'India, dove alcuni mesi fa una bufala ha davvero provocato degli omicidi.

Ma appunto, torniamo a parlare di Italia.

Un post del genere, o anche molti post del genere non possono essere così direttamente dannosi. Le opinioni influenzano le azioni, ma sono comunque cose ben diverse. Un' azione di una certa pesantezza è molto molto più influenzata dal proprio vissuto che dal proprio credo politico. Negli ultimi anni c'è una grande propaganda che fa percepire agli italiani una sicurezza più bassa di quella che effetivamente sussiste; una propaganda fatta di slogan e frasi imbecilli come "la difesa è sempre legittima". Ma anche se non ci fosse stata questa propaganda, il gommista sansavinese avrebbe sparato lo stesso. Infatti, se non parliamo di persone abituate a ammazzare, sparare a qualcuno è un'azione che può venir fuori soltanto a causa di una forte esasperazione, dovuta alla propria esperienza, e non a chiacchiere al bar, in TV o su Facebook. L'uomo ha sparato perché esasperato dalle molte incursioni dei ladri che aveva subito. Non perché ha maturato una convinzione leggendo sentendo parlare qualcuno.
 
Diciamo che fare troll post del genere è da stronzetti come parlare con uno straniero che vuole imparare l'italiano e suggerirgli parole scorrette. Diseducativo e a una certa età non più divertente.
Un altro esempio: se vedo una persona affetta da demenza che dice o fa cose strane e un quindicene ci ride, posso capirlo, ma io nella maggior parte dei casi lo trovo solo triste. Stessa cosa, a sto punto, per gli webeti che certi troll si divertono a prendere in giro, divertiti dal fatto che il loro desiderio di indignarsi è costantemente troppo forte per accorgersi che quel negro sia in realtà Martin Luther King e quel caucasico sia in realtà il criminale Charles Manson.

Ecco perché, senza drammatizzare come ha fatto Francesco, auspico che a questi scherzi ai danni delle persone superficiali venga posta fine. Sono stati divetenti in passato, ora basta. Perché un certo danno, a lungo termine, lo fanno eccome.
Se da una parte per qualcuno può essere divertente abbindoalre i polli per poi deriderli, dall'altra non bisogna chiudere gli occhi di fronte alla conseguenze di scherzi del genere moltiplicati per milioni di utenti utonti.

Lo so che li detesti, gli xenofobi superficiali, populisti e tutto il resto, ma questo non ti autorizza a diseducarli ulteriormente. Infatti in molti casi non vengono raggiunti da nessun commento che fa capire loro lo scherzo (come nel caso in questione nel momento in cui sto scrivendo) e altre volte comunque no, non hanno alcuna voglia di fare un passo indietro e ammettere di aver sbagliato. Rispondono tipo "Ok, ma potrebbe essere successo". Una volta uno mi ha detto "Lo sapevo, ma è una rappresentazione". Quindi il rinforzo del loro credo ha avuto luogo, e tu, autore dello scherzo, fra le tante risate, non ti accorgi che sei anche tu una piccola parte del problema.

Perché se dire cazzate che vengono buffamente prese per vere non spinge una persona a sparare, la spinge a atteggiarsi in un certo modo con gli altri e lo spinge a votare una certa parte politica basandosi su informazioni false.

E il diritto di satira?

La satira va bene quando ad esempio lo spettatore guarda un comico o legge una vignetta ed è al corrente che si tratta di satira. Se non è al corrente (ad esempio se non lo capisce), non è uno spettatore di satira, è una persona che viene presa in giro e disinformata, e non solo per colpa della propria superficialità.

A questo proposito riporto due commenti sotto al post di Francesco...

Daniele:

La satira è tale quando è dichiarata e contestualizzata. Il Trolling è l'esatto opposto.
Lo abbiamo dimostrato ampiamente che l'internet è pieno di cliccoscimmie, non c'è più bisogno di "rivelarlo".
Il contesto è cambiato, il contesto è che le cliccoscimmie stanno superando la soglia del pericolo sociale, e che stuzzicarle sui social influisce molto sulle conseguenze nella vita vera.
Se vogliamo chiamarla "satira di bassa lega" non c'è problema, purché la definiamo:
la satira di bassa lega è satira ignorante che non capendo il contesto in cui si muove fa casino, come fare tiro con l'arco, ma da ciechi e dentro un asilo.


Simone:
No, non è nemmeno satira di bassa lega, è solo un tipo di umorismo becero per bambini, come le scorregge e le parolacce. La satira è critica, ironia, comicità che mette in risalto i lati negativi dell'argomento di turno, è tutto questo e anche di più. Il trolling, soprattutto QUESTO tipo di trolling, è un modo becero di prendere in giro gli ignoranti. Come scritto qualche commento sotto, andare da una persona priva di istruzione a sbeffeggiarla con il proprio bagaglio culturale è come andare vicino a una donna per fare la gara a chi ha il pisello più grosso. L'ignoranza non va sfottuta, va combattuta e prevenuta.

18 novembre 2018

Il venditore Steve Jobs idolatrato, il genio Dennis Ritchie ignorato

Dal post Del mio amico Federico su Facebook e qualche suo commento... Buona lettura.

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Ebbene si, lo dico. So che sarò impopolare ma sono allergico a Mac.

Ieri ho passato due ore cercando di estrarre una banalissima presentazione da un Ipad per passarlo sul computer della sala conferenza. Ho scoperto che:
  • Collegato via usb condivide solo una stupida cartella foto, peraltro bloccata ed immodificabile
  • Non esiste modo di configurarlo come "storage device" e montarlo come una banale chiavetta
  • Non esistono app premontate che permettano di accedere al disco interno e trattare i file come file. Ci sono solo oggetti di proprietà esclusiva del programma che li ha generati
  • Il pairing Bluetooth avviene ma non serve a niente. L'ipad rifiuta qualsiasi trasferimento in entrato o uscita verso dispositivi non Apple
  • L'OTG, questo sconosciuto.
  • L'unico modo ufficiale per esportare file è tramite quel cesso di ITunes, ovvero mettendo i tuoi files a disposizione di Mr Jobs (dec)
  • Itunes per pc è noto essere peggio degli innesti Borg di Star Trek... Non te ne liberi più e vieni assimilato. Non ridete Maccari, voi siete assimilati alla nascita.
  • L'onesto tentativo di installare la app Dropbox e trasferire la presentazione via cloud ha portato ad una bella finestra "work in progress" che mi ha tenuto compagnia per 20 minuti. Il collegamento era tramite fastweb..
  • La mia collega ha poi "mimato" le sue diapositive.
Conclusione: Android forever!

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Aggiunge nei commenti:

Apple é indiscutibilmente un trend setter, nel bene e nel male. Ha fatto nascere il concetto di smartphone e di tablet, ottimo. Il problema è che hanno una politica commerciale, d'assistenza, di value for money e di struttura del loro software che reputo molto negativa e che molti altri produttori finiscono per copiare. Quindi, anche se non sono un utente Apple, mi ritrovo poi in un mondo fatto da cellulari con batterie sigillate, con notch orrendi, con accessi root bloccati, senza schede SD di upgrade e sistemi operativi WIndows che hanno le icone sempre più grosse e colorate e sempre meno accesso alle impostazioni, a funzioni customizzabili. Il motivo per cui non ritengo affatto che Steve Jobs sia questo gran genio é perché ha creato nuove necessità dove non c'erano piuttosto che trovare nuove soluzioni a problemi irrisolti. Sono un fan di Elon Musk: quando tutti tiravano fuori auto elettriche che nessuno avrebbe mai comprato perché facevano i 50 km/h, erano in vetroresina, a forma di Bondì motta e pitturate di giallo e verde lui ha sviluppato una roadster strafiga che faceva da 0 a 100 in 3,9 secondi. Improvvisamente l'auto elettrica era il sogno di molti ed un prodotto che sostituiva una vecchia tecnologia. https://www.youtube.com/watch?v=hGedskcjGow&t=277s

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Federico segnala anche il canale Youtube di Louis Rossmann, che presenta un mondo abbastanza agghiacciante da scoprire riguardo alle caratteristiche dei prodotti Apple.
Louis ripara computer sostituendo singoli componenti elettronici (usando un microscopio) anziché cambiare intere schede. E spiega come i prodotti Apple e soprattutto le loro politiche di assistenza rasentino la frode.

E nonostante i prodotti Apple, a parità di prezzo siano tutt'altro che superiori ai prodotti su cui girano Android e Windows, continuano ad esistere fan sfegatati senza se e senza ma che venerano quest'azienda, e compiangono Steve Jobs, il cui principale lavoro è stato fare marketing. Molto meno noto e idolatrato, invece, è stato Dennis Ritchie (morto 7 giorni dopo Jobs), i cui meriti sono stati infinitamente maggiori.

Ecco un confronto fra i due...


Meriti di Steve Jobs:

- aver commercializzato (non inventato) gli "iProdotti", fra cui gli iPhone, che soffrono di una evidente obsolescenza programmata
- aver commercializzato (non inventato) computer portatili super-costosi (meno prestanti dei PC che si possono acquistare con la stessa cifra)

Meriti di Dennis Ritchie:

- aver dato un contributo fondamentale per sviluppare il sistema operativo "Unix"
- aver inventato il linguaggio di programmazione "C"
- ...da cui sarebbero derivati Linux, Android, JavaScript, C++, e una gran mole di software tutt'ora usata nella tecnologia della rete Internet e in vari programmi...
- ...Ad esempio le prime versioni di Windows erano basate su "C", e Mac OS e iOS sono basate su "Unix".

11 agosto 2018

I lamentatori del "razzismo all'incontrario"

Oggi un mio FB-friend ha postato questa immagine, ragffigurante una pagina del giornale "Il Tempo" dei giovedì scorso.


Nonostante la cattiva qualità dell'immagine sono riuscito a leggere quasi tutto l'articolo di Grazia Maria Coletti, di cui non mi pare sia reperibile una versione testo online.

Già, quasi. Non riesco a leggere l'intero paragrafo iniziale.
"Dov'era quella che oggi se la prende con... la brava addetta di Tremont" ?? Boh. Comunque:

"Dov'era quella che oggi se la prende con [...] quando io venivo massacrata di botte da un gruppo di zingarelle alla fermata metro di Piazza di Spagna?" È una domanda che contiene già la risposta [...]".

Ah, una domanda retorica intendevi, eh, Grazia Maria? Brava, sì. Ho capito quello che volevi dire.
Ma è solo una domanda retorica, sai. È anche e soprattutto una domanda stupida nel momento in cui viene scritta su un giornale.

Cioè è comprensibile finché viene posta dalla vigilessa Claudia Macrì, che ha subito una violenza e che non ha avuto alcun risarcimento e vede continuare a delinquere le colpevoli, impunemente, purtroppo.

Ma è offensivo per l'intelligenza del lettore vedere queste emozioni riportate su un giornale e usate per strizzare l'occhio al razzismo e alimentare uno dei fantasiosi cavalli di battaglia degli xenofobi: il razzismo all'incontrario.

Vogliamo proprio dare sfogo a quella voglia matta di far confronti infantili del tipo "E allora te? E allora io?" che sembrano consentirci dire chi è il vero razzista e nei confronti di chi? Ma sì, dai, facciamo i confronti.

Dovrei davvero capire quali erano esattamente le parole che non riesco a leggeere all'inizio dell'articolo, perché così riuscirei a capire a chi faceva riferimento la vigilessa. Ma finché qualcuno non mi avrà fornito i dati mancanti, mi soffermo sul titolo dell'articolo, che parla genericamente degli "indignati di oggi".

La giornalista chiede dov'erano queste generiche persone, gli indignati di oggi. Ma che gliene importa? Saranno stati a lavorare, a leggere, a allenarsi in palestra. Cosa avrebbero dovuto fare? Indignarsi? Sicuramente molti di loro l'hanno fatto. Molti di loro si saranno arrabbiati per l'aggressione impunita ai danni della vigilessa e avranno condiviso sui social network uno o più articoli di giornali online che ne parlavano.

O davvero pensa che esista un numero rilevante di persone che rimane indifferente a notizie del genere? Io non ne conosco neanche una, né di destra né di sinistra, né di quelli che si dicono né di destra né di sinistra.

Per quanto riguarda i mass media, comunque, gli episodi di cronaca di violenza che di solito vengono evidenziati di più sono quelli che sortiscono gravi lesioni (e questa vigilessa non ne ha avute) e che sono di matrice razzista. E no, in Italia fra le motivazioni che spingono un non-caucasico a picchiare un caucasico non c'è il razzismo, a differenza che in certi ghetti degli USA).

Ecco, dunque, perché fanno più notizia eventi in cui si è usata violenza contro persone di razza diversa: per il fatto che in quel caso  c'è una (per lo meno possibile) matrice razzista. Negli episodi in cui la violenza è in direzione opposta, no.

Certo, secondo me notizie come quelle riguardanti delinquenti impuniti (di qualsiasi razza) dovrebbero essere oggetto di maggior trattazione, per far capire quanto male la giustizia italiana funzioni nei confronti di chi (indipendentemente dalla razza) è ufficialmente nullatenente o non punibile per la giovane età.

Ma la disparità fra la portata mediatica dei due tipi di notizia non c'entra nulla con presunto razzismo all'incontrario. Che fra l'altro non avrebbe alcuna ragione di essere: a che pro delle persone di una certe etnia potrebbero voler remare contro la propria razza a favore di un'altra?

Perché così si beccano i voti dei negri, perché sono comunisti, perché bla bla bla. Tutte stupidaggini. Anche la persona più cosmopolita e comunista di questo mondo odia vicende come quella accaduta alla Macrì.

Dunque il razzismo all'incontrario sortisce sempre da un confronto inadeguato, una forzatura. Che si sbugiarda in pochi secondi, in questo modo: la domanda "dov'eravate?" è rivolta solo a chi si è indignato degli episodi ai danni di stranieri. Perché proprio a loro e non, ad esempio, a quelli che si sono indignati per un pestaggio ai danni di un professore? La lamentela avrebbe potuto essere del tipo: "Tutti amano i professori e le vigilesse vengono messe in secondo piano!"
E invece no. Ogni volta che viene pestato un caucasico, dagli a quegli stupidi degli antirazzisti, perché i veri razzisti sono loro, contro gli italiani.

E invece no. È questo modo farlocco e disonesto di denunciare e di lamentarsi, che è razzista. E questo articolo di giornale, che addirittura sopra al titolo scrive fuori argomento "Emergenza nomadi" è proprio un capolavoro di schifezza.

10 agosto 2018

Umanitàmtàm, iniziativa per cambiare il mondo educando i bambini

Umanitamtam è un’iniziativa mia e di Valentina che ha lo scopo di migliorare il mondo partendo dagli adulti di domani: i bambini e i ragazzi delle scuole primarie e secondarie. Vogliamo diffondere fra loro il senso civico e metterli più possibile al riparo dall’idea secondo cui siccome il mondo è sempre stato una giungla, significa che lo sarà sempre. Non è così.

Diffondere il senso civico principalmente fra i bambini e i ragazzi delle scuole primarie e secondarie... ogni tanto i politici lo dicono, che è un argomento importante, e che ad esempio la mafia e la disonestà sono problemi culturali che si possono risolvere iniziando dai giovani, nelle scuole.

...Ma nella pratica, accade? Quasi mai.

Umanitàmtàm vuole trasformare queste parole in fatti.

Questo è essenziale affinché il mondo cambi in maniera volontaria e non costrittiva. Infatti la cultura della lealtà e della cooperazione non possono nascere solo grazie alle leggi, che servono per obbligare le persone a comportarsi in un certo modo, che possono essere aggirate o comunque viste come un ostacolo al naturale comportamento della persona. È necessario che gli adulti di domani desiderino collaborare costruttivamente, con solidarietà e amicizia nei confronti della comunità di cui si fa parte, consapevoli che conviene a tutti.



Le migliori leggi del mondo sono niente in confronto a un diffuso del senso civico che diventi non più l’eccezione, ma la normalità.

Guardiamo in faccia alla realtà e alla storia. Queste ci insegnano che è irrealistico pretendere di avere un mondo migliore a breve, scrivendo quella legge geniale, di quelle che si sbandierano in campagna elettorale e che risolverà tutti i problemi in tre mesi. Accettiamolo: i veri frutti del nostro lavoro si vedranno fra 20 o 40 anni. È vero, ci vuole pazienza, ma per lo meno così il cambiamento ha una qualche possibilità di realizzarsi.



Ci rivolgiamo ai bambini e ai ragazzi perché purtroppo la maggior parte degli adulti non vuole cambiare: ritiene il cambiamento irrealizzabile o scomodo. Chi ha deciso di condurre una vita rinunciataria, o disonesta, o queste due cose insieme, non lo si recupera, inutile provarci. Inutile provarci sia con i grandi delinquenti, sia coi cosiddetti "furbetti" che in qualche modo cercano di fregare gli altri appena possono nella vita quotidiana.

Certo, esistono gli adulti che vogliono un cambiamento e lo credono possibile; spero che tu sia fra questi e che tu capisca l’importanza di cambiare il mondo a partire dai bambini e dai ragazzi. Se è così,

visita il sito www.Umanitamtam.org.

Leggi i particolari della nostra iniziativa e, importante, la pagina in cui vengono spiegati i vari modi in cui potresti darci una mano in modo diretto o indiretto.

Per adesso ti ringraziamo se:

07 agosto 2018

Un insegnante completamente incompetente può essere licenziato?

Ok, lo so, è quasi impossibile licenziare un impiegato pubblico.

Ma mettiamo ad esempio che un professore, dopo un trauma cranico, o un qualche shock, o boh, inventatevi voi la cosa, si riveli un PERFETTO incompetente nella materia che gli è stata assegnata. Non sa nulla. Zero virgola zero. Spiega leggendo pari pari il libro, senza capirlo, e dà voti palesemente a caso. Tipo dà 5 a un compito pressoché identico a un altro a cui ha dato 8.
E mettiamo che gli alunni chiamino il preside a testimoniare che le cose stanno proprio così. Ad esempio durante le lezioni al prof vengono fatte delle domande semplicissime, sulla sua materia, a cui non sa rispondere.

Neanche in questo caso è possible che il professore non venga licenziato?

Beh, si fa per chiacchierare eh. Mica penserete che ciò che vi ho chiesto di immaginare sia ispirato a una storia vera.

E intendo la cosa in teoria, chiaro. Lo so che in pratica far licenziare un insegnante è un'impresa impossibile a meno che non abbia tipo accoltellato cinque alunni.

L'anno scorso posi questo quesito su Facebook e qualche amico mi ha risposto.

Giulio dice che un ricercatore (essere ricercatore significa aver fatto il primo passo per diventare prof universitario) si presentava a lavoro dalle due alle quattro ore alla settimana, generalmente all’ora di pranzo. Lo sapevano quasi tutti. Conseguenze: 0

Nicholas ha risposto che si può chiedere al provveditorato di intervenire ma che nella migliore delle ipotesi l'insegnante viene spostato su altro istituto. Ha riportato l'esperienza di sua sorella: l'insegnante di italiano faceva 4 giorni di malattia, 2 di lavoro, 4 di malattia, 2 a lavoro e così via. Niente compiti, né interrogazioni. I genitori degli alunni chiesero la rimozione dell'insegnante, cosa che avvenne solo a fine anno.

Ma questi sono casi di cattiva condotta dell'insegnante, certo deplorevole, ma quello che chiedevo io era un'altra cosa. Io parlavo di appurata incompetenza. Beh, comunque sia immagino che le conseguenze non differiscano.

Ha risposto inoltre Filippo, che ha linkato la pagina di Wikilabour "Licenziamento per giustificato motivo oggettivo", e più precisamente il paragrafo "Licenziamento per sopravvenuta inidoneità allo svolgimento della mansione".
Però come si dovrebbe dimostrare la idoneità di un professore?
Non dico in pratica, eh. Lo so che in pratica è impossibile. Chiedo sempre in teoria.
Si dovrebbe fare un esposto a un organo competente affinché il professore venga interrogato sulla sua materia o cos'altro? Fornire all'organo competente registrazioni in cui il professore fornisce dati errati sulla sua materia?

Boh. Se sai dare una risposta per favore scrivila nello spazio dedicato ai commenti qui sotto.

05 agosto 2018

Buonista

Nel vocabolario online Treccani c'è. Sì, c'è "buonista", sul Treccani.

Sigh.

Una volta per sapere se un termine esisteva / era corretto si guardava se era presente nel vocabolario.
Oggi per vedere se un vocabolario è fatto bene si guarda se annovera una parola inventata da degli scemi.

E il team Garzanti com'è messo?

Vedo che anche sul sito Garzantilinguistica c'è "Buonista", le cui definizioni sono "che dimostra, è improntato a buonismo" e "che, chi privilegia una condotta improntata a buonismo". E però "buonismo" non c'è. Forte, ragazzi.

Che dire sulle origini della parola "buonista" ?

Mi pare che sul web non siano disponibili informazioni su chi di preciso abbia inventato questo termine.

In compenso Federico Faloppa, docente di Storia della Lingua Italiana e Sociolinguistica, ha affermato che "buonista" / "buonismo" vennero usati per la prima volta in Italia intorno al 1993, con riferimento all'atteggiamento di tolleranza verso gli avversari politici adottata da Walter Veltroni (fonte: https://www.cartadiroma.org/news/buonisti-o-cattivisti/).

Oggi il termine "buonismo" viene invece usato in senso dispregiativo per indicare una persona che non si fa prendere in giro dai politici beceri che si appellano agli istinti di rabbia, paura e vendetta. In senso dispregiativo, capito?

25 luglio 2018

La storia la scrivono i vincitori comunisti?

La storia la scrivono i vincitori?
Ci sono i complottari, ci sono i negazionisti, ci sono i "te lo dico io com'è andata", e fra questi ci sono quelli che dicono che la storia la scrivono i vincitori.

Questo proverbietto potrebbe essere veritero se la parola "storia" significasse "i discorsi da bar sulla storia", o "le citazioni sulla storia dei politici in campagna elettorale", o "le nozioni di storia della scuola superiore che la maggior parte di persone si ricorda dopo aver definitivamente smesso di studiarla".

Ma la parola "storia" non significa questo.

Certo, esiste, a causa delle tendenze ideologiche di politici e politicanti, la propensione a evidenziare alcuni fatti storici, mentre altri vengono minimizzati, ridimensionati o addirittura messi in dubbio o negati.

Ma nessuno, durante o dopo la seconda guerra mondiale, ha bruciato ed eliminato i altro modo la documentazione che ci consente di conoscere verità complesse e dettagliate.

Si può discutere su quanto siano giusti o sbagliati il tuo o il mio credo politico, ma non si possono giustificare le proprie tesi dicendo che semplicemente "la storia la scrivono i vincitori, quindi quello che fino a ora hai creduto di sapere probabilmente è falso e bah, chissà com'è andata, dammi retta, probabilmente è andata in quest'altro modo, dai retta a me".

Do retta a te? Perché mai dovrei?
Anche ammesso che la documentazione storica sia stata selezionata e manipolata, chi sei tu per ricostruirne i pezzi mancanti con tanta sicurezza?

Un po' come dire che siccome in una storia di terrorismo c'è qualche punto oscuro, che vede i terroristi comportarsi in maniera insolita, o realizzare cose che di solito non sono in grado di realizzare, allora i giornali ci hanno detto un sacco di bugie e quindi di sicuro l'atto terroristico è stato organizzato dagli americani.
 
Lo pseudo-storico autodidatta è in malafede oppure non sa distinguere due situazioni molto diverse fra loro:

1) la mancanza di documentazione storica disponibile, o sua alterazione
2) il non aver studiato abbastanza.

Con il dilagare dei movimenti neofascisti o di opinioni riduzioniste sulle responsabilità di Benito Mussolini, secondo cui il fascismo è stato per l'Italia vantaggioso o comunque la cosa meno peggio, c'è un grande bisogno di ribadire che il vero problema di oggi fra i due elencati sopra è il secondo, non il primo.

La storiografia è una scienza. Non dà spazio ad opinioni. Esistono precisi criteri che ci consentono di distinguere una tesi storica degna di credito, una tesi senza solido fondamento e una tesi falsa. Proprio come esistono criteri che consentono di leggere uno studio scientifico e individuare il livello di evidenza delle sue conclusioni.
Sono criteri complessi, che possono essere padroneggiati e messi in pratica da persone che li hanno studiati, e non dal primo scemo che dice "Te lo dico io com'è andata", o "Leggiti questo link e informati". Se un argomento ti interessa e vuoi pronunciarti senza l'alto rischio di sparare stupidaggini antiscientifiche e antistoriche non ti devi "informare". Devi studiare.

Ma purtroppo qualcuno crede che 2 ore di navigazione su un sito di un fascistoide o di un negazionista possano portare a una conoscenza maggiore di quella contenuta nei libri di storia e nella documentazione a cui i loro autori hanno attinto e a cui può attingere chiunque.

Purtroppo qualcuno ogni tanto tira fuori il proverbio "la storia la scrivono i vincitori", che è vero solamente all'interno dei regimi totalitari, dove c'è il divieto di diffondere informazioni scomode al governo, divieto che per fortuna ad esempio in Italia non vige.

La storia non la scrivono i vincitori. La scrivono gli storici.

E se escludiamo i paesi totalitari, la storia non viene diffusa da tifosi e non c'è discordanza fra storici delle varie parti. Ad esempio gli storici appartenenti a una nazione che ha perso una guerra non sono in disaccordo con gli storici della nazioni che l'ha vinta.

Questo perché la storia non è fatta di chiacchiere, ma di documenti e della loro corretta e imparziale lettura.

Ma attenzione, esiste anche un'altra obiezione: "Inutile chiedere a un laureato in storia di spiegarti com'è andata la storia del '900 in modo imparziale, perché gli studenti di storia sono tutti comunisti".

Che è un po' allo stesso livello di "Gli studi scientifici sui medicinali sono tutti pilotati dalle case farmaceutiche".

Ah, dimenticavo: "E se lo neghi sei uno di loro".

Ok. Sono antifascista e quindi ovviamente sono comunista. Come tutti, ma proprio tutti gli studenti e i professori di storia.

Ma adesso che di nuovo populismo, xenofobia e mentalità di destra rappresentano i vincitori (risultati elettorali e sondaggi parlano chiaro), vorrà dire che fra qualche anno essere anticomunista significherà essere fascista?

Boh. Non ciò capito tanto. Spiegamelo te, navigatore web della domenica, che di storia ne capisci, mica chi ha studiato.

11 luglio 2018

Puoi davvero essere amico di centinaia di persone?

Di nuovo, ho investito del tempo per risparmiare tempo. Ho dedicato qualche secondo a ogni Facebook-friend per decidere se tenerlo o cancellarlo dalla mia lista di amici (oltre 600). Poi ho pubblicato un aggiornamento di stato con un messaggio in cui spiegavo che no, almeno io non me la sento di dirmi amico di centinaia di persone, e che quindi ne avrei cancellate molte.

Consiglio a tutti di fare lo stesso. È una questione di chiarezza.

Ecco il mio messaggio...



Secondo me fra le cose che puoi aspettarti da un amico c’è il fatto che sia interessato agli eventi della tua vita e a tutte le cose di cui vuole renderti partecipe.

Se sei su Facebook, può darsi che questo sia il tuo principale mezzo per comunicare con amici che non vedi spesso. Quindi se sono tuo amico su Facebook, hai ragione di aspettarti che io guardi o ascolti i tuoi post.
Infatti che amico sono se rischio di perdermi le tue notizie, magari importanti, sia belle che brutte, e che presupporrebbero da parte mia congratulazioni o parole di cordoglio?

Insomma, secondo me presuppone un impegno, il considerarsi amico di qualcuno (non importa se su Facebook o altro luogo).

Se mi rendo conto di non essere davvero amico di una persona, e che quindi seguire le sue notizie non è una priorità, credo che cancellarla dalla lista di amici di Facebook sia un segno di rispetto, di trasparenza. Significa non volerla illudere di un rapporto che in realtà non c'è.

Questo farò a breve, rimanendo con poche decine di amici, per poter coerentemente dedicare a Facebook pochi minuti al giorno. Essere amico di centinaia di persone, almeno per me, è impossibile.

Quindi chi verrà cancellato sappia che è una questione di tempo e non di antipatia nei suoi confronti (magari in certi casi anche, ma insomma non necessariamente).

Comunque tutti (tranne le persone che ho bloccato, chiaramente) possono comunicare con me in chat se necessario, e seguire i miei post pubblici (che sono la maggioranza) andando sulla pagina del mio profilo e cliccando su "Segui"… e anche cliccando “Mi piace” sulle 3 pagine che gestisco, e cioè “Psicoperformance”, “Valdarno Salute e Fisioterapia” e Umanitamtam, di cui metto i link nel primo commento di questo video.

E, con l'occasione, ecco i link:

Pagina "Psicoperformance":
https://www.facebook.com/Psicoperformance/

Pagina "Valdarno Salute e Fisioterapia":
https://www.facebook.com/valdarnosalutefisioterapia/

Pagina "Umanitàmtàm":
https://www.facebook.com/umanitamtam/


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Ripeto, se anche tu hai centinaia di persone nella tua lista di Facebook, ti consiglio di fare qualcosa di simile. Perché sì, anche su Facebook "amico" dovrebbe significare proprio "amico" (e no, avere tanti amici su Facebook non può essere un buon modo per pubblicizzare la tua azienda). Ho parlato di questo nell'articolo intitolato "Amicizia agli amici, anche su Facebook".

24 giugno 2018

La tipica notizia inventata su un blog di bufale

Dall'esempio che riporto di seguito potrai capire come sospettare fortemente o, altre volte, dedurre al di là di ogni ragionevole dubbio, che una notizia sia falsa e diffusa solo per fare clic-baiting.

Stamattina è accaduto di nuovo: un FB-friend ha linkato un articolo del blog Euro24news.info, intitolato «Vergogna a Roma, invasa da Musulmani in preghiera. Parla l’imam “L’italia diventerà un paese islamico”», commentando così: "Teniamoli lontani".

Ho visitato la pagina dopo essermi assicurato di avere attivo il plugin "uBlock" per non far guadagnare soldi all'autore di un blog probabilmente bufalaro (e lo consiglio anche a te se farai analoghe indagini).

Segue l'analisi degli elementi che bisognerebbe TUTTI imparassero a individuare come chiari segnali del fatto che la notizia è falsa, inventata, bufala, bugia, come devo ficcarvelo in testa? Sì, mi ci arrabbio perché è dannatamente importante, non è solo chiacchiericcio da bar. Una bugia è una bugia, e se la divulghi penalizzi i tuoi interlocutori. E in particolare se la divulghi sul web penalizzi MOLTI polli come te, senza offesa per i polli, e la cosa non è da sottovalutare come spesso viene fatto, come spiegato nell'articolo "Pubblicare e condividere bufale è come rubare (non scherzo)".

Pant.

Dicevo:

1) È riportata la data dell'articolo (19 giugno 2018), ma non la data del fatto. Grande mancanza, per chi riporta una notizia. Bah, diciamo che, spacciandosi questo blog per un sito di notizie, la notizia sia delle ultime ore o degli ultimi giorni, ma...

2) ...il fatto non è riportato da nessuna testata giornalistica. Un raduno del genere, se davvero fosse accaduto e avesse coinvolto 5.000 persone, come raccontato dall'autore, di sicuro sarebbe stato segnalato anche da altre testate online e offline, cosa che non è successa.

3) Si parla di una persona senza dire chi è di preciso: l'imam che avrebbe stupidamente detto quelle parole, controproducenti soprattutto per la stessa comunità musulmana, chi sarebbe? Non ne è riportato il nome.

4) Presenza di una frase altamente supponente: "Un vero sfregio alla cultura italiana, oltre ad aver fatto scappare tutti i turisti presenti, probabilmente spaventati dalla scena". Persone che pregano possono al limite infastidire i turisti e farli spostare, non certo spaventarli e farli scappare. L'autore non si rende conto di aver offeso non i musulmani, ma l'intelligenza dei turisti.

5) La foto è di repertorio e non rappresenta l'evento, come rilevabile con Tineye, secondo cui è anteriore al 2016. Era così difficile mettere, al posto della foto di repertorio, una foto dell'evento? Sì, perché probabilmente questo evento non esiste. La notizia è inventata.

Teniamoli lontani, anche a me viene da gridarlo. Ma riferendomi ai blog bufalari come Euro24news.info, che fanno presa sull'indignazione per guadagnare con le pubblicità. "Vergogna a Roma"? Piuttosto si dovrebbero vergognare questi pseudogiornalisti, mi verrebbe da dire. Ma di cosa sia la vergogna certa gente non ha proprio idea.

Se ti sei accorto di aver condiviso su Facebook un articolo spazzatura come quello di cui ho appena parlato, è tuo dovere cancellarlo: il perché e il come è spiegato nel mio articolo intitolato "Hai postato qualcosa di errato su FB? LO DEVI MODIFICARE O CANCELLARE. Ecco come fare."

18 giugno 2018

Il maledetto uso improprio dei due punti

Due punti - uso improprio
Quella mattina del 2005, nella casa di riposo in cui lavoravo, una mia collega era assente. Aveva lasciato un biglietto con scritte alcune cose ci chiedeva di fare al posto suo. Nel biglietto c'era scritto

"Buongiorno: [...]"

Il seguito non lo ricordo. Ma pazienza, perché questo frammento è l'unica cosa importante adesso. Lo trovai divertente. Buongiorno seguito da due punti era divertente, perché dava l'idea che subito, subitissimo dopo la parola "buongiorno" dovevamo concentrarci nella lettura delle cose da fare. Insomma, sembrava che la collega, dicendo "Buongiorno" ci stesse mettendo una mano sulla testa accennando un'affettuosa carezza che una frazione di secondo si trasformava in una spinta per dirigere gentilmente il nostro sguardo sui compiti da eseguire.

Questo è l'unico uso improprio dei due punti che ho trovato divertente in via mia. Tutti gli altri siano maledetti.

In particolare quello che ho letto stamattina... Accademia della Crusca, tu quoque!

Stamattina sulla pagina Facebook della Crusca è stato condiviso questo articolo di Luca Serianni, pubblicato sul sito nel 2014.

...In cui ho letto:

"Un ERRORE DI ORTOGRAFIA non comporta un'incriminazione: però può compromettere il buon esito [...]"

Ecco.

Era da tanto che volevo gridare al mondo la mia rabbia per il volontario uso improprio dei due punti. Adesso che mi accorgo della presenza di questa deplorevole condotta anche in un articolo della prestigiosa istituzione che da secoli si occupa di lingua italiana, non voglio più rimandare.

Il significato dei due punti non è un generico "ora ti dico qualcosa in più".

Il fatto che io ti dica qualcosa in più era già ovvio. Lo capisci semplicemente dal fatto che sto continuando a scrivere o parlare.

Il significato dei due punti è

"adesso giustifico con una spiegazione ciò che ti ho appena detto".


Purtroppo, in frequenti casi come quello esemplificato (spero vivamente l'articolo sul sito della Crusca verrà corretto in seguito al mio commento su Facebook), i due punti vengono usati in sostituzione di virgola o punto e virgola.

Quest'uso dei due punti è stato inventato dai giornalisti e dai blogger per aumentare le probabilità che il lettore prosegua la lettura anziché interromperla. Fra questo e l'uso di "piuttosto che" come disgiuntivo non so quale dei due mi fa imbufalire di più.

Una volta anche ai bambini e ai ragazzini della scuola dell'obbligo veniva chiaramente insegnato che (spiegazione semplificata, ed esempio non esaustivo) non si mettono i due punti dopo un "ma" o dopo un "però". Adesso invece viene fatto, e finora non ho notato nessuno che ci faccia caso.

BASTA.

Cessate e fate cessare questo scempio.

Aggiornamento

L'amministratrice della pagina FB dell'Accademia della Crusca non l'ha presa bene e inoltre pensa che l'errore di cui ho parlato non esista. Sigh.
Altra cosa: nella discussione che è seguita nello spazio dedicato ai commenti, un po' per caso mi è venuto in mente che...

ho letto più votle altri titoli di giornale nei quali è presente l'errore opposto!
Cioè vengono sostituiti i due punti con la virgola. Oltre che omesse le virgolette. Lo fanno i giornalisti quando citano (o storpiano con riassunti mutanti) le frasi di qualcuno. Ad esempio:
 

Berlusconi, Mangano eroe
 

invece che
 

Berlusconi: "Mangano è un eroe"
 

Bleah, anche qui.

01 giugno 2018

Se vuoi lavorare per me su Timerepublik

Timerepublik, banca del tempo
[Se non sai cos'è Timerepublik clicca qui e leggi l'articolo in cui ne parlo]

Quanto scritto di seguito serve a me e a chi sta pensando di proporsi di lavorare per me su TimeRepublik; può anche servire ad altri offerenti lavoro che vogliono dare le stesse indicazioni, e che quindi possono indicare il link di questa pagina nelle proprie richieste.

Prima di iniziare a lavorare, aspetta che io ti abbia chiaramente dato l'ok per l'ingaggio.

Potresti pensare, in alcuni casi:

Ma hai solo chiesto un veloce parere, che ti sto dando con due righe! E ti ho chiesto un pagamento di 5 minuti! Perché sei così formale/pignolo/avaro?

La mia richiesta potrebbe essere arrivata a decine o centinaia di persone. Venire incontro a tutti quelli che mi hanno chiesto 5 minuti per aver eseguito il mini-lavoretto, che magari sono uno la fotocopia dell'altro, può significare una spesa di ore per un lavoro, appunto, da 5 minuti.

Se poi sei così gentile da regalarmi il tuo lavoro senza chiedermi in cambio buoni tempo - ipotizzo questo perché è già successo, in particolare quando si trattava di una buona causa come Umanitàmtàm - te ne sarò molto grato. Ma questo è un altro discorso.

Se possibile, inviami un preventivo già nel tuo primo messaggio con cui rispondi all'offerta di lavoro

Come si sa, il preventivo (che può anche consistere in un intervallo di prezzo e non necessariamente in un prezzo preciso) può essere utile a scongiurare la delusione del datore di lavoro per dover pagare molto più di quanto si aspettasse.
A differenza di quello che accade nei colloqui di assunzione, il preventivo è fra le cose di cui voglio parlare immediatamente. Questo perché le risposte all'offerta di lavoro possono essere molte, e quindi vorrei, se possibile, risparmiare il tempo necessario a rispondere alla tua risposta per chiederti un preventivo. Lo faccio qui una volta per tutte, e vale per tutte le mie offerte di lavoro su Timerepublik. Tieni conto che, anche se in misura minore, questo può far risparmiare tempo anche a te nel caso la tua offerta sia fuori budget.

Che significa "preventivo" ?

So che può essere banale, ma per qualche membro di Timerpublik non lo è stato. Su Timerepublik si scambiano esclusivamente lavoro e buoni tempo. Eppure ad alcuni, leggendo la parola "preventivo", è tornato in mente il denaro, e alla richiesta di un preventivo mi hanno risposto proprio in termini di soldi.
No: all'interno di Timerepublik la parola "preventivo", così come "pagare", sono sempre intesi in termini di compenso con buoni tempo.

Nella tua risposta alla mia richiesta, dì che hai letto questo post

Nonostante io abbia messo online questo post e abbia inviato su Timerepublik richieste con la raccomandazione di leggerlo, ho ricevuto risposte da cui si capiva che non era stato letto. Ad esempio una risposta senza un preventivo.
Quindi per favore, se hai letto questo post, specificalo chiaramente nella tua risposta, scrivendo ad esempio "Ho letto il post sul tuo blog con le varie raccomandazioni".

28 maggio 2018

Cosa non è spam - 2ª parte: Facebook

Stamattina ho invitato vari FB-friend a cliccare "Mi piace" su una pagina web da me creata, relativa a quella che ritengo una buona causa (si tratta di Umanitàmtàm, iniziativa che consiste nell'educare al senso civico gli allievi di scuole primarie e secondarie).

L'ho fatto usando l'apposita funzione di Facebook, senza inviare messaggi in chat. Ai destinatari degli inviti dunque è arrivata solo una silenziosa notifica, di quelle che fanno apparire il numerino sul mondo in alto a destra.

Ciò nonostante uno dei FB-friend che ho invitato ha reagito male malaccio. E non l'ha fatto contattandomi in chat. Ha sentito il bisogno di farlo pubblicamente: è andato nella pagina Facebook in questione e ha commentato il mio ultimo post in questo modo:

Mi hai invitato a mettere mi piace ? E perché ? In che modo potrebbe interessarmi secondo te?

Ho risposto:

Potrebbe interessarti se condividi gli intenti dell'iniziativa Umanitàmtàm.

E lui:

non so nemmeno cosa sia
E non ho voglia di saperlo, visto che per me è SPAM
 

Nota: non solo era stato lui a chiedermi di entrare nella lista dei miei amici (da cui oggi ovviamente l'ho calciato via): in passato, senza il mio consenso, mi aveva scritto proponendomi di acquistare un suo corso. Un corso di cosa? Un corso di comunicazione.

Non ridere. È una cosa brutta.
 
Una volta esistevano:

- l'utente che non si rendeva conto che fare spam è maleducato

- l'utente con più esperienza, che magari ogni tanto tentava di educare gli altri a non fare spam.

Col tempo è nato un terzo tipo di utente web: quello che bacchetta gli altri accusandoli di fare spam anche quando spam non è. E che, nei casi più matti, considera spam anche solo il tipo di invito "soft" su descritto.

Tutto ciò mi spinge a scrivere il seguito dell'articolo pubblicato 3 anni fa su cosa non è spam, in cui parlavo dei messaggi di posta elettronica. Qui parlerò di cosa non è spam su Facebook.

Premessa: per quanto possa stranamente sfuggire a qualcuno, c'è differenza fra essere amici oppure no (anche su Facebook). Se mi chiedi l'amicizia, significa che vuoi essere mio amico. Mi spiace se ti senti offeso da questa spiegazione super-banale, ma non è colpa mia se non è chiaro a tutti.

SE NON SIAMO AMICI

Se non siamo amici e io ti contatto per invitarti a fare una qualunque cosa che comporta un mio vantaggio (comprare un prodotto/servizio, spendere tempo o denaro a favore di una mia associazione, visitare una mia pagina web per dirmi cosa ne pensi, votarmi per un concorso online di poesie, venire a una manifestazione, votarmi come sindaco, etc), quello è spam. Non solo. È spam anche se ti contatto per chiederti di spendere una piccolissima quantità di tempo o denaro per una buona causa, nonostante io non ci guadagni nulla.

Infatti se tutti si sentissero autorizzati a contattare chiunque per proporre quella o quell'altra cosa, affogheremmo in un mare di messaggi che ci farebbe perdere un sacco di tempo, perché è vero che leggere un messaggio è cosa breve, ma è anche vero che sarebbero tantissimi.

Ecco perché non tutti, ma solo gli amici, possono sentirsi autorizzati a contattarti per comunicarti certe cose. Gli amici che hai sono persone selezionate, che sei disposto ad ascoltare. E sono in numero minore rispetto al numero delle persone che dispongono di una connessione Internet.

Forse stai pensando "Ma oggi giorno su Facebook si hanno centinaia o migliaia di amici, molti dei quali non si conoscono neanche!". E chi ti ha detto di accettare la loro amicizia, scusa? Accettare su Facebook l'amicizia dei non-amici significa fare un uso improprio di Facebook. Ne ho parlato nell'articolo intitolato Vuoi essere mio amico? Ne sei sicuro?.

SE SIAMO AMICI

Nota: prima di proseguire è altamente consigliato aver letto l'articolo Aspiranti amici per venderti qualcosa, una piaga di Facebook.

Se siamo amici e io ti contatto per chiederti un aiuto (un consiglio non professionale, un po' del tuo tempo per parlare e sfogarmi nel caso stia vivendo un momento di disagio, un prestito in denaro, o anche un aiuto economico a fondo perduto per me che per qualche motivo sono in difficoltà, o un contributo per una buona causa che sto promuovendo, etc), non è spam. È una delle cose che normalmente un amico può sentirsi autorizzato a fare, acconsentendo a che l'altro possa sentirsi autorizzato a fare lo stesso in una situazione analoga.

Se siamo amici e io ti contatto per fare due chiacchiere solo per il piacere di fare due chiacchiere, questo ovviamente non è spam.

Se siamo amici e io ti contatto per invitarti a cliccare "Mi piace" su una pagina Facebook (mia o di qualcun altro), pensando davvero che quel "Mi piace" possa dare un beneficio a te e non solo al proprietario della pagina, quello non è spam. È un suggerimento. È condivisione. Cosa che con gli amici è normale fare.

Se siamo amici e io ti contatto per proporti un acquisto di gruppo che fa risparmiare entrambi, quello, come potrai facilmente intuire, non è spam.
 
Se siamo amici e io, senza che tu mi abbia autorizzato a farlo, ti contatto per venderti qualcosa, quello è spam? Dipende. Se ti propongo di acquistare un mio prodotto o servizio a un prezzo maggiore di quello di costo (cioè volendoci guadagnare), la risposta è sì, è spam. Ne ho parlato nel mio articolo intitolato È spam? Ma dai! Siamo amici!.
Se invece ti propongo un prodotto o servizio il cui prezzo non dipende da me perché non decido io la struttura della cosa (tipico esempio è il multilevel marketing), allora non è spam a patto che davvero la cosa possa ragionevolmente interessare te oltre che me. Per stabilirlo occorre una certa onestà intellettuale, anche verso sé stessi; in altre parole occorre non raccontarsela (ciò che rappresenta un'opportunità fantastica, straordinaria, etc, per me non significa che lo rappresenti per te, perché no, non siamo tutti uguali).

Certo, esistono vari tipi di amicizia, ed esiste l'intelligenza di chiedere o non chiedere qualcosa di più o meno impegnativo a seconda del grado di intimità che si ha con quella persona. Altra buona cosa da chiedersi, se non si è amici intimi, può essere: "Non sentendo questa persona da X anni, è plausibile o è troppo da faccia tosta contattarlo per chiedergli Y?".

Ad esempio io ho selezionato i FB-friend a cui inviare un invito "soft" con la semplice notifica, distinguendoli da quelle a cui credo vada bene inviare anche un messaggio in chat, senza la pretesa di indovinarci al 100%. Altri, invece, non li ho contattati proprio.

Certo è che se hai chiesto tu a me l'amicizia e poi parli di spam dopo che ti ho ivitato a cliccare "Mi piace" su una pagina Facebook, non hai ben chiari gli argomenti amicizia, spam e Facebook. Invece vai quasi bene per fare corsi di comunicazione, ma col raddoppio della Z al posto della I.

17 maggio 2018

Quando una medicina è scientifica?


Credo sia sbagliato limitare le possibilità di cura della salute ai soli metodi che fanno parte dell'Evidence Based Medicine (EMB), cioè di cui è stata validata l'efficacia scientificamente con forte evidenza. Ritengo infatti che anche l'esperienza del professionista della salute e del paziente siano importanti per decidere se un metodo funziona; com'è noto, in certi casi decretare la validità scientifica di un metodo è assai arduo ad esempio a causa della varietà delle caratteristiche dei pazienti e della dipendenza dell'efficacia a seconda dell'operatore.

Questo non impedisce di avere chiaro cosa è scienza e cosa non lo è.

In questo articolo spiegherò alcuni importanti aspetti della medicina scientifica, che spesso con una stortura linguistica dispregiativa viene detta "medicina ufficiale" dai fautori di quella o quell'altra medicina alternativa, che più chiaramente potrebbe esser chiamata "medicina non scientifica" (locuzione che io non uso per dare una connotazione dispregiativa, ma giusto per onestà).
Discutendo della cosiddetta "medicina ufficiale" (o anche "medicina allopatica", termine usato spesso dagli omeopati), saltano fuori varie domande ed esclamazioni, tipo quelle qui di seguito, a cui proverò a dare una risposta.

Nota: quando al punto 7 parlerò di fasi (fase 6, fase 1-3) mi riferisco alle fasi della sperimentazione di un farmaco; se non le conosci puoi leggere la pagina che le spiega sul sito dell'Agenzia Italiana del Farmaco: Come nasce un farmaco.

1) Chi lo decide cosa è scientifico e cosa no?

Lo decide il fatto che sia stato applicato oppure no il metodo scientifico, che in ogni disciplina ha dei precisi criteri che consentono di stabilire l'evidenza di una correlazione causa-effetto.
In medicina un metodo di cura è considerato scientificamente valido se ciò emerge con forte evidenza dai risultati di ricerche condotte su un campione di popolazione sufficientemente omogeneo, con una corretta analisi statistica dei risultati, e con altri criteri utili ad evitare i bias, e cioè errori di interpretazione dei dati che facilmente un inesperto potrebbe commettere.

2) Ma se una cosa funziona... funziona! Che bisogno c'è di tante ricerche?

Il bisogno di tante ricerche è il bisogno di capire se funziona con una percentuale abbastanza alta di persone (e non con una su venti, ad esempio, di cui è più facile essere impressionati tralasciando gli altri 19 casi), e di capire se funziona per le due caratteristiche oppure come placebo.

3) Ma se anche fosse un placebo che importa? Basta che funzioni!

Nessuno demonizza i placebo, che spesso ha senso utilizzare. I placebo vengono somministrati in alcuni casi, ad esempio nelle case di riposo o negli ospedali. Accade nei casi in cui si sospetta che un dolore sia dovuto all'atteggiamento del paziente di un paziente che sta vivendo una fase psicologica particolarmente difficile. Probabilmente più spesso si dovrebbe iniziare una terapia con un placebo, per capire se davvero c'è bisogno di un principio attivo per migliorare un dolore, e non solo nei suddetti ambiti.
Detto questo, se si discute della validità di uno specifico metodo di cura, si discute della sua validità insita nelle sue caratteristiche, altrimenti tanto vale cambiare argomento e discutere genericamente del modo migliore di presentare un placebo al paziente per avere su di lui la maggior efficacia psicologica possibile.

Fra operatori della salute e aziende occorre chiarezza per questioni di tempo, di soldi e di sapere quello che si sta facendo: non è giusto che tu mi persuada a studiare complicate procedure di un certo metodo di cura se in realtà tutto quello che alla fine avrò imparato e i tre giorni e 500 euro che avrò speso per il tuo corso sono sostituibili spendendo zero euro, inventandomi una cosa a caso e sapendo quello che faccio invece di illudermi sul meccanismo di guarigione.
E dal punto di vista del paziente, pur essendo etica (in alcuni casi) la somministrazione del placebo, il prezzo dovrebbe essere esclusivamente commisurato alla sua produzione, che è molto economica, e all'efficacia psicologica derivante dal prezzo non irrisorio, ma senza esagerare.

Tornando ai metodi di cura che funzionano per le loro caratteristiche e non come placebo, questi esistono perché spesso il placebo non basta e c'è l'esigenza di qualcosa che funzioni di più, specialmente nelle patologie gravi.

Per questo motivo la ricerca scientifica in campo medico tipicamente consiste nell'attribuire validità a un metodo di cura quando questo risulti maggiormente efficace rispetto alla sua non applicazione e rispetto al placebo. Il ricercatore, effettuati i test coi vari gruppi di pazienti, trascrive i risultati e le conclusioni e le invia a una rivista scientifica. I revisori della rivista scientifica hanno il compito di analizzare gli studi inviati, decidere se sono stati condotti in maniera corretta e, in base questo, decidere la loro eventuale pubblicazione. Esistono anche riviste che pubblicano qualunque cosa, anche gli studi di bassissima qualità (le cosiddette riviste predatorie, che si fanno pagare dagli autori per pubblicare, e che non hanno alcuna attendibilità). Fortunatamente chi è addentro al mondo della ricerca scientifica sa quali sono e se ne tiene alla larga (accade talvolta che le riviste vengano testate con l'invio di articoli pieni di errori metodologici, per vedere se questi vengono bocciati o accettati; un interessante esperimento fu condotto nel 2013 dal biologo e giornalista John Bohannon, con risultati sconfortanti, non solo per quanto riguarda le riviste Open Access). I revisori delle riviste più prestigiose, invece, operano una selezione molto severa prima di decidere per la pubblicazione di uno studio.

4) Ma che valore hanno gli studi scientifici? Ogni tanto si sente dire che uno studio è stato smentito da uno studio scientifico successivo!

Infatti non è così semplice. Può darsi che, secondo le conclusioni della ricerca, il metodo di cura preso in esame risulti efficace, ma è importante sapere con quale evidenza lo è. A seconda della qualità dello studio, l'evidenza può essere più o meno alta.
Inoltre un solo studio non basta affinché si possa considerare quel metodo di cura efficace. Per una maggiore sicurezza occorrono più studi, i cui risultati siano concordi (ne parla la dott.ssa Roberta Villa nel suo video "C'è scritto su Pubmed"). A questo servono gli studi detti "rassegne" e "revisioni sistematiche", i cui autori rileggono di nuovo gli studi pubblicati negli anni nelle varie riviste di buona qualità, effettuano nuove revisioni, selezionano gli studi le cui conclusioni hanno una forte evidenza e, dopo aver messo insieme tutti i dati, elaborano conclusioni certo più affidabili di una singola ricerca (questo dovrebbe chiarire che per dare credito a una tesi non è sufficiente aver trovato un articolo su Pubmed che la afferma: Pubmed non è altro che un indice di tutti gli articoli pubblicati in una grande quantità di riviste scientifiche, ottime e mediocri).

Ecco che chi sceglie di fare il ricercatore in ambito scientifico accetta che, salvo rare eccezioni, il suo lavoro sarà una pur importantissima goccia nell'oceano, e che se quel metodo di cura si rivelerà efficace e verrà messo sul mercato, il proprio nome e cognome si perderà fra quelli del suo gruppo di lavoro, gruppo che a sua volta si perderà nell'elenco dei nomi dei ricercatori degli altri gruppi di lavoro che avranno condotto altri studi scientifici.
Potrà dunque condurre quel mestiere se accetta serenamente che, per la sua importantissima missione, non ci sarà gloria e fama. E sapendo anche che il suo lavoro di mesi potrebbe addirittura rivelarsi inutile perché verrà fermato prima, nel caso in cui non passerà il vaglio dei revisori della rivista scientifica. In questo caso dovrà fare ammenda e proporsi di condurre i propri studi in maniera corretta, imparando dai propri errori.

5) Ma ci sono ricerche falsate su alcuni farmaci che vengono comunque pubblicate da riviste scientifiche il cui staff è colluso con le case farmaceutiche!

Indipendentemente dalla buona fede o dalla malafede di ricercatori e revisori, se uno studio dalle conclusioni fuorvianti viene pubblicato su una rivista scientifica, per fortuna è comunque possibile sbugiardarlo conducendone un altro successivamente.
Vedi su: un'evidenza per essere considerata forte ha bisogno non di un solo studio, ma di più studi, e inoltre necessita l'assenza o la poca presenza di studi dalle conclusioni opposte.
Da notare poi che una casa farmaceutica dovrebbe pensarci due volte prima di operare una truffa nei confronti del mondo scientifico, perché una volta scoperta la sua reputazione ci rimette molto, e con essa anche le sue entrate. Conviene assai di più scoprire, produrre e vendere farmaci che funzionano davvero.

6) Ma se presenti uno studio secondo da cui risulta che un rimedio naturale ed economico funziona meglio di un farmaco nessuna rivista scientifica te lo pubblicherà, perché sono tutte colluse con le case farmaceutiche!

Sì invece. Come ho detto, esistono riviste scientifiche di pessima qualità che pubblicano di tutto (basta pagare). Se invece stai parlando di riviste scientifiche che selezionano gli articoli in maniera rigorosa, e affermi che questa selezione blocca studi che possano ledere gli interessi di una qualche azienda, portami un esempio. Citami uno studio condotto in maniera corretta, che si è visto rifiutare la pubblicazione. In attesa della tua risposta, ti ricordo che il rifiuto di una pubblicazione è sempre accompagnato da motivazioni, che devono riguardare criteri ben precisi e poco soggetti a interpretazioni.

7) Ma ci sono stati farmaci che sono stati messi in commercio e poi sono stati ritirati perché facevano enormi danni! Come la mettiamo? Anche quelli erano stati validati scientificamente!

Uno dei problemi della sperimentazione dei farmaci (in particoalre della fase 6) è che molti effetti collaterali si scoprono a distanza di mesi o anni; alcuni farmaci e/o piani di cura vengono ritirati dal commercio perché hanno sortito effetti collaterali non riscontrabili nel breve termine (fasi 1-3) oppure perché non si sono dimostrati migliori rispetto a cure più vecchie e testate. Chi non capisce questo frettolosamente deduce una collusione tra ditte farmaceutiche e ricercatori. Ma non si tratta di collusione, né di un errore del metodo di ricerca: è fondamentalmente un problema tempistico.
Come per ogni altra scienza non esatta, chi si occupa di ricerca medica non ha problemi ad ammettere di esser giunto a conclusioni errate, dunque rettificare e far migliorare sempre più il bagaglio di conoscenze a disposizione e a beneficio di tutti.
La validazione scientifica della bontà di un metodo di cura fornisce un'affidabilità alta, ma non assoluta. È il prezzo da pagare se vogliamo che continui a esistere una scienza che migliora e salva vite più di quanto lo faccia il placebo, e che statisticamente apporta benefici in quantità molto, molto maggiore rispetto ai danni.
Come in svariati altri ambiti, insomma vale il non dover buttare il bambino con l'acqua sporca. Anche ai migliori calciatori capita ogni tanto di fare qualche errore, che se rimane sporadico non costituisce un motivo di licenziamento. Se non ti va bene questo esempio perché non riguarda la salute delle persone, pensa alle norme di sicurezza sul lavoro, che sono fatte con la realistica speranza di minimizzare i rischi di incidenti. Ripeto: minimizzare i rischi. Questo ci si aspetta. Ridurli a zero è un obiettivo a cui non siamo riusciti ad arrivare, neanche quando queste norme vengono rispettate completamente. Questo non è un buon motivo per mettere al bando qualunque costruzione di ponti, edifici, etc.
 
8) Ma un essere umano non è una statistica! Se per colpa di un farmaco dannoso muore una persona a cui vuoi bene, vedrai quanto poco te ne importa delle statistiche!

Certamente si tende a dare più importanza agli eventi che ci riguardano da vicino e agli eventi che ci emozionano. Ma per dare giudizi obiettivi e razionali non ci si può basare sull'emozione del momento. Se un mio amico muratore è morto cadendo da una impalcatura per via di standard di sicurezza sul lavoro non rispettati per colpa della ditta edile per cui lavorava, può darsi che il mio istinto del momento mi suggerisca di dare sfogo alla mia rabbia e con una palla da demolizione distruggere l'edificio in questione e l'abitazione del suo datore di lavoro. Il che ovviamente non sarebbe la cosa giusta da fare. Analogamente, quando muore una persona per cause iatrogene accertate certo non è un buon motivo per squalificare il metodo scientifico, che già si sapeva essere imperfetto. Solo che quando la medicina fa accadere qualcosa di brutto, ciò fa molto più rumore rispetto ai molti più casi in cui ha fatto qualcosa di buono.
Riassumendo: una persona non è una statistica, ma in mancanza della sfera magica dobbiamo accontentarci di una scienza inesatta, basata sulla statistica. Perché senza sarebbe molto peggio.

9) Secondo la scienza la chemioterapia funziona perché salva tante vite. E i milioni di persone che hanno fatto la chemioterapia e sono morte lo stesso, non le consideriamo?

Premetto che non c'è motivo di parlare specificamente di chemioterapia (se ne parla di più solo perché è particolarmente fastidiosa e perché spesso non sortisce una guarigione, ma solo un allungamento della vita). Inoltre è superficiale parlare solo di morte o guarigione, senza considerare i dati su aumento di sopravvivenza, probabilità di recidive e qualità di vita. 
Dunque, parlando in generale di metodi di cura imperfetti (chemioterapia compresa ma non solo), e in generale di risultati migliorativi (guarigione completa ma non solo), la risposta è sì, i milioni di pazienti che muoiono dopo aver usato un certo metodo di cura vengono ovviamente presi in considerazione. Nel prenderli in considerazione occorre, attenzione, evitare di cadere nell'errore di chi dice "Rispetto a tutti i malati di questa malattia, è alta o bassa la percentuale di chi ha un beneficio grazie a questa cura? Se è bassa, significa che quel metodo è da scartare". Il confronto utile da fare è di un altro tipo: occorre mettere a confronto i pazienti che hanno fatto uso di quel metodo con quelli che non ne hanno fatto uso. In base a questo confronto ci si chiede: quali, fra questi due gruppi, hanno riscontrato più frequentemente miglioramenti? Se "solo" il 15% dei pazienti che hanno usato quel metodo ha ottenuto risultati migliorativi, a fronte di un 4% dei pazienti che non ne hanno fatto uso, allora quel metodo, che non è certo la panacea, è da considerarsi meglio di niente e quindi da usare.
Parlando in particolare di tumori e chemioterapia, lo so che al momento per certi tipi di tumore la chemioterapia ha risultati poco soddisfacenti. Ma quando viene somministrata, e cioè quando c'è ragione di pensare che potrà arrecare più beneficio che danno, di solito fa più beneficio che danno.
Sì. Di solito, non sempre. Perché la medicina, lo ripeto, è una scienza inesatta. Questo non significa che faccia le cose a caso.

Grazie alla dott.ssa Laura Ferrari, specializzanda in oncologia ed ematologia, per la revisione di questo articolo.

Aggiornamento 25 novembre 2018:

Finalmente la scienza ha riconosciuto l'efficacia di X! Ora sì che è scienza!
Spesso, no. Finalmente un bel niente. Non c'è nessuna buona notizia. Solo bugie acchiappapolli. Acchiappa lettori di titoli, acchiappa gente che non ha chiaro il concetto di scienza.

Lo dico in occasione di un blog post che ho letto oggi su Facebook, linkato da una mia amica.

L'articolo aveva un titolo del tipo "La scienza riconosce la validità di [metodica che non specifico qui perché non è importante]".

Avrei potuto pensare "Ehi! È stato pubblicato uno studio scientifico sull'efficacia di quella disciplina!".
Avrei potuto pensarlo se quell'articolo non avesse avuto un indirizzo web e un titolo che si fanno riconoscere come tipici del cazzaroblogghista di turno, agli occhi di chiunque abbia un minimo di esperienza di navigazione e spirito critico.
Ho visitato l'articolo, perché ero curioso di sapere se anche questa volta a pensar male ci s'indovina e indovinate un po'... Ci si è indovinato anche stavolta.

Nell'articolo non viene citato nessun elemento che giustifichi quanto scritto nel titolo, cioè non viene citato nessuno studio scientifico a supporto della metodica menzionata. Viene solamente citato una pagina web del sito di un policlinico universitario; alla di tale articolo c'è scritto che fra i servizi erogati dai professionisti della salute che lavorano in tale policlinico c'è anche quella metodica. Tutto qui.

Possibili obiezioni:

Ma il Treccani definisce "scienza" come  "Insieme delle discipline fondate essenzialmente sull’osservazione, l’esperienza, il calcolo, o che hanno per oggetto la natura e gli esseri viventi, e che si avvalgono di linguaggi formalizzati" ! Quindi se la disciplina X viene studiata con macchinari e misurazioni, posso dire che è scientifica!

No. Quel paragrafo iniziale della definizione del Treccani dà una definizione generale sulla scienza. Dice cosa essa è, senza entrare specificamente nel merito dei requisiti che devono avere quelle osservazioni, quelle esperienze, quei calcoli affinché di scienza si possa parlare. Se così non fossse, in base a quella definizione si potrebbe dire di una qualunque disciplina inventata a caso, senza alcuna dimostrazione di efficacia, fatta con calcoli completamente fuorvianti e conclusioni incoerenti, che fa parte della scienza.
 
Ma se la tale disciplina è praticata da un eminente professionista della salute / dal personale sanitario del tale policlinico universitario... allora è scientifica!

Deduzione errata. Fra i concetti fondamentali del metodo scientifico c'è il non principio di autorità. Il fatto che una disciplina venga praticata da un certo tipo di persone con una certa qualifica non autorizza a dire che sia scientificamente validata la sua efficacia.

Ma io non parlavo di metodo scientifico... parlavo di scienza, in generale!

Senza metodo scientifico non si può chiamare scienza. Se si è onesti si può parlare al massimo di disciplina, metodo, osservazione, narrazione, interesse, arte, etc. La scienza, nell'evo moderno, è una cosa ben precisa e utilizzare questa parola a sproposito genera confusione e disinformazione.
Se ti interessa davvero sapere cosa è scienza e cosa non lo è, puoi leggere ad esempio la pagina di Wikipedia dedicata al metodo scientifico.